L’addio di Starmer, il riarmo e il club dei guerrapiattisti

Fuori uno. Ieri, con la rovinosa cacciata di del primo ministro britannico dal governo del Labour, perde pezzi il fantomatico “Gruppo E3”, quello dei tre capi di governo “Guerrapiattisti” che hanno soffiato in ogni modo sul fuoco del conflitto tra Ucraina e Russia
Fuori uno. Ieri, con la rovinosa cacciata di Keir Starmer dal governo del Labour, perde pezzi il fantomatico “Gruppo E3”, quello dei tre capi di governo “Guerrapiattisti” che hanno soffiato in ogni modo sul fuoco del conflitto tra Ucraina e Russia (invece di lavorare per favorire un trattato di pace). Questo strano club, da ieri ha iniziato a dissolversi, eppure solo due settimane fa si era permesso di contestare il legittimo inviato di tutta l’Ue, il portoghese Antonio Costa (unico e legittimo Presidente del Consiglio europeo) e aveva annunciato davvero qualcosa di surreale: il gruppo dei tre premier – infatti – aveva scelto d’arbitrio di tagliare fuori dalla cabina di regia persino alcuni Paesi fondatori (ad esempio il nostro), e addirittura alcuni dei principali alleati dell’Ucraina (ad esempio la Polonia), che pure da Paese confinante aveva sostenuto militarmente lo sforzo bellico e accolto 100mila profughi al confine (solo nelle prime 48 ore della guerra). Per queste scelte, per la linea tenuta su Palestina e Libano, nonché per le sue politiche sociali rigoriste, il governo Starmer ha subìto una incredibile emorragia di consensi in tutte le elezioni suppletive, finché il primo ministro e cancelliere (con la più classica manovra di autoconservazione politica) , dopo aver subìto e favorito ben due scissioni dei propri critici, dopo aver addirittura espulso persino il regista Ken Loach, è stato mandato a casa dai suoi stessi fedelissimi. Prima di andarsene Starmer era riuscito a inimicarsi chiunque, in Gran Bretagna, con un provvedimento che in nome del suddetto rigore, tagliava persino il sussidio per il riscaldamento agli anziani bisognosi. Un Harakiri con cui il Labour aveva regalato consensi sia a sinistra (ai neonati Verdi, trionfanti nelle elezioni amministrative) che a destra a Reform Uk (il partito di Nigel Farage).
Ma torniamo all’impegno di Starmer nel gruppo E3 dei volenterosi: l’elemento a dir poco surreale (e purtroppo spesso neanche citato da alcuni dei principali commentatori nostrani), è che la Gran Bretagna pretendeva di dare le carte in nome dell’Europa, dopo aver scelto di uscirne al termine di un solenne e combattutissimo referendum sulla Brexit: nell’E3, quindi, non c’erano l’Italia, la Polonia e nemmeno gli altri ventidue Paesi che fanno parte della Comunità, ma a prendere decisioni nel più ristretto e informale degli organismi, c’era un paese che ne era uscita. Un assurdo.
La forza delle lobbies della guerra a tutti i costi e la potenza della propaganda hanno fatto saltare alcuni dei principi minimi della logica: guerrapiattisti come i terrapiattisti: per postulato. D’altra parte (altra notizia quasi occultata), né le assenze e né le presenze in questi tavoli erano casuali: questa settimana tra l’Ucraina e la Polonia è esplosa una polemica terribile sulla scelta più sorprendente fatta da Wolodimyr Zelensky, quella di commemorare con tutti i più solenni onori “l’Esercito Insurrezionale Ucraino” (meglio noto come Upa): ovvero la formazione paramilitare che nacque nel 1942, per raccogliere tutti gli ucraini che simpatizzavano per il Terzo Reich di Adolf Hitler e che desideravano sostenere il suo sforzo bellico. L’Upa (che aveva come bandiera uno stemma con il tridente) si macchiò di crimini terrificanti: su tutti, come raccontato anche da una studiosa dell’Olocausto come Hannah Arendt, quello di aver partecipato attivamente alla Shoah, deportando ebrei da tutto il paese. Le maggiori efferatezze si svolsero nella Volhynia, la regione In cui questi miliziani filo-nazisti massacrarono anche a colpi di ascia oltre 100.00 polacchi (bambini, donne e anziani compresi).
La scelta di Zelensky di acclamare come “eroi nazionali” i combattenti dell’Upa ha prodotto una enorme crisi diplomatica tra i due Paesi. Il presidente della Repubblica di Varsavia, il conservatore polacco, Karol Nawrocki, tre giorni fa ha chiesto a Zelensky la restituzione della medaglia dell'Ordine dell'Aquila Bianca (che gli era stata conferita con tutti gli onori nel 2023). E da allora decine di segnali di protesta anti Ucraina attraversano la Polonia: satira feroce, richiesta di restituzioni delle armi e degli aiuti, insulti e accuse di ingratitudine. Nel vertice tenuto proprio a Londra, l’ultimo del povero Starmer, il primo ministro ucraino aveva detto esplicitamente: “Datemi il sostegno per attaccare Mosca”. Proclama che come sappiamo è stato subito messo in atto, innescando un enorme rischio di escalation contro una superpotenza nucleare. Di certo nessuno potrà definire “pacifisti” gli ipermilitaristi polacchi. Eppure tutti questi Paesi (compreso il nostro) avevano tenuto (ricordate il dibattito al tempo del governo di Mario Draghi sulle cosiddette armi “difensive”?) una linea opposta. Ovvero il logico sostegno all’Ucraina aggredita, a patto di limitare il potenziale di questa rappresaglia nel contributo degli eserciti europei. È davvero incredibile che questo sforzo anche bellico, dopo aver portato il governo di Kiev ad incassare dall’Unione un sostegno complessivo che ha superato i 200,4 miliardi tra contributi militari, economici, umanitari e bilaterali, sia stato cancellato senza consultare chi quei soldi li aveva tirati fuori. E questo è un altro paradosso dell’Europa dei “volenterosi”: è stata negata ai paesi europei qualsiasi possibilità di fare debito per spese sociali e civili, lasciando questa possibilità solo per le spese militari. Dopodiché i governi che hanno sostenuto queste politiche (dopo Starmer toccherà anche a Emmanuel Macron) nelle urne vengono svuotate di consensi da movimenti sovranisti, di destra radicale e “Maga”, che impugnano la bandiera della pace. Gli Starmer e i Macron scompaiono nel nulla, le loro politiche militariste rischiano di restare con nuovi interpreti. Quanto al terzo protagonista del terzetto, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, leader del centrodestra a Berlino, si sta dissanguando elettoralmente pure lui. Quando è stato eletto i suoi rivali neonazisti dell’Afd erano il secondo partito (con il 20%), adesso sono in testa in tutti i sondaggi, primo partito, accreditato di una percentuale che oscilla ormai tra il 27% e addirittura il 28%. Il tradimento dei governi “moderati” o “di centrosinistra”, sta finendo per ingrassare le fila di partiti che sono contrari alla guerra da posizioni filorusse e filoputiniane. Ovviamente da posizioni di destra radicale, compreso il nostro neonato Fnv. Un bel capolavoro.
Intanto la Germania di Mertz ha avviato la più grande operazione di riarmo mai programmata dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il nuovo budget per la Difesa ha raggiunto una stima di spesa di 108 miliardi di euro (che poi saliranno a 140 miliardi). Immaginate se dopo una sconfitta elettorale, questa macchina bellica dovesse cadere nelle mani dei neonazisti di Alice Weidel. L’unica cosa certa è che da quando l’America di Donald Trump ha negato il suo sostegno logistico militare a Kiev, nel ruolo di principali supporter e consiglieri strategiche sono subentrati (anche con intelligence e istruttori) proprio i tedeschi, che hanno iniziato il loro “nuovo” apprendistato alla guerra (beffa del destino) proprio dove avevano chiuso la loro ultima precedente esperienza, con l’Operazione Barbarossa voluta da Hitler.
Quindi, per tornare a Starmer, e alla sua espressione di sgomento, ieri, quella inebetita di un leader scavalcato dagli eventi senza consapevolezza, non c’è dubbio: forse il sindaco di Manchester Andy Burnham, nuovo leader del Labour cambierà questa deriva, forse no, di certo non piangeremo una lacrima per la fronte inutilmente spaziosa del povero Sir Keir, uno di quelli destinati a finire presto nel dimenticatoio della storia, dopo aver vinto il biglietto della lotteria. Auguri.

