Sisma in Venezuela, il dramma degli abruzzesi dispersi: «È una catastrofe, servono aiuti»

27 Giugno 2026

Decine di connazionali irrintracciabili in tutta l’area devastata, parla il teramano De Antoniis

L’AQUILA. Nelle parole di Franco De Antoniis c’è tutta la disperazione per un disastro che si aggrava di ora in ora. Ci sono anche venezuelani di origine abruzzese tra le migliaia di persone disperse, irrintracciabili o finite sotto le macerie nella notte della festa per l’Indipendenza. Immagini che qui in Abruzzo si conoscono bene. «È stato il terremoto più devastante che abbia mai vissuto», racconta l’ingegnere di origini teramane che oggi vive a Caracas e riveste il ruolo di vicepresidente del Centro italiano venezuelano di Caracas e segretario della Federazione delle associazioni italiane in Venezuela. «Ho vissuto quello dell’Irpinia, quello dell’Aquila e quello del Venezuela del 1967» aggiunge De Antoniis in collegamento telefonico «questo è stato il peggiore per intensità e durata. Sembrava non finisse mai».

Da ore De Antoniis è al telefono senza sosta. Da una parte cerca notizie dei connazionali, dall’altra coordina il lavoro della rete delle associazioni italiane sparse nel Paese. L’obiettivo, adesso, è uno solo: capire chi manca all’appello. Nelle prossime ore è previsto un vertice che metterà insieme i rappresentanti della collettività italiana, i circoli e i viceconsolati per incrociare ogni informazione disponibile. «In questo momento non abbiamo ancora un quadro preciso», spiega.

«Il giorno del terremoto era festivo e tantissime persone erano al mare oppure ospiti di amici nelle zone costiere. È proprio questo che rende così difficile ricostruire dove si trovassero al momento della scossa. Abbiamo chiesto alle autorità venezuelane gli elenchi dei feriti e dei deceduti italiani, ma non li abbiamo ancora ricevuti. La riunione di questa sera servirà proprio a mettere insieme tutte le informazioni raccolte sul territorio e capire quanti connazionali, e quanti discendenti di origine abruzzese e molisana, siano coinvolti».

Per ora nessuno riesce a dire quanti siano gli italiani interessati dalla tragedia. «Non ho ancora riferimenti precisi di abruzzesi dispersi, ma ce ne sono», ammette. «Con tutto quello che sta succedendo è davvero complicato distinguere le singole situazioni. Stiamo lavorando minuto dopo minuto». Le notizie che arrivano dalle aree più devastate sono frammentarie. Le comunicazioni saltano continuamente, molte località sono senza corrente elettrica e in diversi centri i soccorsi stanno raggiungendo con estrema difficoltà le zone più isolate.

«Ho provato a sentire alcuni amici nella fascia costiera orientale», racconta De Antoniis. «È difficilissimo mettersi in contatto. Da quello che riusciamo a sapere ci sono ancora aree senza luce e senza acqua e in alcuni punti i soccorsi non sono ancora arrivati questo vi fa capire la situazione». Nel frattempo la comunità italiana si è organizzata autonomamente. I principali circoli italiani e italo-venezuelani hanno aperto centri di raccolta per beni di prima necessità. «Stiamo raccogliendo acqua, alimenti, medicinali, coperte, materassi, tende e anche attrezzature utili alle squadre impegnate nelle ricerche. Ognuno cerca di dare quello che può. È il momento della solidarietà».

L’ingegnere racconta che le ore successive al terremoto sono state scandite anche dalle continue scosse di assestamento. «Ne abbiamo sentite parecchie. La paura non passa perché ogni movimento della terra riporta tutti a quei lunghissimi secondi in cui sembrava che non dovesse finire mai». Tra chi è impegnato direttamente nelle operazioni c'è anche Feliciano De Santis, presidente dell’Ordine dei geologi del Venezuela, originario di Introdaqua, in provincia dell’Aquila. Da mesi studiava l’evoluzione nell’area sismica e ora coordina insieme a decine di ingegneri volontari le verifiche sugli edifici rimasti in piedi. «La situazione è devastante», racconta De Santis.

«Ci sono tantissimi morti e purtroppo ancora molte persone sotto i palazzi crollati. In questa fase la priorità resta il salvataggio delle persone, ma contemporaneamente dobbiamo verificare gli edifici che hanno resistito. Con un gruppo di ingegneri volontari stiamo lavorando senza sosta per controllare la stabilità delle strutture e consentire a chi può di rientrare nella propria abitazione. Dove invece non ci sono le condizioni di sicurezza dobbiamo dire con chiarezza che quelle case vanno lasciate immediatamente Stiamo fornendo anche attrezzature per scavare, i soccorsi qui sono doversi da quell’Italia, dobbiamo lavorare tutti e scavare per salvare più persone possibile».

È un lavoro che procede senza interruzioni, mentre continuano ad arrivare segnalazioni da ogni parte del Paese. «La situazione si monitora praticamente secondo dopo secondo», continua De Santis. «Ogni verifica può cambiare il destino di una famiglia. Questa sera parteciperemo a una riunione per capire quanti abruzzesi sono nelle aree colpite, chi ha bisogno di assistenza e chi, purtroppo, non è ancora stato rintracciato. È tutto estremamente difficile».

Il geologo ricorda anche come il rischio fosse noto agli addetti ai lavori. «Da tempo stavamo osservando segnali che imponevano la massima attenzione. Sono passati 59 anni dall’ultimo sisma e sapevamo che poteva accadere… Proprio per questo avevamo consigliato controlli preventivi sulle strutture più importanti. Il Centro italiano venezuelano li aveva effettuati e fortunatamente gli edifici hanno retto. Ma quando un terremoto raggiunge una magnitudo così elevata, i danni possono diventare enormi».

Per De Santis, però, l’emergenza non finirà con la conclusione delle ricerche. «Ho visto che la Protezione civile italiana si sta mobilitando e questa è una notizia importante. Ma ciò che mi preoccupa davvero è il dopo. Quando finiranno i soccorsi e le telecamere se ne andranno, resteranno migliaia di persone senza casa e intere comunità da ricostruire. È quella la fase nella quale non bisogna lasciare solo il Venezuela».

La tragedia arriva in un momento particolarmente delicato per il Paese. «Venivamo da mesi nei quali sembrava che qualcosa stesse finalmente cambiando», conclude. «Dopo anni difficilissimi, si intravedevano segnali di ripresa economica e sociale. Molti avevano ricominciato a sperare. Questo terremoto ci costringe ancora una volta a rimboccarci le maniche. In trent’anni abbiamo affrontato una crisi dopo l’altra. Pensavamo di poter guardare avanti, invece dobbiamo ricominciare quasi da capo».

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