Mauro: la regione ha bisogno di priorità e risorse

Professor Giuseppe Mauro a che punto è la crisi? «C’è una fase di grande instabilità. Al momento l’unica cosa certa è che nel 2012 il Pil subirà una forte contrazione sia in Italia (-1,4%, per...
Professor Giuseppe Mauro a che punto è la crisi?
«C’è una fase di grande instabilità. Al momento l’unica cosa certa è che nel 2012 il Pil subirà una forte contrazione sia in Italia (-1,4%, per Confindustria -2%) che in Abruzzo (-2%). Per il 2013 si prevede un leggero aumento, ma molto dipende da come reagiranno i mercati alle misure dell’Europa e del governo. La crisi sta provocando una diseguaglianza crescente tra i redditi e senza meccanismi in grado di attenuarne gli effetti, assisteremo a un impoverimento progressivo del ceto medio».
In che misura?
«Se guardiamo all’Abruzzo vediamo che tra il 1995 e il 2011 i consumi sulla media italiana sono passati dal 93% all’ 88%, il Pil pro capite era l’86,7% è sceso all’83,5%».
Si parla genericamente di crisi, ma tra quella iniziata nel 2007 e quella che viviamo oggi c’è qualche differenza?
«C’è la crisi finanziaria 2007-2009, e la crisi del debito sovrano 2010 -2011. Le due crisi hanno avuto un impatto diverso sull’economia regionale.La prima ha coinvolto l’intera economia mondiale e provocato una sensibile caduta delle più importanti imprese esportatrici. La seconda crisi colpisce soprattutto le piccole imprese che operano prevalentemente sul mercato nazionale, e infatti l’export comincia a crescere e recupera quasi interamente il terreno perduto. Ora il rischio è un pericoloso avvitamento della crisi. Lo leggiamo già col primo trimestre 2012 dove l’Abruzzo si colloca al primo posto tra le regioni italiane per persone in cerca di occupazione (siamo passati da 48mila a 73 mila)».
Perché?
«Perché il reddito percepito nel nucleo familiare non è più sufficiente a garantire il precedente status sociale, e questo spinge altre figure a cercare lavoro. Dall’altro testimonia le crescenti difficoltà delle componenti giovanili ad essere protagonisti».
C’è un modo per limitare i danni?
«Il dibattito deve essere meno virtuale, meno autoreferenziale e più concreto sotto il profilo delle priorità e della disponibilità di risorse».
Preoccupa la situazione dell’Honda e di altre multinazionali che operano in Abruzzo. Siamo a un punto di svolta del processo industriale regionale?
«La cosa non deve sorprenderci. Ormai è in atto a livello mondiale un processo per cui parti della produzione vanno a collocarsi laddove il costo è più basso. Cosa fare? La regione dovrebbe rendere più efficiente il sistema (logistica, burocrazia, tasse). Se perdessimo le multinazionali tutto il dibattito sviluppato dagli anni ’70 verrebbe a cessare. Potrebbe significare un passo indietro di notevole entità, perché il tessuto industriale endogeno è dal punto di vista della internazionalizzazione abbastanza modesto, e ci sarebbe un rischio di rimedionalizzazione, cioè la perdita della cultura della modernizzazione portata dalle grandi imprese».(a.d.f.)
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