Yang Lian tra i detenuti: «La poesia è libertà»

24 Novembre 2018

L’Aquila. Il grande poeta cinese esiliato alla cerimonia di consegna dei riconoscimenti al carcere Le Costarelle

L’AQUILA. «La poesia ha sempre a che fare con la libertà. Scrivere versi vuol dire aprire delle porte chiuse, andare oltre i limiti, soprattutto quelli che sono dentro di noi e che non sappiamo nemmeno di avere».
Yang Lian non ha mai perso la fede nella poesia. Malgrado la vita gli abbia riservato delle prove durissime, in primis l’esilio in cui vive da quasi trent’anni – da quando, nel 1989, venne dichiarato dal suo Paese, la Cina (che già precedentemente lo aveva accusato di praticare una «poesia oscura», non conforme agli standard del regime) «persona non gradita» per aver condannato pubblicamente il massacro di Piazza Tienanmen – Lian crede ancora nel potere salvifico delle parole, nel libero pensiero come strumento di emancipazione. Nato a Berna nel 1955 da due diplomatici, Yang Lian è considerato il più grande poeta cinese vivente.
Tradotto in decine di lingue (in Italia esiste, purtroppo, una sola raccolta, “Dove si ferma il mare”), più volte vicino al Nobel, in questi giorni Lian è in Abruzzo, all’Aquila, ospite d’onore della 17ª edizione del Premio letterario internazionale Bper Banca “Laudomia Bonanni”. Ieri Lian ha presenziato alla premiazione dei vincitori della sezione del concorso riservata ai detenuti (la cerimonia si è svolta all’interno del carcere Le Costarelle) e oggi parteciperà alla consegna dei premi riservati ai vincitori delle altre due sezioni, Poesia edita e Istituti scolastici superiori. Il suo, peraltro, è un ritorno che avviene a pochi mesi dall’ultimo viaggio in Abruzzo. Lo scorso maggio, infatti, Lian è stato a Pescara per ricevere il Premio internazionale per la poesia NordSud, organizzato dalla Fondazione Pescarabruzzo; anche se l’inizio del suo rapporto con la nostra regione risale al 1999, quando gli fu conferito il Premio Flaiano.
«Il mondo», afferma Lian, «è diventato ormai una globalità di cinismo e di egoismo in cui domina l’unione del potere e dei soldi. E più soldi hai, meno cultura vuoi. Ma prima ancora di essere rifiutata dal potere e dai soldi, è la poesia a rifiutare loro. La poesia è libertà di pensiero e parola, è il luogo in cui possiamo opporre la nostra resistenza etica. Proprio in virtù di questo potere che le è intimamente connesso, penso che alla fine sarà la poesia a unire tutti i pensatori liberi che ci sono nel mondo. Se la globalizzazione è un oceano, allora la cultura è una barca e la poesia è la zavorra che mantiene le vele stabili e orientate nella giusta direzione».
Ma la poesia, per Lian, è anche sperimentazione formale, il cui fine ultimo deve essere la ricerca della musicalità. Influenzato dalla tradizione classica cinese così come da Ezra Pound e da tutto il modernismo occidentale, Lian è anche un profondo conoscitore della nostra poesia, soprattutto di Ovidio e Dante. Forse perché anche loro, come lui, sono poeti dell’esilio. «Ma apprezzo molto anche D’Annunzio» dice. «Credo che la sua sia una poesia classica e moderna insieme. A lui mi accomuna la cura, l'attenzione per la forma».
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