Calcio

Pacione: «Io, la Juve e la notte con il Barcellona. Tifo Pescara e spero torni in alto»

6 Agosto 2026

L’ex attaccante di Cepagatti, Marco Pacione, si racconta: «Gli errori nella sfida contro gli spagnoli mi hanno segnato la carriera. Poi al Verona Bagnoli mi aiutò tanto. Agnelli? Stile unico, il primo giorno andai in giacca e cravatta»

PESCARA. Nel calcio, come nella vita, il destino a volte sbatte contro porte che rimangono chiuse, si perde dietro occasioni mancate, rincorre treni che passano una sola volta, oppure incrocia, magicamente, chi può fargli cambiare direzione. E nella storia calcistica e personale di Marco Pacione – ex attaccante, pescarese di nascita, veneto di adozione, 63 anni compiuti da poco e aspetto da professore di liceo – di percorsi che si sono intrecciati ce ne sono parecchi. A partire dai primi calci sui campi polverosi delle province di Pescara e Chieti, prima nell’Ursus Pescara, poi nel Cepagatti (la sua città d’origine) e infine nel River Chieti con cui ha vinto un titolo nazionale Allievi. «Pensi che mio figlio Gianmarco ha conosciuto la sua compagna al lido Riccio di Ortona durante una vacanza. Poi ho saputo che si trattava della figlia di un mio avversario in quei campionati giovanili abruzzesi. Un difensore roccioso, si diceva».

Quando i difensori marcavano a uomo?

«Il calcio si è evoluto. Allora Il calcio italiano si esprimeva in maniera diversa e i difensori non ti facevano muovere. Però credo che quelli moderni, non solo gli italiani, sono migliorati nelle letture delle azioni e gli attaccanti hanno molta più libertà».

Quante gomitate ha preso?

(sorride) «Se volevi sopravvivere dovevi imparare a lottare in campo. L’altro giorno un amico mi ha mostrato una statistica di una stagione con il Verona. In un campionato abbiamo segnato solo 17 gol in 30 partite e ci siamo comunque salvati. Significava difese asfissianti e nessuna vergogna di giocare per il pareggio».

Ben 15 anni da giocatore professionista, 26 anni da dirigente del Chievo Verona ed ha ancora voglia di fare calcio.

«Da un paio di mesi sono il direttore sportivo del Caldiero Terme, ora in serie D, ma con una esperienza in C due stagioni fa. È una bella società, c’è molto entusiasmo, si lavora bene anche con i giovani. E in questo clima riesco a trovare gli stimoli giusti».

Si deve ripartire da quì per curare il calcio italiano?

«La bacchetta magica non ce l’ha nessuno ma credo che puntare sui giovani italiani sia essenziale. È una formula semplice: i giovani devono confrontarsi ad alti livelli e per farlo devono giocare ed acquisire esperienza e personalità, com’è capitato a me».

Racconti.

«Ho avuto la fortuna di crescere nel settore giovanile dell’Atalanta, uno dei migliori d’Italia, e quelli bravi avevano uno sbocco in prima squadra. Ho esordito in serie B nella stagione 1982/1983 insieme a Roberto Donadoni».

C’erano più possibilità? «Sicuramente, era un’altra epoca. C’erano in rosa solo due stranieri e per i giovani era più semplice emergere e affrontare il calcio vero».

E a 21 anni è sbarcato alla Juventus.

«Esatto. Ho fatto parte di una squadra di grandi campioni».

È vero che nella Juve si cresceva nelle gerarchie dello spogliatoio in base a quante telefonate arrivavano dall’Avvocato Agnelli?

(Ride) «A me non ha mai telefonato. L’Avvocato chiamava i leader del gruppo: Scirea, Platini, Cabrini. Per quelli più giovani gli unici contatti con Agnelli li potevi avere a Villar Perosa durante il ritiro, quando arrivava con l’elicottero, e nello spogliatoio a fine primo tempo quando restava in silenzio ad ascoltare Trapattoni».

Lo stile Juve era un modo di vivere?

«Era un modo di essere. Quando sono stato ceduto dall’Atalanta alla Juventus il mio direttore sportivo mi consigliò di comprarmi un abito perchè il primo giorno avrei dovuto presentarmi sbarbato, con i capelli in ordine e in giacca e cravatta. Ricordo di essere arrivato così in galleria San Federico, nella sede della Vecchia Signora».

Quel quarto di finale di Coppa dei Campioni con il Barcellona del 1986, è stato per lei uno sliding door?

«È una partita che mi ha segnato, è vero. Mi è capitata la serata storta in una sfida importante ed è rimasta nel ricordo di tutti. Ma evidentemente doveva andare così».

Per i più giovani: 1-0 per il Barcellona all’andata, la Juve campione d’Europa e del mondo era la grande favorita del torneo. Al ritorno finisce 1-1: sullo 0-0 lei ha due grandissime occasioni per segnare. Ricorda?

«La prima occasione, soprattutto. Laudrup mi diede un bel pallone e io provai a colpire d’esterno. Il campo purtroppo non era bello, la palla rimbalzò male e sbagliai Sulla seconda occasione arrivai semplicemente in leggero ritardo sul cross da destra. Poi, sempre nel primo tempo, il portiere del Barcellona fece una bella parata su un mio tiro al volo. Il vero dispiacere fu l’eliminazione».

La legge del calcio è così crudele?

«Quella partita poteva dare una svolta alla mia carriera. Ma Dopo 40 anni voglio pensarla al contrario, sportivamente quella serata non è stata un granchè ma la vita, dopo, mi ha spiegato il perchè».

Perchè?

«Da quella Juventus, che comunque vinse lo scudetto e la Coppa Intercontinentale, sono passato al Verona e nella città di Giulietta e Romeo ho conosciuto e sposato mia moglie Esmeralda».

Il Verona di Osvaldo Bagnoli.

«Sono stato al suo funerale. Con lui ho trascorso cinque anni della mia carriera, tre nell'Hellas e due al Genoa. Grazie a lui sono arrivato nelle coppe europee. Immagini che mi diede la fascia da capitano a 24 anni, e non era una cosa da poco in quella serie A. Mi ha fatto diventare uomo».

Si racconta che non le mandava a dire.

«Abbiamo avuto dei momenti di confronto, anche duro. Lui parlava chiaro, da milanese della Bovisa. E non è un caso che quegli spogliatoi erano fantastici. C’era gente come Galderisi, De Gennaro ed Elkjaer a Verona; Aguilera, Collovati, Signorini ed Eranio a Genova».

Quando non esisteva la costruzione dal basso.

(sorride) «Bisognerebbe farlo quando si può. Esasperare alcune situazioni di gioco può diventare controproducente, però questo è il momento in cui tutti adottano questa tattica e se non ti adegui non sei all’avanguardia».

Una palla lunga ogni tanto?

(ride) «Ho avuto degli allenatori che dicevano: il calcio è raggiungere la porta avversaria nel minor tempo possibile. Se avevi in squadra un libero dai piedi buoni, noi attaccanti avevamo il compito di aggiustare la palla per i centrocampisti che andavano in porta senza pensarci troppo».

L’ultimo campionato del mondo le è piaciuto?

«Un Mondiale con un’impronta americana, nel bene e nel male. Ho apprezzato il fatto che abbia vinto la squadra che ha giocato meglio a calcio (la Spagna, ndc), ed è l’aspetto che ci riconcilia con questo sport».

Tornando all'Abruzzo, anche lei ha creduto che il Pescara potesse salvarsi l'anno scorso?

«Ci avevo creduto. E’ stata una stagione sfortunata. Ero presente a Padova e c’ero anche con la Sampdoria all’Adriatico. Pescara è una grande piazza e merita molto di più. Sono convinto che presto tornerà nel calcio che conta».

Quel rigore contro il Padova lei lo avrebbe tirato?

«Si. Il calcio di rigore è qualcosa che ti devi sentire dentro. Nella mia carriera ho visto sbagliare anche Diego Maradona, una volta che ci ho giocato contro. Tanto di cappello per quelli che si prendono la responsabilità di andare sul dischetto. Senza fare riferimenti particolari a quel pomeriggio del primo maggio».

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