Dior, Chanel, Burberry e Brioni: gli abiti falsi venduti in Abruzzo

La procura: una banda ha contraffatto almeno 42 marchi di alta moda. Oggi gli interrogatori
L’AQUILA
Hanno prodotto e commercializzato otto tonnellate di abiti e accessori con marchi contraffatti di brand d’alta moda. Da Burberry a Dolce&Gabbana, da Gucci a Dior, da Chanel a Louis Vuitton, passando per Valentino, Versace e Brioni: sono riusciti a taroccare abilmente i loghi di almeno 42 griffe. Adesso in cinque rischiano di finire in carcere e in 14 ai domiciliari. La Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila ha chiesto 19 arresti dopo la scoperta di un’intera filiera illegale gestita da «una struttura organizzata» con sede in Abruzzo, in particolare nelle province di Chieti e Pescara, e «diramazioni» anche nelle zone di Macerata, Avellino, Salerno, Cosenza e Taranto. È pesantissima l’accusa mossa dopo l’inchiesta condotta dalla guardia di finanza: associazione per delinquere finalizzata alla commissione di «una serie indeterminata di delitti di falso, contro la fede pubblica, il patrimonio, l’industria e il commercio», tra cui ricettazione e introduzione nello Stato di prodotti farlocchi. Oggi sono in programma gli interrogatori preventivi (introdotti dalla legge Nordio), davanti al giudice Giulia Colangeli, che dovrà decidere sulla richiesta di misure cautelari firmata dal pubblico ministero Andrea Papalia e vistata dal procuratore della Repubblica Alberto Sgambati.
CHI SONO GLI INDAGATI
A capo della banda c’era un 62enne di Lanciano che – sostiene la procura – dirigeva e curava in prima persona ogni passaggio delle operazioni illecite, avvalendosi di alcuni suoi familiari, interfacciandosi con ognuno degli indagati e con persone esterne (non tutte identificate). Anche attraverso queste ultime si garantiva l’approvvigionamento, talvolta dall’estero, sia di etichette ed accessori contraffatti che di capi d’abbigliamento da “trasformare” in (sedicenti) prodotti di lusso, servendosi di artigiani e opifici industriali stabilmente inseriti, a vari livelli, nel redditizio mercato del falso. Tra le persone finite sotto accusa figurano quattro familiari del principale indagato, una coppia di notissimi negozianti di Chieti e quattro uomini residenti nel Pescarese, tra Nocciano, Cepagatti, Civitaquana e Manoppello,
L’inchiesta è scattata da un controllo di routine eseguito dalle fiamme gialle in un negozio di abbigliamento a Morrovalle, nel Maceratese. A insospettire gli investigatori erano state alcune etichette sfocate e una dimensione anomala del carattere del logo e dei bordi delle scritte, nonché una documentazione fiscale incompleta. Subito dopo, le indagini hanno portato a Potenza Picena, dove è stata notata una coppia che scaricava scatoloni. L’acquisizione dei dati delle principali ditte di spedizione e l’uso di banche dati hanno consentito di arrivare al principale indagato. Nella zona di Pescara c’erano un laboratorio e un ricamificio che cuciva le etichette tarocche (provenienti dalla Cina) dei brand.
GLI ALTRI MARCHI TAROCCATI
Parliamo delle più famose case di moda: Lacoste, Dsquared, Emporio Armani, Fendi, Fred Perry, Kenzo, Ralph Lauren, Stone Island, North Face, Moschino. E ancora: Givenchy, Philipp Plein, Calvin Klein, Tommy Jeans, Nike, Moncler e Prada. L’elenco è sterminato e prosegue con Ferré, Hermès, Billionaire, Booksfield, Coveri Factor, Timberland, Adidas, Liu Jo, Colmar,Balenciaga, Etro, Fila, Just Cavalli, Msgm, Off-White e Palm Angels. Una volta pronti, i capi d’abbigliamento venivano venduti su scaffali di insospettabili negozi a ignari clienti che li pagavano, spacciati per prodotti outlet o provenienti da stock, un prezzo leggermente inferiore a quello stabilito dalle case di moda.
«LE PROVE IN PERICOLO»
Secondo la procura, gli arresti sono necessari per evitare l’inquinamento delle prove. Le investigazioni della guardia di finanza, infatti, hanno messo in risalto la creazione di documentazione contabile per attestare la regolarità dei prodotti quando, in realtà, si trattava di merce fake. In particolare, sempre secondo le contestazioni, il principale indagato e i suoi familiari hanno messo in atto una serie di accorgimenti per eludere, impedire o comunque ostacolare le attività di accertamento delle forze di polizia. D’altronde, già tra dicembre 2024 e gennaio 2025, gli indagati in questione avrebbero spostato – con l’obiettivo di nasconderla – numerosa merce contraffatta in immobili a loro non riconducibili.
«POSSONO COLPIRE ANCORA»
Il pubblico ministero ritiene che sia concreto anche il rischio che la banda continui a rendersi protagonista di reati, anche alla luce del fatto che è stata costituita «un’organizzazione criminale ben strutturata, capace di coinvolgere sempre nuovi soggetti». Quasi tutti gli indagati, peraltro, hanno continuato a delinquere nonostante avessero già subito perquisizioni e sequestri o fossero comunque stati coinvolti in indagini riguardanti reati di alterazione e contraffazione di marchi. Tradotto: la consapevolezza di essere sotto inchiesta non ha avuto, in concreto, alcuna efficacia deterrente.
«SCELTA DI VITA»
Per il pm, dunque, c’è la prova che i componenti dell’associazione criminale considerino questi comportamenti fuorilegge «imprescindibilmente e necessariamente» connessi alle loro principali attività professionali e, pertanto, al loro stile di vita. «L’appartenenza alla medesima associazione criminale», è la conclusione del pubblico ministero, «rappresenta evidentemente una scelta cui gli indagati non possono sottrarsi, se solo si tiene conto della notevole rete di contatti, di legami e di amicizie che hanno instaurato e dei notevoli profitti che traggono dalle attività illecite svolte».
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