Voci e luci di 80 anni fa La poesia delle foto nelle scatole di latta

30 Luglio 2017

«Nell’emozione che l’immagine ti dà si nasconde  la riacquisizione di un’identità, quella di figlio»

A volte una foto del passato ti riporta una vita. Ti chiede di indugiare, grida in silenzio, non vuole vederti distogliere lo sguardo da essa.
E’ consegnata al solo tempo che le dedicherai, prima di coprirla con un’altra, fra le tante che stai tirando fuori a manate da una scatola di latta, non aperta da anni. Qualcuno dovrà scrivere prima o poi della poesia delle foto nelle scatole di latta; altro che gli odierni voraci click su un display, le stampe erano altro: sostanza rispetto alla virtualità, recherche, condotta su strumenti cartacei, del tempo perduto. E se la foto riguarda tuo padre, che da 46 anni non c’è più, nell’emozione che l’immagine ti dà si nasconde la riacquisizione di un’identità, quella di figlio, di cui il tempo non avrà mai ragione.
Nel 1939 mio padre è un giovanissimo sottotenente della PAI, Polizia Africa Italiana, appena arrivato in Etiopia. Varie foto lo ritraggono in divisa, alto, abbronzato, piuttosto bello di lineamenti com’è sempre stato, ma anche magro e coi capelli, che a vent’anni cominciano già a diradarsi; la precoce calvizie, maledizione dei capelli biondo-rossicci che abbiamo in famiglia, è un tratto genetico che mi ha trasmesso.
E’ di stanza ad Addis Abeba, la capitale, e aspetta che la futura sposa, mia madre, lo raggiunga, dato che possono anticiparsi le nozze, prestando servizio un paio d’anni nelle colonie. In realtà vuole restarci. E’ più africano che italiano. E’ cresciuto in Etiopia dagli otto ai sedici anni. Orfano, è stato imbarcato da bambino, con un fratello di un anno più piccolo di lui, e mandato da uno zio e una zia senza figli, i quali hanno un’attività di coltivazione e commercio di caffè sulla meravigliosa piana di Harar. E’ cresciuto lassù, in una zona semianglofona e di cultura anglosassone almeno quanto lo è di cultura italiana e se n’è innamorato; non è possibile non innamorarsi dell’Africa se ci si vive.
Poi, a circa sedici anni, siccome è di famiglia buona ma del tutto squattrinata, l’hanno reimbarcato per l’Italia e mandato in accademia, per avviarlo alla carriera militare. La divisa da ufficiale non gli interessa molto, ma gli è essenziale come passaporto per tornare a casa sua: in Africa. Sarà la perdita delle colonie a cancellare per sempre la prospettiva di una vita laggiù. Sposerà mia madre in Italia, non senza aver penato, prima, come tanti altri ragazzi della PAI, per essere riammesso nei ranghi della Polizia di Stato.
Da ragazzo, nei primi anni Trenta, ha visitato in Egitto la Nubia del Sud. Vi si parla una lingua imparentata con l’amarico che gli è familiare. Non ha visto Menfi, l’Egitto delle piramidi, Karnak, Luxor e neppure Abu Simbel. In Egitto è arrivato via nave da Massaua risalendo il Mar Rosso, e da lì è entrato in Nubia.
Ci è rimasto alcune settimane, accompagnando lo zio, andato a incontrare dei grossisti inglesi di caffè.
Un contrasto, di quell’Egitto, gli ha fatto impressione: la grande acqua – il Nilo – nella grande aridità del deserto. Le dighe che creeranno laghi lunghi centinaia di chilometri non esistono ancora nel ’39. Ci sono solo acqua e deserto.
«Non hai idea», mi dice, «di cosa sia un deserto a perdita d’occhio attraversato da una grande striscia d’acqua. Vedi solo sabbia, acqua e sole, in una straordinaria concentrazione di luce. C’è un incredibile colore argentato all’alba, quando l’acqua emerge dal buio e comincia a riflettere il chiarore del cielo; e ci sono tutte le gradazioni del rosa al tramonto. Quando sarai grande», mi promette, «ti ci porterò».
Non accadrà. Lui morirà all’improvviso in una notte, quando avrò quindici anni. Non sarò mai grande con lui accanto.
Mi dice anche un’altra cosa. Al piano superiore della nostra casa in Abruzzo ci sono dei nilotici, cioè degli affreschi, tornati in voga alla metà del 1700, che si ispirano alle grottesche della Domus Aurea di Nerone riscoperte dai pittori del Rinascimento. La Roma imperiale era egiziana almeno quant’era ellenica, anzi era più egiziana che greca.
E della terra dei faraoni i romani riproducevano, nei nilotici appunto, l’esotico paesaggio.
Vi compaiono piramidi, coccodrilli d’incerto aspetto, fenicotteri rosa e bianche piante di papiro sulle sponde del grande fiume. «Ho sempre avuto in testa un po’ d’Egitto», scherza mio padre, giocando col doppio senso dell’avere in testa. «Forse anche per questo mi sembra familiare».
* * * * * *
Sei tu che mi stai parlando dalla foto, pa’? Sono cresciuto anch’io con l’Egitto in testa. Non lo vedrò dal vero con te accanto, non guarderò le luci dell’alba e del tramonto riflesse sulla grande acqua che attraversa il deserto.
Ma forse in qualche parte dell’universo finiscono tutte le promesse cui il tempo toglie tempo. Forse, muovendo da lì, in un giorno fuori dal tempo ci andremo insieme. Tu sarai un giovane in divisa di vent’anni e non importa se non mi avrai ancora generato, forse che l’amore ha bisogno di nascere, per essere? E anch’io tornerò ad essere il ragazzo di quindici anni che aspettava di farsi grande per vedere il Nilo con te. Me l’hai detto. Sei di parola. Perciò io aspetto. Finito il tempo della separazione, tornerà il tempo dello stare insieme. Dell’onorare la promessa.