La Garante per l’infanzia: «Le sorelle non sono scappate da sole, chi le aiuta si fermi ora»

L'intervista a De Febis sulle adolescenti scomparse: «Le case famiglia non vanno demonizzate, serve più monitoraggio e un ascolto preventivo da parte delle istituzioni»
CIVITELLA ALFEDENA. «Ho visitato la scorsa settimana la casa famiglia di Civitella Alfedena da dove sono fuggite le due ragazzine, Sarah e Alisya. Ho parlato per più di due ore con la responsabile della struttura e con le compagne presenti in quel momento. Questa, come altre, è una vicenda delicata da trattare. Occorrono tatto, sensibilità e rispetto dei ruoli». Alessandra De Febis, Garante per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza in Abruzzo, auspica che le due adolescenti possano tornare presto a casa. La loro, purtroppo, è una storia come tante altre: di dolore, ma anche di rinascita.
Ci dica del sopralluogo nella casa famiglia. Com'è andata?
«Sono stata nella struttura la scorsa settimana. A colloquio per due ore con la responsabile e il gruppo di ragazze che erano con Sarah e Alisya quella sera. Il mio ruolo è quello di vigilare sulle condizioni e l'assistenza che viene prestata ai minori che vengono allontanati dal loro nucleo familiare».
Che clima hai trovato?
«Di estrema preoccupazione e di grande attenzione per quanto accaduto».
E lei, che sensazione ha avuto?
«Prima ancora che come garante, vivo come persona una profonda preoccupazione per la scomparsa delle due minorenni. Quando ci si allontana da un contesto di protezione, il primo sentimento è quello dell'apprensione. Il mio pensiero va alla loro sicurezza e alla speranza che possano essere ritrovate presto e in buone condizioni».
Dal colloquio con la responsabile della struttura cos'è emerso?
«È stato un dialogo sereno, di massima disponibilità e collaborazione. Mi ha spiegato la dinamica di quanto accaduto quella sera e ha rappresentato che non vi era nessun comportamento che facesse presagire una possibile fuga».
Le bambine erano serene?
«Sì, la sera prima della scomparsa sono uscite insieme all'educatore e ad altre amiche: si sono recate in un bar che erano solite frequentare e sono rientrate tranquillamente in struttura».
Non è stato colto alcun segnale di allarme?
«Nulla. Guardi, le dico una cosa: non possiamo demonizzare la casa famiglia e le spiego perché. Tra la casa del bosco, la scomparsa delle due ragazzine, quello che è accaduto a Beatrice, si vive un momento di grande tensione. Dobbiamo fare attenzione perché le case famiglie sono un presidio importante per tutti quei bambini che vivono una situazione di fragilità. Sono luoghi che accolgono sostengono».
È un invito a non demonizzare a priori?
«Ha colto nel segno. La casa famiglia, come comunità educante, nella maggior parte di casi, rappresenta l'alternativa ad un contesto che non è adeguato».
L'Abruzzo si sta muovendo con un'apposita legge...
«Con la legge 37 del 2026, recentissima, la Regione Abruzzo rafforza il monitoraggio delle comunità, gli affidamenti, istituisce dei registri nazionali delle famiglie affidatarie e crea una banca dati dei minori collocati fuori famiglia. Con questa norma non si vuole mettere sotto accusa il lavoro svolto dalle strutture di accoglienza, piuttosto si sottolinea quanto sia importante conoscere e accompagnare il percorso di ogni minore fuori famiglia».
Un atto di trasparenza?
«Il monitoraggio serve proprio a rafforzare la capacità delle istituzioni di garantire tutela, ascolto e percorsi adeguati ai bisogni di ogni singolo minore. L'auspicio, come garante, è sempre quello che i minori possano crescere all'interno delle proprie famiglie, anche quando ci sono fragilità che devono essere monitorate».
Sempre?
«La comunità, per me, resta residuale. Non deve essere la prima scelta, ma ci sono casi in cui la casa famiglia rappresenta l'unica alternativa».
Parliamo di contesti molto difficili?
«Il sistema di tutela è delicato. Va sempre migliorato, ma non demonizzato».
E nel caso delle due sorelline scomparse da Civitella Alfedena?
«Sicuramente quanto accaduto non doveva succedere e ci spinge a migliorare il sistema, a lavorare tantissimo sull'ascolto preventivo e sul rafforzamento del dialogo tra l'operatore e i ragazzi. Emerge, ad esempio, che le due ragazzine avevano 2- 3 schede telefoniche che utilizzavano. L'ascolto preventivo è fondamentale per cogliere qualsiasi segnale».
Solo l'ascolto?
«Bisogna lavorare molto sulla progettualità individuale perché ogni minore ha la propria storia e il piano educativo deve essere cucito addosso ai ragazzi con un obiettivo chiaro e tempi di recupero e di reinserimento certi nel proprio contesto familiare, dove possibile».
C'è la speranza di ritrovarle?
«L' auspicio è questo. È in atto una mobilitazione generale a tutti i livelli. In questo momento dobbiamo sostenere il lavoro che stanno facendo le forze dell'ordine con grande senso di responsabilità. La priorità è che tornino a casa. Non dimentichiamo, poi, che all'interno di quella casa famiglia ci sono altri minori, con delle proprie storie e fragilità, che devono continuare a sentirsi protetti».
Vuole fare un appello a Sarah e Alisya?
«Tornate a casa. Io sono convinta che non siano scappate da sole. Lo stesso appello lo estendo a chi, ipoteticamente, le sta aiutando in questa fuga».
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