A Teramo un progetto sperimentale nel carcere di Castrogno: la “rinascita” dei detenuti ora passa per i videogiochi

La sfida di Gabriele Moretti e Pierapaolo D’Ambrosio, i due ideatori di Abruzzo Esports, il progetto innovativo che porta il mondo del gaming e dello sport all’interno degli istituti penitenziari
TERAMO. Un videogioco può diventare molto più di un passatempo. Può insegnare a perdere senza arrendersi, a rispettare le regole, a controllare la rabbia, a fidarsi di una squadra, a creare legami. E, in un ambiente come il carcere, può addirittura diventare uno strumento per prepararsi a tornare nella società. Questa è la sfida di Gabriele Moretti e Pierapaolo D’Ambrosio, i due ideatori di Abruzzo Esports, il progetto innovativo che porta il mondo del gaming e dello sport all’interno degli istituti penitenziari e degli istituti penali minorili italiani. «Ma stiamo lavorando anche per uscire dal paese», racconta Moretti ha fatto p «siamo in contatto con gli Stati Uniti, la California».
Ricostruire comunità, ritrovare connessione, uscire dalla routine totalizzante dell’istituzione. È in questo spazio che si inserisce Esports per Tutti, progetto sperimentale avviato nel carcere di Castrogno, a Teramo, da Abruzzo Esports, con il sostegno di una fondazione locale e della direzione dell’istituto. Un percorso che mette insieme competenze digitali, attività sportiva, formazione, supporto psicologico e ricerca scientifica, con un obiettivo preciso: trasformare il tempo della detenzione in un’occasione concreta di crescita e di rinascita. L’idea nasce nel 2020, durante i mesi più complicati della pandemia Covid19. La domanda dalla quale tutto è iniziato è stata: come può uno strumento quotidiano come il videogioco diventare un mezzo di riscatto? «Formazione, digitale e sport: è un modello inclusivo e accessibile a tutti», spiega Moretti, «l’obiettivo non è sostituire i percorsi educativi tradizionali, ma ampliarli perché succede che si limitino allo studio o a mestieri classici come imparare a fare il pizzaiolo, per offrire strade nuove e competenze spendibili nel mondo di oggi. Il mondo sta cambiando». Il riscontro è arrivato rapidamente, il programma ha coinvolto 16 detenuti per sei mesi, alternando tre componenti: formazione motivazionale, attività sportive reali e tornei digitali.
Al centro ci sono le cosiddette soft skills: rispetto delle regole, capacità di lavorare in gruppo, gestione delle relazioni e, soprattutto, controllo delle emozioni davanti alla sconfitta. «Durante il percorso proponiamo sedute di self-talk e lavoriamo sugli aspetti motivazionali», prosegue Gabriele, «nelle prime fasi capita che qualcuno si arrabbi ed esca di getto per andare a fumare. È un ambiente complesso, ma le reazioni si possono trasformare se l’ambiente diventa stimolante». La struttura delle sessioni è pensata proprio per questo: una parte formativa, didattica ed educativa, seguita dalla pratica e dall’attività video-ludica. Anche l’auto-arbitraggio diventa rieducazione emotiva, con il supporto degli psicologi, Stefano Carinci ed Enza Dimilta. «Fino a oggi, non si è mai verificato un singolo incidente», ci tiene a sottolineare Gabriele. Pur vivendo in un ambiente saturo di norme, i detenuti percepiscono le regole del gioco come una liberazione perché sono volontarie, reciproche e trasparenti. «Fuori si sente spesso dire che bisogna buttare la chiave», conclude, -«ma c’è tanta ignoranza. Qui dentro ci sono ragazzi finiti nei guai per piccoli reati o spaccio che spesso non sono mai stati ascoltati da nessuno».
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