Giallo Maria Ionescu, preso il Dna del compagno. Sul corpo trovati segni di percosse

Contraddizioni nel racconto del convivente, ascoltato per altre 4 ore come persona informata sui fatti. «Il taglio sul collo? Lei mi ha accoltellato»
FRANCAVILLA AL MARE. Ha risposto per altre quattro ore alle domande del pubblico ministero Giancarlo Ciani. Quattro ore, negli uffici della questura di Taranto, in cui Vito Palagiano si è contraddetto più volte, inciampando nelle sue stesse parole. L’ex agente penitenziario, 67 anni, è stato ascoltato per la seconda volta nel giro di poco più di una settimana nell’inchiesta sulla morte della compagna Maria Ionescu, 66 anni, di origini romene. Una fine avvolta nel buio: trovata impiccata con il filo di ferro a un ulivo dopo essere misteriosamente scomparsa dall’autogrill Alento Ovest, di ritorno verso la Puglia con il convivente a seguito di qualche ora trascorsa a Rimini.
Sulla carta la sua veste non cambia. Palagiano non è indagato, nell’ambito del fascicolo aperto con l’ipotesi di «morte come conseguenza di altro reato» a carico di ignoti, ed è stato sentito come persona informata sui fatti. Ma chi indaga cerca certezze, non solo parole. I poliziotti della squadra mobile di Chieti, diretti dal commissario capo Francesco D’Antonio, su ordine del magistrato gli hanno prelevato il Dna. Lui non si è opposto e ha accettato che gli venisse fatto un tampone buccale. Ora parleranno i laboratori: il suo profilo genetico sarà confrontato con alcuni dei reperti sequestrati dopo la scoperta del corpo nelle campagne di contrada Santa Cecilia, a Francavilla al Mare. Compresi alcuni asciugamani sporchi di sangue recuperati all’interno dell’abitazione in cui la coppia viveva a Mottola, nel Tarantino.
Ed è proprio qui, attorno a quel sangue, che cominciano le contraddizioni. Sul collo di Vito, già dopo la scomparsa, è stata notata una ferita piuttosto fresca e profonda. Un taglio che esigeva una risposta. «È stata Maria a ferirmi con una coltellata», è il senso delle parole pronunciate dall’uomo per giustificare quel segno. Una scena che nel suo racconto assume tinte cupe: «Martedì 13 ottobre ci trovavamo all’interno di un bed & breakfast di Matera. Era strana, aveva gli occhi di fuori, era stralunata. Mi ha chiesto di piegarmi per prendere una cosa in uno stanzino e, in quell’occasione, mi ha ferito con un coltello da cucina. Stava male, diceva di volersene andare da Mottola perché le persone la criticavano. Poi nel primo pomeriggio siamo partiti per Rimini».
Una tesi durata lo spazio di pochi giorni. Giovedì scorso, dopo essere stato interrogato in procura a Chieti, i poliziotti avevano perquisito l’abitazione di Vito; in quel frangente lui aveva consegnato agli investigatori alcuni asciugamani sporchi di sangue con i quali, a suo dire, si sarebbe tamponato quella ferita al collo. Ieri, però, la brusca retromarcia: ha cambiato versione, sostenendo di averlo fatto con un altro strofinaccio che conservava nella casa di Mottola. Così, al termine dell’audizione, i poliziotti hanno raggiunto di nuovo l’appartamento per sequestrare quel panno.
Nel suo racconto Vito ribalta la prospettiva e sostiene, in un certo senso, di essere succube di Maria. Di sicuro, come riferiscono i vicini, nella coppia erano molto frequenti i litigi. Ma a parlare è soprattutto il cadavere della donna: nel corso dell’autopsia, sul corpo sono state trovate ecchimosi compatibili con segni di percosse. Chi gliele ha procurate? Quanto tempo prima della morte? Le risposte a queste domande potrebbero rivelarsi fondamentali per chiarire i contorni del giallo.
A completare il quadro investigativo c’è un’altra anomalia: la decisione dell’uomo di lavare la sua Mercedes non appena tornato a Mottola, quando non era ancora chiaro cosa fosse accaduto a Maria e le ricerche erano appena all’inizio. La versione di Palagiano, anche qui, punta tutto sulla normalità: la macchina era sporca, per questo aveva deciso di pulirla.
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