Qualcosa di sinistra per l’Italia. Cosa ci lascia il voto negli Stati Uniti

Sappiamo che dopo ogni vittoria di qualche partito progressista nel mondo, subito nel centrosinistra italiano scatta la tentazione di replicare qui gli ingredienti di vittorie lontane: a volte si copia lo stile di comunicazione, a volte gli slogan, come fece Walter Veltroni con Barack Obama.
Dunque, cosa si può copiare dall’onda blu democratica che ha travolto i Repubblicani di Donald Trump alle elezioni di midterm del 3 novembre?
La risposta generale sembra essere che si può vincere anche con un programma radicale, o forse che si può vincere soltanto se c’è un programma radicale.
I candidati più nuovi e con le idee più originali hanno prevalso in competizioni dall’esito incerto, come in Texas o in Michigan, dove una volta tutti gli strateghi elettorali avrebbero suggerito ai Democratici di spostarsi al centro.
Quello stravolgimento delle forme, delle idee e dei modi che Trump ha portato nei Repubblicani un decennio fa inizia forse a prevalere anche tra i Democratici.
Dunque, quali idee dei nuovi eroi progressisti possono ispirare il centrosinistra italiano?
QUANTO CONTA LA SANITÀ
C’è un dibattito un tempo tutto americano, quello sulla troppo privata sanità, che però inizia a essere rilevante anche qua da noi. Molti dei candidati vincenti propongono il sistema Medicare for all, cioè una copertura sanitaria pubblica universale, più ampia dell’attuale Medicare, che riguarda soprattutto le persone dai 65 anni in su.
Dieci anni fa era una proposta del senatore del Vermont Bernie Sanders che sembrava un suicidio politico, specie dopo la tormentata approvazione della riforma sanitaria di Barack Obama: gli americani temono il cambiamento più di ogni altra cosa, chi ha una assicurazione sanitaria, per quanto precaria e costosa, non vuole rischiare di peggiorare la propria situazione.
Oggi il Medicare for all è un’idea che, con forme e modalità diverse, propongono molti dei nuovi senatori Democratici, da Abdul El-Sayed del Michigan a James Talarico del Texas: le differenze sono sul rapporto tra pubblico e privato, su quanto il sistema debba diventare universalistico e vincolante, e sulla possibilità di poter optare o meno per le assicurazioni private come alternativa al pubblico.
Anche Elly Schlein, segretaria del PD, ha intuito da tempo che la salute è un tema cruciale, ma la sua proposta è solo di aumentare i fondi per un sistema che è sempre meno universalistico e sempre più americano, nel senso che chi può preferisce ricorrere al privato, specie se pagato da un’assicurazione fornita dal datore di lavoro.
L’attuale sistema sanitario italiano, con tutte le sue storture, è comunque molto più di sinistra di quanto il più radicale dei Democratici possa proporre. Ma da parte della sinistra italiana non c’è alcuna proposta di evoluzione comparabile, per rischio e impatto politico, a quella del Medicare for all negli Stati Uniti.
Un altro punto di contatto è l’idea che il salario minimo sia una delle risposte disponibili alla crisi da inflazione che erode il potere d’acquisto soprattutto dei più poveri. Negli Stati Uniti esiste già una specie di salario minimo federale a 7,25 dollari l’ora, ma molti Stati applicano una soglia più elevata.
James Talarico, che diventerà senatore Democratico del Texas, propone di portare il salario minimo federale a 15 dollari l’ora, Juliana Stratton, che ha vinto la corsa per il Senato in Illinois, propone addirittura 25 dollari, con un aumento del 245 per cento rispetto al livello attuale. Peggy Flanagan, eletta senatrice del Minnesota, si ferma in mezzo, 17 dollari ma indicizzato all’inflazione.
Sembra una leva facile, che scarica tutto il costo sulle aziende e restituisce immediato sollievo sia a chi lavora col salario minimo sia a chi è poco sopra, nella speranza che i salari bassi ma non minimi si adeguino al rialzo invece che al ribasso.
Il problema è che mentre un salario minimo federale da 7,25 dollari forse è troppo basso ovunque, uno da 25 dollari sarebbe così alto da sconvolgere l’economia americana, soprattutto usare la leva del salario minimo federale trascura completamente la differenza del costo della vita tra uno Stato e l’altro, New York non è il Tennessee.
La sinistra italiana si confronta con lo stesso problema: un salario minimo a 10 euro, che sembra la cifra su cui si sta orientando il “campo largo”, garantisce un tipo di sopravvivenza molto diversa a Napoli o a Milano che è il 60 per cento più cara.
Comunque, la proposta di alzare il salario minimo è di gran lunga più realizzabile di molte altre idee anti-inflazione: impedire alle aziende quotate in Borsa di comprare le case delle famiglie, come vorrebbe il texano James Talarico, non farà aumentare l’offerta di abitazioni disponibili e dunque non ridurrà i prezzi degli affitti.
Idem per il tetto tra l’1 e il 3 per cento all’aumento degli affitti, proposto da Melat Kiros, deputata Democratica del Colorado, che vorrebbe anche cancellare tutto il debito universitario federale, 1.700 miliardi di dollari per 42,3 milioni di persone che si sono indebitate per studiare.
SOLDI E POTERE
Tra i nuovi leader radicali, El-Sayed è quello che ha assorbito in maniera più piena e convinta l’agenda antitrust che aveva ispirato alcune delle scelte più nette dell’amministrazione Biden: vuole far scendere i prezzi non per decreto, ma riducendo il potere degli oligopoli che stabiliscono i rincari.
Vuole, per esempio, smembrare i gruppi sanitari privati che controllano gli ospedali e introdurre nuovi limiti alle fusioni che aumentano potere di mercato e riducono la concorrenza.
In Italia la sinistra ha un po’ inseguito la destra nel cercare di tassare gli extra-profitti, sempre difficili da definire, ma è dai tempi delle liberalizzazioni di Pier Luigi Bersani di vent’anni fa che non mette la concorrenza al centro della sua agenda politica.
La tensione tra i due approcci, quello che cerca di evitare che le distorsioni si accumulino e quello che prova a correggerle dopo, si vede anche nell’approccio dei Democratici americani all’intelligenza artificiale e al problema dei data center, che assorbono così tanta energia da far salire la bolletta delle famiglie nella zona dove vengono costruiti.
Un po’ tutti i candidati Democratici propongono qualche moratoria o limite alla costruzione di nuovi data center.
Ma James Talarico vorrebbe tassare i grandi gruppi dell’intelligenza artificiale per redistribuire i benefici prodotti dalla tecnologia, El-Sayed suggerisce invece di far entrare lo Stato direttamente nell’azionariato, così da poter condizionare lo sviluppo dell’AI e non soltanto per incassarne una quota dei profitti.
Addirittura El-Sayed propone che la maggioranza dei posti nei consigli di amministrazione delle aziende di intelligenza artificiale debba essere nominata dallo Stato o eletta.
Una proposta bizzarra, forse estrema, ma non più del piano di Dario Amodei, il fondatore di Anthropic, che conta di dominare con il suo 2 per cento del capitale l’azienda anche dopo la quotazione che prospetta un valore complessivo di 2.000 miliardi.
Perché la pretesa di Amodei dovrebbe essere più legittima di quella di El-Sayed?
Inserita in questo pacchetto di norme che hanno l’obiettivo chiaro di ridefinire i rapporti di potere nella società e restituire soldi e influenza a chi ha redditi medio-bassi, la proposta di una tassa anche ricorrente sui grandi patrimoni sembra un elemento quasi minore.
El-Sayed la vorrebbe annuale e per i patrimoni sopra il miliardo di dollari e per le plusvalenze sopra il milione, Talarico ha un’idea più creativa: una tassa speciale per le imprese che hanno una grande disuguaglianza salariale, dove il vertice guadagna 250 volte il salario mediano dei dipendenti.
Il programma del centrosinistra italiano è ancora un mistero, bisognerà aspettare almeno fine novembre per saperne di più. Ma se c’è uno spunto di riflessione che arriva dalle elezioni americane è che dopo lo sconvolgimento populista i candidati con identità e proposte nette sono competitivi.
Il secondo dato americano è che, a fianco di proposte tipiche della tradizione redistributiva che prevede tasse alte per finanziare più spesa pubblica, la nuova generazione dei Democratici interpreta la sua missione di riconquistare la classe media e i più poveri in senso più ampio.
Non vogliono restituire soltanto potere d’acquisto, cosa che in tempi di inflazione è comunque una priorità, ma anche senso, dignità, e capacità d’azione.
Per farlo uno dei modi è indebolire quei poteri che hanno contribuito al problema, cioè per esempio la costruzione di aziende sempre più grandi e potenti o la possibilità di scaricare i costi di certe scelte redditizie, come la costruzione dei data center, sul resto della società.
La sinistra italiana non ha ancora elaborato la sua sintesi, ma forse i risultati americani potranno accelerare il processo di costruzione di una nuova identità in vista del voto nel 2027.


