Casini: «In politica c’è un’epidemia di Zarathustra, sono convinti di avere la verità in mano»

Parla il senatore, in Parlamento dal 1983: «Bisogna guardare le sfumature. L’esempio è l’Ucraina: tutti vogliono la pace, ma non si può vendere il Paese»
PESCARA. Pier Ferdinando Casini, 70 anni. Dal 1983 siede ininterrottamente in Parlamento. Figlio della Democrazia Cristiana, ha attraversato destra e sinistra, cercando sempre di rimanere al centro. Nel corso di questi 43 anni è stato deputato, senatore, presidente della Camera e dell’Unione interparlamentare. Insomma, è sopravvissuto alla Prima Repubblica e anche alla seconda. Oggi, alle 10, sarà all’Aurum di Pescara per l’Abruzzo Economy Summit. Il suo sguardo sull’Italia e sul mondo aiuta a capire chi eravamo, chi siamo e dove stiamo andando.
Onorevole Casini, quasi mezzo secolo dopo il suo ingresso in Parlamento c’è un successo di cui va particolarmente fiero e un rimpianto per un grave errore commesso?
«Di almeno due vittorie sono orgoglioso. La prima è la visita di Giovanni Paolo II in Parlamento, perché ha aperto una pagina importante dei rapporti tra Santa Sede».
E l’altra?
«Quando, da presidente dell’Unione interparlamentare, ho favorito l’ingresso a titolo permanente nell’Unione dell’Autorità nazionale palestinese. Con il beneplacito degli israeliani».
Sembra un tempo molto lontano.
«Erano due epoche diverse, i falchi allora stavano in gabbia. Ancora si cercava di concretizzare la formula: due popoli e due Stati».
I falchi oggi si chiamano Smotrich, Ben Gvir: che effetto fa, a un cattolico come lei, vedere la religione resa funzionale alla violenza dell’uomo sull’uomo?
«Un disagio profondissimo e una pena ancor più grande, perché queste persone fanno il male dello Stato di Israele».
Al suo rimpianto in politica ci arriviamo dopo. Lei è l’uomo del centro per antonomasia intervistato dal Centro: qual è il suo miglior slogan che possiamo “rubarle”?
«“Il centro non è un luogo geografico, ma una predisposizione dell’animo”».
Declinato in politica, che significa?
«Per essere un uomo di centro bisogna avere la capacità assoluta di ascoltare tutti e soprattutto non essere così integralisti da pensare di essere depositari della verità».
Per questo oggi il centro è in difficoltà? La politica si è radicalizzata.
«In Italia come nel mondo, soffriamo di un’epidemia di Zarathustra».
Un Paese di profeti?
«In tanti sono convinti di essere depositari della verità, ma quando si va avanti con la vita politica si capisce che non tutto è bianco e nero, ma che esistono delle zone grige».
E che si fa con le zone grige?
«Ci si sforza di comprenderle».
Gli “Zarathustra” di oggi non si sforzano?
«Ragionano a slogan, pensano ai voti».
Anche in passato si pensava ai voti.
«Certo, non è che non ci fosse demagogia. Ma esisteva un senso del limite. Oggi non c’è più».
Perché?
«Non ci sono più i partiti ideologici, non si forma più la classe dirigente: chi sono i nuovi dei? Chi ha successo in rete. E lì lo spazio per il ragionamento è nettamente inferiore. Lo slogan prevale sempre».
Dunque?
«Dunque tutto ciò ha delle conseguenze negative. Si dà l’impressione che esistano risposte semplici a problemi difficili, che invece richiedono soluzioni complesse».
C’è della nostalgia verso il passato?
«Rispetto ad allora la politica ha perso la sua capacità pedagogica. Ma la politica non può essere solo l’amplificazione delle sensazioni, deve spiegare i problemi e offrire soluzioni».
Un esempio concreto?
«Prendiamo il tema della pace. Tutti la vogliamo».
Ma?
«Ma non siamo dei fanciulli, non possiamo pensare di vendere l’Ucraina in nome della pace. Servirebbe solo ad amplificare l’aria di insicurezza in Europa. Il punto è che la pace è uno slogan che, a destra come a sinistra, attrae molto di più dello sforzo di analisi che qualcuno tenta ancora di portare avanti».
Pensa che l’Ue abbia commesso qualche errore nella gestione del conflitto?
«È connessa lateralmente alla guerra, ma la scelta di avere un fornitore unico di energia, la Russia, è stata sbagliata».
La Russia di Putin è sempre stata questa, anche quando compravamo il loro gas.
«L’Europa ha ampiamente sottovalutato l’involuzione autoritaria di Putin, ma poi si è anche presa delle responsabilità: di fronte al disimpegno americano, è stata l’Ue a sostenere l’Ucraina».
In questi quattro anni Meloni è sempre stata ferma su questo punto.
«Come presidente del Consiglio, ha grandi meriti su questo. Così come la Schlein, che è riuscita a non farsi travolgere dal pacifismo di sinistra».
È un endorsement alla Schlein in vista delle primarie?
«Non voglio interferire. Non partecipo alla vita del Pd: sono solo il parlamentare del mio collegio».
E della legge elettorale cosa ne pensa?
«A parte che credo in un’eterogenesi dei fini delle leggi elettorali – producono risultati diversi da quelli che si aspetta chi le scrive – ma lascia irrisolte le questioni politiche sotto al tappeto».
E cioè?
«Un Vannacci che ha chiaramente alterato le dinamiche della destra e un’opposizione che è ancora in cerca della sua identità».
Crede che Meloni e Vannacci troveranno un accordo?
«È troppo intelligente per stringerci un accordo. Meloni fa della coerenza un suo punto di forza: non pensò che ci rinuncerà per vincere le elezioni con Vannacci, che a quel punto avrebbe la golden share del suo governo».
Non le conviene?
«Per Meloni avrebbe solo svantaggi, per Vannacci solo vantaggi».
Però avrebbe molte più chance di vincere le elezioni.
«Meglio giocarsi la carta della stabilità che ha saputo dare in questi anni al Paese. Che lo abbia fatto bene o male è un altro discorso, ma la longevità del suo governo non è una banalità».
Ha seguito questa vicenda della gonna “corta” o “lunga” di Tajani e il “senza gonna” di Vannacci?
«Mi avvalgo di uno dei vantaggi della mia età: quello di stare fuori da queste cose, perché è una disputa degradante».
Quell’uscita di Tajani non l’ha sorpresa?
«Lo conosco da tanti anni. Penso sia un periodo in cui è un po’ più stanco. A forza di girare il mondo, può capitare».
E di Vannacci che idea si è fatto?
«Nessuna idea, perché non lo conosco. Ammetto una sua certa abilità mediatica, ma non so se sia una qualità propria o se le cose gliele suggeriscono».
Non mi ha ancora detto se ha qualche rimpianto dei suoi 43 anni in politica.
«Solo gli sciocchi non ne hanno».
Qual è quello che rimpiange di più?
«Mi trovi un politico che non ha commesso errori... Anche Angela Merkel, che ha fatto tante cose positive, ha sbagliato con l’interdipendenza energetica tra Germania e Russia».
E lei quando ha sbagliato?
«Nella fase finale della vita della Dc ho fatto degli errori, certo».
Il Ccd, l’alleanza con Berlusconi, il Polo delle libertà.
«Pensavo che fosse il modo migliore per rispondere ai profondi cambiamenti di quel tempo».
Com’era il suo rapporto con Berlusconi?
«Tra di noi c’è sempre stata una grande amicizia. Certo che quegli anni sono state rose, ma anche spine».
Si candiderà alle prossime elezioni?
Casini sorride e non risponde. Non vuole scoprire le carte. Nell’epoca della politica come slogan, preferisce puntare sulla complessità.
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