Voltolini: ho scritto Invernale di getto ed è su mio padre, morto 40 anni fa

Lo scrittore: «Sono onorato di essere stato selezionato per un riconoscimento così prestigioso»
PESCARA. Lo raggiungiamo al telefono mentre è a Bruxelles, in occasione dell’incontro con i sei finalisti del Premio Strega, che viene ospitato oggi all’Istituto Italiano di Cultura. Con il suo romanzo “Invernale”, edito da La nave di Teseo, il torinese Dario Voltolini, oltre a essere nella rosa degli scrittori che si contenderanno il prestigioso riconoscimento il prossimo 4 luglio, nei giardini del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma, è tra i tre finalisti del Premio Flaiano di Narrativa (categoria over 35), che sarà consegnato il 30 giugno all’Aurum di Pescara. Con immagini molto potenti come pennellate su una tela, “Invernale” racconta un pezzo di vita. Voltolini consegna ai lettori un autentico gioiello, in cui racconta il mondo e la malattia di suo padre, macellaio, scomparso appena cinquantenne. Classe 1959, è autore di racconti, romanzi, radiogrammi, testi di canzoni e libretti per il teatro musicale. È docente alla Holden Academy di Torino.
Voltolini, quando ha iniziato a maturare l’idea di questo romanzo? Ci aveva pensato già in passato e c’è voluta la giusta distanza per approcciarsi a questo lavoro, o è nata di recente?
Mi è venuta di recente e di getto. Due anni fa stavo lavorando ad altri due progetti. A un certo punto, mi sono reso conto che ricorrevano 40 anni esatti dalla morte di mio padre e ho voluto provare a scriverlo. È stata una specie di celebrazione: l’ho cominciato il giorno della sua nascita, il 2 di giugno, e l’ho terminato il 24 luglio, nel 2022, in meno di due mesi. Era da qualche libro che la figura di mio padre faceva capolino, ma non in qualcosa dedicato a lui.
“Invernale” è stato definito un “gioiello di narrativa, delicatezza e memoria”. Un libro che trascina il lettore. Che ricordi ha di suo padre e del periodo che racconta?
Ho dei ricordi molto intensi, sì dolorosi, ma anche intensi. Ho cercato di trasferire sulla pagina quel tipo di intensità.
La carne, nel romanzo, come analogia. Quella degli animali, maneggiata da sua padre, e la sua carne che si deteriora a causa della malattia…
Ci sono tanti nessi di cui mi rendo conto forse più a posteriori che nel momento in cui l’ho scritto. Tanti nessi sul suo mestiere, sulla carne che si trasforma, che lui trasforma, poi il suo corpo che si trasforma tramite altri elementi che sono entrati nella sua carne. Mi rendo conto di aver fatto delle variazioni sul tema della carne, ma è capitato, è come se fosse un magnete che ha attirato le parole verso di sé.
Cosa rappresenta per lei la scrittura e come definirebbe il suo stile?
La scrittura è diventata la mia attività principale, ma sono le parole ad avermi sempre attirato. Mi ricordo che quando ero piccolo in casa avevo sostanzialmente solo un vocabolario e un’enciclopedia. La mia non era una famiglia colta o “libresca”, giravano solo quei due volumi lì e io li leggevo come se fossero dei romanzi. Soprattutto il dizionario; lo sfogliavo e quando trovavo parole che non conoscevo, quando ne trovavo di strane, che mi incuriosivano, cercavo di metterle nei pensierini che davano da fare a scuola. Ricordo che la maestra un giorno ci propose il pensierino “Cosa avete fatto domenica scorsa?”; io scrissi: “Domenica scorsa ho visitato un edificio luteo e fatiscente”, perché avevo incontrato quelle parole che mi avevano affascinato, le avevo scoperte. Il mio rapporto con la scrittura è stato tra il giocoso e il curioso e non è che sia cambiato molto da allora. Scrivo perché quando c’è qualcosa che mi colpisce provo il desiderio di condividerlo con qualcun altro. Mi sarebbe piaciuto molto fare il pittore o il musicista, ma non so dipingere né suonare. Attraverso la scrittura, cerco di fare una specie di sostituzione delle arti che ho nominato prima con la parola. Forse il mio stile viene fuori dal fatto che mi piacerebbe dipingere e suonare le cose che scrivo.
Finalista al Premio Flaiano di Narrativa. Cosa rappresenta per lei questo risultato e cosa pensa di Ennio Flaiano?
Il Premio è prestigioso, sono lusingato di essere stato selezionato. Ho due colleghi di premio (Cristina Battocletti e Antonio Franchini ndr) che stimo molto, uno di lungo corso. Come sempre, non penso di vincere. Flaiano è un genio, non abbiamo così tanti aforisti da corto circuito in Italia come lui. È il più fenomenale. Come scrittore, come sceneggiatore ovviamente è un grande, ma ciò che resta impresso e pronto all’uso ancora oggi sono i suoi aforismi straordinari. Non so se altri Paesi possano vantarne di così pungenti, forse soltanto l’Austria con Kraus. Flaiano lo vedo anche molto “italiano”, nel senso che non somiglia a nessun altro… noi abbiamo questa caratteristica: gli italiani non si somigliano, in questo sono italiani.
Ennio Flaiano è stato anche il primo scrittore a vincere il Premio Strega con il suo romanzo “Tempo di uccidere”, nel 1947. Con lei, tra i finalisti di questa edizione, anche la scrittrice abruzzese Donatella Di Pietrantonio…
Donatella è fantastica, è molto simpatica, non la conoscevo di persona prima del Premio. Gli organizzatori ci dicono che siamo tutti molto legati, una specie di gruppo “teppistico”, ci divertiamo molto.