L’inchiesta sui concorsi pilotati, no al ricorso delle difese. I giudici: “Proseguire le indagini”

Il pm Gennaro Varone
Parentopoli a Pescara. Respinto il ricorso contro il sequestro dei supporti informatici dei due candidati indagati per falso. Il Tribunale del Riesame: «La vicenda, che va approfondita, poggia su dati che consentono il prosieguo delle indagini»
PESCARA. «La vicenda in esame, che seppure necessita di un approfondimento investigativo in ragione dell’insufficienza dei dati sinora raccolti per formulare un solido capo d’accusa, non risulta dunque poggiare su meri sospetti investigativi, ma su dati che consentono il prosieguo delle indagini, nonché il mezzo di ricerca della prova oggetto di impugnativa». I giudici del tribunale del riesame di Pescara (presidente Marina Valente, giudice estensore Gianluca Sarandrea, a latere Virginia Scalera), rigettano il ricorso che era stato proposto contro un provvedimento di sequestro della procura, dai difensori (Ernesto Torino Rodriguez, Paolo Rossetti e Sara D’Incecco) dei due candidati finiti nell’inchiesta sui presunti concorsi pilotati al Comune di Pescara, in relazione a supposti favoritismi nei confronti di parenti di esponenti politici e non, a caccia del posto fisso, che conta già sette indagati per falso.
Oltre ai due candidati, Quirino Santilli, figlio dell’attuale vice sindaco, e Alessandra Faieta, stretta collaboratrice dell’attuale assessore alle Politiche sociali (quali istigatori e beneficiari dei presunti favori), sono indagati il direttore generale Fabio Zuccarini, il capo del personale Paolo Santucci, e i dirigenti Andrea Ruggieri (settore finanziario), Cristiana Lombardi (settore finanziario) ed Enrica Di Paolo (responsabile settore politiche culturali) e tutti componenti delle due commissioni finite nel mirino della magistratura: quella per l’assunzione di una unità con profilo di “Specialista in attività culturali” e quella per “Specialista in attività amministrative e contabili”.
I difensori avevano impugnato il provvedimento del pm Gennaro Varone che aveva disposto il sequestro dei supporti informatici nei confronti di Santilli e Faieta, e l’affidamento dell’incarico ad un esperto informatico. Ricorsi ben articolati, ma ritenuti dal collegio non condivisibili: «Non meritevoli le censure addotte dalle difese degli indagati». Secondo i giudici, nel provvedimento di sequestro risultano presenti i caratteri indispensabili previsti dalla legge. «Questi», scrivono riferendosi al pm, «ha infatti evidenziato un quadro investigativo dove si è dato atto dell’emersione di elementi indiziari circa l’ipotesi di falso nello svolgimento di prove di concorso pubblico, avendo descritto anche le specifiche condotte assunte dagli indagati; in particolare sono stati inseriti negli elaborati, nel corso di una prova di esame realizzata in forma anonima, alcuni caratteri distintivi idonei all’identificazione dei candidati».
I giudici scendono nello specifico e affermano che nel «decreto di sequestro vengono esplicitati analiticamente gli elementi costituenti il “fumus commissi delicti”, legati alla falsa attestazione della regolarità delle prove di concorso, nonché le ragioni del presunto coinvolgimento degli indagati Santilli e Faieta, dovute a presunti favoritismi che costoro avrebbero ottenuto». Per cui, stando al tribunale, «deve escludersi la natura esplorativa del sequestro, tenuto conto dell’esistenza di verifiche investigative che hanno preceduto l’atto impugnato, consistite nell’analisi degli atti del concorso e nell’escussione di diverse persone informate sui fatti, tra cui alcuni candidati ai concorsi, nonché il titolare della società “Recrytera”, che ha predisposto i test di esame». I giudici sono scesi anche nei dettagli delle valutazioni delle prove dei due indagati (Santilli e Faieta), evidenziando la supervalutazione data alle due risposte aperte (rispetto a quelle altrettanto valide di altri concorrenti cui è stato dato un punteggio molto più basso), così come quelle due risposte omesse a «due semplici domande»: elemento che secondo il pm sarebbe stato un dato significativo per arrivare alla loro individuazione.
Bocciata anche la tesi difensiva riguardo la ricerca delle parole “esca” nei dispositivi sequestrati, così come il tribunale aggiunge che in tema di nesso di pertinenzialità, «non appare condivisibile l’assunto difensivo, dovendosi evidenziare come proprio dagli esiti delle analisi dei supporti elettronici in uso a Santilli e a Faieta potranno far emergere l’esistenza di eventuali rapporti con le parti interessate e far dunque supportare, attraverso la necessaria integrazione probatoria, gli elementi indiziari sinora raccolti, si ripete di per sé insufficienti per la formulazione di una fondata ipotesi delittuosa». E dunque l’inchiesta potrà andare avanti anche con l’utilizzo di questi dati contenuti nei supporti informatici sequestrati correttamente secondo il riesame, per arrivare ad accertare, qualora ce ne fossero, eventuali responsabilità dei sette indagati al momento individuati dalla procura.
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