24 ottobre

Oggi, ma nel 1897, a Palermo, Francesco Noto, capo del clan malavitoso dell’Olivuzza e formalmente giardiniere della tenuta di famiglia del potente Ignazio Florio junior in quella zona del capoluogo siciliano, assassinava a colpi di lupara Vincenzo Lo Porto e Giuseppe Caruso, due cocchieri ritenuti affiliati alla cosca che avevano osato ribellarsi. Poi occultava i cadaveri dei due “picciotti” nella grotta situata nel fondo Laganà. Il duplice omicidio uscirà fuori grazie alle confessioni di Francesco Siino, capo della cosca di Malaspina che miracolosamente sfuggirà all’ agguato del 24 ottobre 1899 che gli verrà teso dal rivale nella vendita dei limoni Antonio Giammona, della cosca dell’Uditore. Quello reputato, verosimilmente, il primo pentito di mafia inizierà a “cantare” collaborando con il questore palermitano Ermanno Sangiorgi.
Che, anche grazie a tali rivelazioni, stilerà il rapporto che verrà identificato col suo cognome. Resoconto che verrà ritenuto dagli studiosi della criminalità organizzata dell’isola il primo vero documento realmente utile per la lotta sistematica alla Mafia. Il materiale verrà indirizzato al ministero dell’Interno, retto prima da Antonio Starabbia di Rudinì e poi da Luigi Pelloux, tra il 6 novembre 1898 e il 19 febbraio 1900, tramite la prefettura palermitana che sarà guidata, in ordine cronologico, da Giuseppe Sensales, poi da Carlo Municchi, quindi da Francesco De Seta. Le 485 pagine vergate da Sangiorgi sveleranno fatti e misfatti degli affiliati all’organizzazione clandestina che diverrà Cosa nostra. Entità antistatuale che basava i propri affari illeciti soprattutto sul racket della protezione.
In particolare il super poliziotto svelerà i retroscena del rapimento dell’undicenne Audrey Whitaker, avvenuto al Parco della Favorita, il 23 gennaio di quel 1897, e rilasciata dopo il pagamento di 100mila lire di riscatto. Ed evidenzierà il coinvolgimento dei Florio nello scacchiere della Mano nera. Lo Porto e Caruso, infatti, per screditare Noto, ritenendo troppo esigua la ricompensa ricevuta per aver partecipato al sequestro della piccola, avevano rubato opere d’arte di pregio nella villa progettata da Ernesto Basile. E per tutta risposta il proprietario, il barone Ignazio jr (nella foto, particolare), con interessi imprenditoriali ereditati in settori sparsi che andavano dalle zolfatare al teatro Massimo passando per il quotidiano “L’Ora” e il cantiere navale fino alla produzione delle ceramiche e al comparto vitivinicolo, per non far uscire fuori certi legami poco limpidi aveva optato per non denunciare la ruberia alle autorità.

