Tinto Brass, l’uomo che liberò il corpo dalla vergogna

Tutto merito suo se il Paese che per mezzo secolo guardava.
i film di nascosto oggi ha meno bisogno di nascondersi
A farlo rinchiudere su un’isola, quando aveva quattordici anni, fu il padre. Su un’altra isola Tinto Brass è morto, mercoledì mattina a Roma, a novantatré anni. Era Isola Farnese, il borgo alle porte della capitale dove viveva da mezzo secolo: una frana si era portata via l’unica strada, e a lui, in carrozzina, per raggiungere il mondo restava una scalinata di centoquarantuno gradini. Aveva passato la vita a scardinare porte. Se n’è andato sotto chiave.
L’isola dove il padre lo fece rinchiudere era San Clemente, nella laguna di Venezia: un manicomio femminile, lo stesso in cui era morta Ida Dalser, l’amante ripudiata di Mussolini. Alessandro, un avvocato penalista che Tinto ricordava come un gerarca in orbace, riteneva il figlio squilibrato. Tre anni dopo lo mise alla porta cambiando la serratura. Per la madre, succube del marito, Tinto era un irrealizzato. L’unico a credere in lui fu il nonno Italico, pittore. Vedendolo pasticciare con i colori lo chiamò Tintoretto, come il figlio del tintore diventato il più inquieto pittore di Venezia. Ne nacque Tinto, un soprannome che gli restò addosso per tutta la vita come un sigillo. Tintoretto aveva dipinto Susanna al bagno: nuda, si guarda in uno specchio, mentre due vecchi la spiano da dietro una siepe. Tinto non sarebbe più uscito da quel quadro, con la stessa forza visionaria, ma con gli occhi di Susanna.
Giovanni Brass era nato a Milano, il 26 marzo 1933, ma la sua città fu Venezia, che amò come una moglie, una madre e un’amante. Per accontentare il padre studiò legge, a Padova e poi a Ferrara, dove si laureò con una tesi sui contratti di lavoro nell’industria del cinema, che era già un modo elegante di disobbedire. Il suo compagno di studi fu l’erede del leggendario Harry’s Bar, Arrigo Cipriani. Di sua sorella, Carla, Tinto si innamorò subito. Andava a prenderla in barca davanti al bar e vogava fino alle secche di San Giorgio. Carla gli sarebbe rimasta accanto fino alla morte, sceneggiatrice e aiuto regista, ma soprattutto argine ai suoi eccessi. Gli fu così complice che la chiamavano Tinta.
Verso la fine degli anni Cinquanta Brass scappò a Parigi. Fece l’archivista alla Cinémathèque di Henri Langlois e passava le notti davanti allo schermo. Nelle brasserie frequentava Truffaut, Godard, Rohmer e Resnais, i ragazzi che stavano inventando la Nouvelle Vague. Fu assistente del grande Roberto Rossellini, ma a insegnargli a montare fu il documentarista olandese Joris Ivens, e proprio in sala montaggio, accanto a lui, Brass sfidò per la prima volta la censura. L’Italia non è un paese povero, il documentario che Ivens aveva girato per l’Eni di Enrico Mattei, era andato in onda sulla Rai amputato, e le copie integrali erano finite al macero. Ne restava una sola, quella che Brass teneva in sala montaggio perché ci stava lavorando come assistente di Ivens. La rubò e la riportò a Parigi; la pellicola tornò a vedersi soltanto nel 1977. Il ragazzo a cui il padre aveva tolto la libertà a San Clemente restituiva la libertà a un film condannato a sparire.
In Italia il suo cinema fu subito una barricata da cui combattere il conformismo del padre, dei padri e la censura che lo proteggeva. Esordì come regista nel 1963 con In capo al mondo, la giornata di un giovane disoccupato che vaga per Venezia e rifiuta la religione del posto fisso. La censura lo respinse e pretese che fosse rigirato da capo. Brass non girò un solo metro di pellicola nuova. Cambiò soltanto il titolo in “Chi lavora è perduto”, ancora più eversivo, ma la commissione lo lasciò passare. Al censore, evidentemente, basta l’etichetta. Erano gli anni della contestazione, e Brass la politica la fece anche fuori dal set: firmò la lettera in difesa dell’anarchico Pinelli e si schierò con i radicali di Pannella. Il figlio del gerarca, non per caso, era diventato un libertario. Intanto i film girati nella Londra di quegli anni, “Col cuore in gola” e “Nerosubianco”, avevano portato il suo nome oltre l’Oceano, e la Paramount gli propose di portare sullo schermo “Arancia meccanica”. Lui chiese di finire prima “L’urlo”, che stava girando, lo studio non aspettò e consegnò il romanzo a Stanley Kubrick. Fu un’occasione perduta, per lui e per il cinema italiano.
Nel 1971 vinse a Venezia con “La vacanza”: Vanessa Redgrave interpretava Immacolata, una contadina che il conte, finito di servirsene, fa rinchiudere in manicomio. Il ragazzo internato a San Clemente raccontava per la prima volta il manicomio da cui era uscito, e lo raccontava con gli occhi di una donna, come la Susanna di Tintoretto che guarda se stessa. Capì in quegli anni che la prigione più difficile da aprire era quella che ciascuno si porta dentro. A chi lo accusava di aver tradito l’impegno politico per l’erotismo rispondeva che passare dai furori rivoluzionari a quelli erotici non era affatto una diminuzione. Dalle sbarre di San Clemente era uscito da ragazzo, e se le era lasciate alle spalle. Da quelle che il padre e la buona educazione gli avevano piantato dentro, no: i tabù, la vergogna del proprio desiderio, la paura del giudizio degli altri. Per abbatterle le barricate non bastavano. Serviva un corpo nudo davanti a una macchina da presa, e qualcuno che avesse il coraggio non di abbassare gli occhi, ma, anzi, di costringere tutti a guardarlo.
Il sesso entrò nel suo cinema dalla porta del potere: con Salon Kitty raccontò il bordello berlinese dove le SS spiavano i clienti. Poi venne “Caligola”, il kolossal prodotto dall’editore di Penthouse Bob Guccione su una sceneggiatura di Gore Vidal. Guccione lo estromise dal montaggio e vi infilò scene pornografiche girate a sua insaputa. Brass disconobbe quel film e non ne parlò mai più. Aveva imparato che tra l’erotismo e la pornografia passa un paio di forbici. Il montaggio dava forma al desiderio; le forbici di Guccione lo avevano ridotto a carne da macello.
Con “La chiave”, nel 1983, mise in scena un romanzo di Tanizaki, trasportandolo nella Venezia fascista del 1940. Un vecchio professore lascia in vista la chiave del cassetto dove tiene il diario perché la moglie, Stefania Sandrelli, lo legga. Vuole risvegliarle il desiderio, e ci riesce fin troppo: quella passione non obbedisce più a lui. Nelle sue storie le donne guardano se stesse, negli specchi che riempiono le inquadrature, e decidono che cosa vogliono, mentre gli uomini restano a spiare, goffi e ridicoli come quei due vecchi. In “Così fan tutte” una moglie racconta al marito i propri tradimenti; in “Paprika” le ragazze dell’ultima Italia delle case chiuse, alla vigilia della legge Merlin, hanno la cinepresa dalla loro parte. Per decenni il cinema italiano aveva spiato il corpo femminile; Brass lasciò che fosse quel corpo a guardare, con la forza di un desiderio finalmente libero. L’eros, ripeteva, spaventa il potere, perché è fantasia, e la fantasia non si lascia arginare. È sovversiva per natura. Si può proibire un film e sequestrare una pellicola, ma nessuno è mai riuscito a impedire a qualcuno di immaginare.
Chi comandava, infatti, ebbe paura, e gli mise alle calcagna le procure. «Ho passato più tempo nei tribunali che dietro la macchina da presa», diceva Brass. Ventisette film, ventisette censure, eppure lo stesso Paese che lo giudicava immorale, la sera, gli scriveva di nascosto. Nel 1995 raccolse le lettere autentiche che gli spedivano gli spettatori e ne fece Fermo posta Tinto Brass. A Parigi, da ragazzo, aveva capito che con lo spettatore non si comunica attraverso la trama, ma attraverso le immagini. Mezzo secolo dopo un’Italia ingenua si raccontava così, per immagini senza storia. Con Fermo posta Tinto Brass ha anticipato di trent’anni i social, dove ciascuno confida a sconosciuti, da dietro uno schermo, desideri che non direbbe all’amico del cuore, alla moglie o al marito. A forza di guardare Brass, di nascosto, in videocassetta, a notte fonda sulle televisioni private, gli italiani hanno cambiato occhi senza accorgersene. Hanno imparato a guardare un corpo nudo senza sentirsi in colpa, e a non vergognarsi più di desiderarlo.
Nel 2006 Carla morì, e Tinto perse il suo argine. Poco dopo un’emorragia cerebrale gli portò via la memoria e la parola. Si risvegliò in un letto d’ospedale e pensò che l’unica scelta che gli restava fosse buttarsi dalla finestra. Lo salvò Caterina Varzi, avvocata con la passione della psicoanalisi, trent’anni più giovane di lui, che sposò nel 2017. La sera lei si spogliava davanti a lui che la guardava e si eccitava. Così Tinto ritrovò la voglia di vivere. L’eros che i giudici gli avevano contestato come un crimine e una vergogna, alla fine, gli restituì la vita. Poi i figli gli fecero causa per chiedere un amministratore di sostegno, e lui si paragonò a Sofocle, trascinato in giudizio dai suoi per incapacità. Ora la moglie e i figli, Bonifacio e Beatrice, hanno voluto per lui funerali privati. Negli ultimi anni anche il Paese che lo aveva processato ha cambiato idea, perché quel moralismo è morto prima di lui. Quest’estate la Mostra di Venezia ha aperto con “Col cuore in gola”, il suo giallo londinese del 1967, restaurato dal Centro sperimentale insieme a Netflix, e i giornalisti cinematografici gli hanno consegnato il premio Pietro Bianchi. Le istituzioni che per decenni lo avevano accusato di oscenità e gli avevano sequestrato i film, hanno smesso di avere paura dei corpi, e lo devono a lui.
A giugno, dal borgo che la frana aveva tagliato fuori dal mondo, il vecchio libertino ha scritto al presidente della Repubblica. Non per sé, precisava. Pensava ai ragazzini che non potevano più arrivare a scuola e ai vecchi di Isola Farnese che, come lui, quei centoquarantuno gradini non riuscivano più a farli. «Proteggere un cittadino significa restituirgli la strada, e con essa la libertà e la dignità». Già costretto sulla carrozzina, aveva dettato il proprio epitaffio: «Il prezzo che pago mi pare equo per quello che ho avuto». Il padre lo aveva giudicato squilibrato, i tribunali osceno.
Gli italiani, per mezzo secolo, lo hanno guardato di nascosto.
È merito suo se oggi hanno meno bisogno di nascondersi.
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