Tocci: «Quattro pallottole di fucile nel mio corpo, da 35 anni ripenso alla Uno bianca»

14 Maggio 2026

Il carabiniere in congedo è un sopravvissuto della banda armata: «A Rimini ci spararono 45 colpi di fucile, adesso cerco la verità sui mandanti»

PESCARA. Vito Tocci, originario di Campo di Giove, è un miracolato: carabiniere in congedo, è uno dei sopravvissuti della banda della Uno Bianca che, tra il 1987 e il 1994, imperversava in Emilia Romagna, sconfinando anche nelle Marche. Era un’Italia profondamente diversa da quella di oggi: c’erano ancora la Democrazia Cristiana e il Partito socialista e il 1992 di Tangentopoli, che avrebbe riscritto anche le mappe della politica, era ancora lontano. In questa Italia era ambientata la storia sanguinosa della Uno bianca: 24 morti e 103 feriti. Tra questi ultimi anche Tocci, sopravvissuto a 45 pallottole di fucile esplose in un agguato; 7 proiettili gli si sono conficcati nel corpo e 4 sono ancora lì, dentro di lui. Si chiama “4 proiettili dentro di me” un’altra puntata di “31 minuti” in onda questa sera alle ore 22.30 su Rete8 (riprese e montaggio di Giuliano Vernaschi, regia di Danilo Cinquino, ottimizzazione di Antonio D’Ottavio).

Signor Tocci, perché da giovane scelse di fare il carabiniere?

«Per orgoglio. Indossare la divisa dell’Arma per me significava dignità, responsabilità e dovere verso lo Stato; era un atto di fedeltà verso i cittadini. Sentivo l’importanza di esserci, di proteggere i più deboli e garantire la sicurezza di tutti».

E oggi, quando vede una pattuglia per strada, cosa prova?

«Oggi è tutto diverso rispetto a ieri. Le tecnologie sono cambiate, l’Arma è molto avanzata professionalmente e vedo nei carabinieri di oggi una grande serietà e consapevolezza del proprio ruolo».

30 aprile 1991, Rimini: se la ricorda quella notte?

«Era l’1.40. Eravamo impegnati in un servizio di controllo del territorio e stavamo imboccando via Siracusa, nei pressi della ferrovia. All’improvviso sentimmo il primo boato: un fucile che sparava da una distanza ravvicinata, appena quattro metri».

I colpi arrivarono da dietro?

«Sì, il primo sparo colpì il lunotto posteriore e andò a conficcarsi nel parabrezza davanti. L’agguato era stato studiato nei minimi dettagli: scelsero un punto sotto un cavalcavia dove il muro di cinta faceva da imbuto, centrando perfettamente la nostra auto al passaggio».

In quel momento ha pensato subito alla banda della Uno bianca?

«Appena sentii il colpo, l’immagine andò subito alla strage del Pilastro. Gridai all’autista di accelerare per uscire da quella trappola mortale, perché continuavano a sparare senza sosta. Mentre fuggivamo, presi la radio e schiacciai il tasto dell’allarme per chiedere soccorso immediato alle altre pattuglie».

E quanto durò la fuga?

«Più che una fuga, fu la necessità di uscire dalla linea di tiro. Sarei stato pronto a tornare indietro e rispondere, ma quando schiacciai l’allarme ebbi l'impressione che fossero sintonizzati sulle nostre frequenze».

Sapevano le vostre mosse?

«Sì, erano lì con la chiara intenzione di ucciderci. Fu un agguato terroristico in piena regola, di una violenza inaudita. Non volevano soldi: volevano colpire lo Stato».

Negli anni ’90 la Uno Bianca terrorizzava l'Italia: ne parlavano tutti, televisioni e giornali. Voi, in prima linea, avevate paura?

«No, perché siamo servitori dello Stato e siamo stati addestrati per questo. Ma la consapevolezza del pericolo c’era: l’immagine della brutalità usata contro i tre colleghi del Pilastro era impossibile da dimenticare. Dopo quella strage, sapevamo di essere tutti dei bersagli».

Nel 1994 l’arresto dei fratelli Savi: cosa provò quel giorno?

«Quando presero i Savi e il resto della banda – 6 persone in tutto – provai un senso di euforia. Sentii la mente liberarsi da un’oscurità che mi portavo addosso. Fino a quel momento era stato il delitto di ignoti; vivevo in una tensione costante perché non sapevo chi mi avesse sparato».

Ma oggi, dopo tutti questi anni, ci sono ancora punti oscuri. Si chiariranno mai?

«Noi vittime abbiamo presentato un esposto, indicando con trasparenza dove, secondo noi, si nascondono le zone d'ombra. Ora spetta alla magistratura e agli inquirenti indagare».

Roberto Savi è tornato a parlare in tv, accennando a un coinvolgimento dei servizi segreti. Lei cosa ne pensa?

«Trovo indignante che una trasmissione come “Belve Crime” dia spazio a Roberto Savi per fare show. La prima cosa che dovrebbe fare è andare dai magistrati e riferire tutto ciò che sa. L’ho guardato con attenzione: è rimasto lucido e freddo come quando sparava. La sua intervista era piena di messaggi in codice. Mentre definiva suo fratello Fabio un “infame”, ha fatto il gesto dell'impiccato. Sappiamo che pochi mesi fa si è suicidato Pietro Gugliotto... c’è molto da analizzare in quel comportamento. Savi non è un povero malato, è un uomo astuto».

Cosa si prova, da casa, a vedere in tv l'uomo che le ha sparato, mentre lei convive ancora con quattro pallottole nel corpo?

«È vergognoso. Non si può fare spettacolo su questo dolore. Savi deve parlare con i giudici, non con le telecamere. Noi non gli concederemo mai il perdono, anche perché lui non ha alcun desiderio di essere perdonato. Mi è parso la stessa persona spietata di allora».

La banda non cercava solo denaro?

«Assolutamente no. Spesso le loro rapine fruttavano pochi spiccioli. Ammazzavano nomadi, persone inermi, carabinieri. Ci sono feriti che ancora oggi, dopo 35 anni, hanno paura di uscire di casa. Agivano per destabilizzare, con ferocia terroristica».

Come facevate voi carabinieri a gestire crimini così feroci commessi da persone che, si scoprì poi, indossavano la divisa della Polizia?

«Eravamo pronti, ma non c’erano tracce perché avevano la copertura della divisa. Nessuno poteva immaginare che dietro quegli assalti ci fossero poliziotti e non delinquenti comuni».

Da uomo delle istituzioni, quanto la ferisce questo tradimento?

«Mi fa rabbia. C’è un intero corpo della polizia di Stato che lavora con sacrificio e professionalità; non è giusto che venga infangato per colpa di cinque o sei individui, o di chi ancora li copre. Credo ci siano stati errori gravissimi nelle indagini».

Errori o depistaggi?

«Entrambe le cose. Ci sono stati depistaggi».

Alla Uno bianca ci pensa ogni giorno oppure a volte le capita di non pensarci?

«È la sofferenza che porto con me da 35 anni. Quell’immagine è impressa nella mia memoria, indelebile».

Sente ancora i proiettili dentro di sé?

«Sì, sono quattro pallottole con cui devo convivere per tutta la vita. Ma vorrei convivere anche con la verità. Penso che un giorno avrò questa soddisfazione. La meritano le vittime, le famiglie che hanno perso figli, i cittadini senegalesi uccisi a sangue freddo. In ogni vittima il male resta per sempre. Questa vicenda deve servire da insegnamento nelle scuole: dobbiamo parlarne per evitare che accada di nuovo. Vorrei portare una mostra in Abruzzo, perché molti non conoscono ancora a fondo questa storia dalle oscurità infinite».

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