Zombi, haka haka e kotika La lingua segreta dei tatuaggi

2 Settembre 2018

Giovanni D’Alessandro svela il codice dei messaggi scritti sulla pelle «Le lettere sulle mani dicono: vuoi leggere la parola che spiega tutto di me?» 

E va bene, abbiamo bisogno di identità alternative. Di altri-da-noi, per dirla con Rimbaud. Di tatuaggi, quali nuovi aggiuntivi prospetti fisici coi quali offrirci al mondo. Tatuarsi è in fondo - come qualcuno ha scritto - operazione non dissimile dall’essere presenti sui social: lì con un web-avatar messo in campo sulla propria bacheca, qui sulla propria pelle.
Qualche nota storica: quando 30 anni fa sul ghiacciaio alpino del Similanun venne ritrovata la mummia, vecchia di 5000 anni, di Oetzi (così ribattezzata dagli austriaci in quanto ritenuta austriaca all’inizio, prima di essere trasferita, come definitivamente italiana, a Bolzano), la prima notizia, guardando le moltissime scarificazioni che aveva, fu: era stato torturato in molte parti del corpo, questo cacciatore preistorico, prima di morire. Poi si notò che le scarificazioni - parenti strette del tatuaggio e ancor oggi praticate da varie popolazioni di nativi africani, sudamericani, o dell’Estremo Oriente - erano disposte a formare disegni geometrici: quindi, a meno di non immaginare torturatori talmente sadici da volersi applicare artisticamente sulla carne altrui, si capì che Oetzi era portatore di scarificazioni volontarie, che cioè si era fatto praticare, rese più visibili dalle diverse tracce di colore ancora presenti, e delle quali doveva andar molto fiero. Facciamo allora una carrellata sulla odierna, identica fierezza dei tecnologici pronipoti di Oetzi, tentando di individuarne alcune categorie. Non sempre tali da inorgoglire.
Prima categoria: i tatuati con scritta in caratteri alfabetici (o più spesso in ideogrammi orientali, ma è attestato anche il cirillico stile Limonov/Educazione siberiana); se ne chiedete la traduzione al portatore, vi risponderà che non la sa, però ricorda che i tatuatori cinesi, o russi, erano particolarmente allegri durante il lavoro; pare abbiano infatti scritto, a spese dell’ignaro: sono un coglione; effetto dunque del tatuaggio: qualificarsi come coglione. Seconda categoria: teschio messicano, con ancora i bulbi oculari; denota il voler somigliare a uno zombi (e non è detto che col passare degli anni, e con questi gusti, lo skulled non ci si riesca). Effetto làvati i piedi: tatuaggi neri sulle caviglie o sui piedi, non c’è bisogno di commento sulla infelicità del punto scelto. Ancora: efflorescenza che percorre tutta una parte del corpo (tronco, braccia, arti), spesso in forma di ramo o gambo spinoso che avvolge poi un corazon espinado; il ramo viene però, così, a somigliare a una sutura chirurgica, con gli spini simili ai punti: effetto ti sei operato?’Mmazze quanti punti t’hanno messo. Proseguendo sul versante medico, c’è il tatuaggio a cavallo di clavicola/spalla/petto: effetto ti sei rotto la spalla, perciò porti il tutore? Sempre in ambito medico, bisogna proseguire coi colori, grandi accusati sul banco dei tatuaggi. Rosso: effetto carne a vista, ti sei ferito? Giallo: effetto epatite. Verde: effetto cancrena (amputazione in vista). Azzurro/blu/viola (da evitare specie se donne): effetto ematoma/marito violento. Marrone (pericolosissimo, soprattutto se sugli arti inferiori e anche se in minime strisce): effetto diarrea.
C’è poi il tatuaggio che sfilandosi scende per entrare, dietro, nello slip, dove non batte il sole: effetto indicatore di direzione per manovre a senso unico (ovviamente alternato). Stesso tatuaggio davanti, dall’ombelico in giù: effetto ti piacerebbe vedere fino a che punto arriva, ah? Pericolosissimo, quest’ultimo, se di colore scuro, soprattutto per le signore: produce l’effetto rigo di peli ventrali prepubici, altresì detto vieni per la strada nel bosco/il suo nome conosco/ vuoi conoscerlo tu?(dai versi di una canzone del 1943 di Gino Bechi, più nota nella cover di Claudio Villa).
Ancora sulle scritte. Ci sono quelle che compongono una parola con lettere e vocali scritte, una per una, sulle falangi di una mano, effetto: vuoi leggere la parola che dice tutto di me? Di solito, dopo la stretta, la mano non viene mollata anche nelle presentazioni ufficiali, bensì girata verso di sé dal lettore il quale vuole leggere la parola scritta e lo fa con crescente raccapriccio, mentre sul volto gli si dipinge l’effetto questo qua che mi ha dato la mano dev’essere una frega alternativo. Poi ci sono le scritte allusive, tipo: why not? perché no? Oppure I like to do it, mi piace farlo. Paradigmaticamente, ellitticamente e per antonomasia riferite ad attività congiunte: effetto vieni avanti creti’ non vedi che me lo sono scritto addosso che ci sto?
Ultimo della lista, il tatuaggio Maori, che sarebbe bellissimo se non venisse associato alla pratica di sgranare gli occhi e cacciare la lingua fuori per mostrare anche il piercing in essa infisso, associandola a suoni e gesti propri degli All Blacks neozelandesi, che rappresenta una tentazione quasi irresistibile per il maori nostrano; trattasi, dal nome della danza mimata dai rugbers, dell’effetto haka! haka! (…va usata attentamente l’aspirazione nella consonante iniziale).
Ci si potrebbe sbizzarrire ancora per pagine, sui tatuaggi e su chi se li fa. Sui pronipoti, 5 millenni dopo, di Oetzi; da ribattezzare, forse, Zezzi dato l’effetto che funge da minimo comun denominatore per la massima parte dei tatuati, prodotto dall’alterazione dell’incarnato naturale: quello di epidermide sudicia. E che potrebbe riassuntivamente indicarsi nel cosiddetto onnicomprensivo effetto KOTIKA.
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