Vigili del fuoco morti, il pm: «Direttore del Parco a processo»

Tragedia nel canyon del fiume Avello, la procura: «Mancavano i cartelli di divieto». Luciano Di Martino rischia di finire a giudizio per omicidio colposo. A luglio il caso in tribunale
PENNAPIEDIMONTE. La procura di Chieti ha chiesto il rinvio a giudizio del direttore del Parco nazionale della Maiella, Luciano Di Martino, accusato di omicidio colposo per la morte di due vigili del fuoco, Emanuele Capone e Nico Civitella, entrambi di 42 anni, affogati durante un’escursione nella forra del fiume Avello. Il giudice Maurizio Sacco, nell’udienza preliminare in programma il prossimo 21 luglio, stabilirà se servirà un processo per accertare eventuali responsabilità nei confronti dell’unico imputato per la tragedia avvenuta il 30 aprile 2025 a Pennapiedimonte. Secondo il pubblico ministero Giancarlo Ciani, che ha coordinato le indagini dei carabinieri forestali, non è stata una semplice fatalità, anche se la «quantità di portata delle acque» ha avuto un ruolo determinante. Le contestazioni mosse verso uno dei vertici dell’ente – che gestisce 74.095 ettari nel cuore verde dell’Abruzzo – ruotano attorno ai cartelli mancanti all’interno del parco, in località Balzolo. In estrema sintesi, in base alla ricostruzione dell’accusa, quella gola non doveva essere accessibile.
Il quadro probatorio delineato dal magistrato evidenzia un’anomalia grave nella gestione dell’area. Non vi era alcuna segnaletica ufficiale che vietasse l’ingresso o avvertisse del pericolo, nonostante fosse risaputo che in quel tratto mancassero le condizioni di sicurezza minime per l’attività sportiva. Ma c’è di più: in quella zona erano presenti cartelli artigianali, posizionati da ignoti appassionati, che indicavano l’accesso alla forra come se fosse un percorso autorizzato. La procura contesta a Di Martino di non aver fatto rimuovere queste indicazioni fuorvianti e di non aver impedito, con un divieto esplicito e visibile, che l’area diventasse una meta frequentata. Era «ben noto», peraltro, che quella forra fosse «oggetto di attività di canyoning, pubblicizzata anche sui canali internet». Si tratta di una disciplina tecnica che prevede la discesa di gole strette percorse da corsi d’acqua, utilizzando corde e imbracature, senza l’ausilio di gommoni.
La tragedia è stata ricostruita anche attraverso la testimonianza di due sopravvissuti, Giulio De Panfilis e Gabriele Buzzelli, colleghi del teatino Capone, papà di due figli, e di Civitella, che viveva a Guardiagrele con la famiglia. Già nell’immediatezza dell’incidente, le parole di De Panfilis hanno consentito di fissare le coordinate della vicenda. Tutto comincia intorno alle dieci del mattino, quando i quattro vigili del fuoco – in quel momento liberi dal servizio – partono dal Balzolo a piedi e percorrono un sentiero autorizzato fino a località Vallone delle Tre Grotte. Qui imboccano l’alveo dell’Avello per praticare torrentismo. Arrivati in prossimità di una cascata, De Panfilis decide di aggirarla e di attendere i colleghi alla base del salto. Buzzelli si lascia invece scivolare lungo la cascata e finisce nel laghetto sottostante. Succede tutto nel giro di pochi attimi. De Panfilis afferra l’amico e lo sottrae dalla portata impetuosa del torrente. Capone, il terzo in ordine di cordata, vede che il salto di Buzzelli è andato a buon fine e ripete i suoi stessi movimenti. Il problema è che resta imprigionato con le gambe nel laghetto e la forza dell’acqua lo spinge a fondo.
Anche Civitella, che è rimasto sopra la cascata, si precipita per aiutare i due compagni a salvare l’amico. Ma, nonostante la corda di ancoraggio, non riemerge. Sono minuti drammatici. I due superstiti, non potendo liberare Emanuele dalle rocce e non avendo più tracce di Nico, fanno l’unica cosa possibile: iniziano a scendere a valle per recuperare il segnale del telefono e lanciare l’allarme. Ma Gabriele deve fermarsi: è sotto choc, oltre che in stato di ipotermia, e non è nelle condizioni di proseguire. Giulio raggiunge un punto in cui c’è campo e mette in moto la macchina dei soccorsi. Poi risale a monte, torna da Gabriele e lo prende di peso. Insieme riescono a superare il tratto più impervio e a rendere più agevole l’intervento dei soccorritori: De Panfilis è illeso, mentre Buzzelli finisce in ospedale con un principio di congelamento. Fin qui, la cronaca della tragedia.
Ci sono volute settanta ore per recuperare i corpi di Capone e Civitella. Settanta ore prima di preghiera e di speranza, poi di penosa rassegnazione. Settanta ore di sacrificio da parte di professionisti del soccorso – in totale 120 – che hanno lavorato con la morte nel cuore, ma con la determinazione di sempre, per rispettare la promessa fatta alle famiglie delle vittime: «Riporteremo i corpi a casa il prima possibile». Perché se è vero che, già dopo poche ore, era apparso evidente come la forra del fiume Avello si fosse trasformata in una tomba per Emanuele e Nico, è altrettanto vero che vedere allungarsi i tempi di recupero delle salme avrebbe significato aggiunge strazio allo strazio. Nel giorno dei funerali, celebrati in una cattedrale di San Giustino mai così gremita, è arrivato l’abbraccio di Eros Mannino, il capo del Corpo nazionale dei vigili del fuoco: «Per noi questi sono i momenti più brutti perché siamo abituati a portare soccorso a tutti e quindi, quando ci sono i nostri colleghi, la nostra posizione è veramente difficile».
I parenti delle due vittime – assistiti dagli avvocati Massimo Di Rocco, Dario Marrocco, Paolo Angelucci e Silvana Vassalli – hanno la facoltà di costituirsi parte civile e di chiedere il risarcimento dei danni. Il direttore Di Martino, 50 anni, originario di Pollutri (difeso dall’avvocato Vincenzo Di Girolamo), potrà respingere le accuse. Arturo Civitella, fratello di Nico, ha raccontato ai cronisti un retroscena che rende ancora più amara la tragedia: «Nico era in aggiornamento continuo. Anche quella uscita era l’ennesimo addestramento per lui come per i colleghi. Si chiedevano chi sarebbe andato a soccorrere qualche malcapitato se gli fosse accaduto qualcosa in un luogo così impervio. Erano andati lì per quel motivo. Invece è successo tutto il contrario». Erano lì per prepararsi a salvare vite. Hanno perso la loro.
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