Biondi: il nostro obiettivo è stimolare interrogativi, soprattutto tra i giovani

29 Agosto 2024

Egregio Professore, caro Luciano, la tua lettera dimostra che su temi controversi che toccano nervi sensibili ci si può confrontare con garbo, nel rispetto delle rispettive posizioni, con la sola...

Egregio Professore, caro Luciano,
la tua lettera dimostra che su temi controversi che toccano nervi sensibili ci si può confrontare con garbo, nel rispetto delle rispettive posizioni, con la sola finalità di far crescere una comunità. Peraltro, questo sano e democratico esercizio, assume un grande valore etico proprio perché approcciato nei giorni dedicati a Celestino e al suo messaggio universale che parla di riconciliazione e di pace.
Le motivazioni che sono alla base della decisione del Consiglio comunale dell’Aquila di ricordare il martirio di Sergio Ramelli, il giovane militante del Fronte della gioventù barbaramente assassinato da un commando di Autonomia operaia, non risiedono nella volontà di caratterizzare a livello identitario una maggioranza politica, ma nell'unicità della vicenda del ragazzo milanese. Ramelli non è caduto in uno scontro di piazza, in un conflitto a fuoco o in un regolamento di conti tra opposti estremismi, come pure accadde a molti, troppi. Ramelli è stato condannato da un processo politico che si è svolto dentro una scuola, il luogo dove si dovrebbe sempre insegnare la libertà di pensiero, la capacità di ascoltare le ragioni dell’altro e dove si dovrebbe costruire il percorso che indica la via della vita e non quella della morte. Le mani dei suoi carnefici sono state armate dai cattivi maestri che prima hanno sventolato il suo tema di critica alle Brigate rosse come capo d’accusa e poi applaudito in consiglio comunale mentre si consumava l’agonia del ragazzo. Una scuola e un consiglio comunale, le sedi dove si dovrebbe costruire e praticare la democrazia, trasformate in contenitori d’odio. Per questo l’obiettivo è solo quello di stimolare interrogativi e suscitare curiosità, soprattutto tra i più giovani, provando a riportare la misericordia (giusto per citare Celestino) lì dove ce ne è bisogno.
Non condivido, invece, la “reductio ad unum” dei concetti di fascismo-antifascismo, categorie che dal mio punto di vista andrebbero utilizzate con una certa cautela per evitarne la banalizzazione: se tutto è fascismo, paradossalmente potrebbe ottenersi l’effetto contrario, cioè che nulla è fascismo. Ritengo che, anche per rispetto al grande lavoro accademico fatto in 80 anni di studi e approfondimenti, la dicotomia andrebbe analizzata esclusivamente in termini storiografici. Questo consentirebbe di costruire un sistema di valori condivisi non visti come «proprietà esclusiva», ma utili a «cogliere la complessità del nostro paese», come ebbe a dire Luciano Violante, senza che questo sancisca una parificazione tra chi ha soppresso la libertà e chi l’ha ripristinata.
Purtroppo, però, nel dopoguerra queste categorie hanno mantenuto un uso superficiale e spregiudicato, senza considerare le indubbie sfaccettature che la ricerca in materia ha ampiamente evidenziato. E cioè, da una parte l’esistenza dentro all’esperienza fascista di individualità e di componenti “eretiche” come quella della rivista Il Primato di Giuseppe Bottai, vera fucina intellettuale per gran parte della classe politica del dopoguerra, anche della sinistra italiana, dall’altra quella, per esempio, dell’aquilano Adelchi Serena, che ebbe in sorte di essere pressoché ignorato nel dopoguerra in quanto figura non utilizzabile né dai nostalgici del fascismo “duro-e-puro”, né nella narrazione antifascista alla ricerca di personaggi dal profilo truce. Sul fronte dell’antifascismo un discorso analogo tende a uniformare tante sfumature che confluirono nell’opposizione al regime e poi nella lotta di Liberazione. Sulla linea discriminante tra liberazione e rivoluzione, appare chiaro che una parte dell’antifascismo non era affatto favorevole alla democrazia e non accettò mai l’esito costituzionale del conflitto, alimentando forme di violenza che si prolungarono ben oltre il 25 aprile. Errato, dunque, estendere in maniera a-storica l’uso delle categorie fascismo-antifascismo, volendolo applicare alla dialettica politica attuale, a meno che non si voglia indicare con varie accezioni (come “militante”) un prolungamento della lotta violenta, che comunque assume trasversalmente un carattere eversivo.
Certo, resta un problema aperto, da una parte e dall’altra, il giustificazionismo che tende a tollerare o ad assolvere certi atteggiamenti, certe affermazioni, certi comportamenti. Su questo non si può essere ambigui. Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante, da segretari dei rispettivi partiti, furono in grado di fare i conti con le connivenze e le contiguità che pur esistevano tra i terroristi e alcuni pezzi del Pci e del Msi, e si incontrarono più volte per scambiarsi informazioni riservate e capire come contrastare il fenomeno, come raccontato dal giornalista Antonio Padellaro. Sarebbe paradossale se riportassimo indietro di mezzo secolo le lancette della storia rendendo vane le svolte della Bolognina o di Fiuggi. A ognuno di noi, quindi, il compito di guardarsi dentro casa e denunciare ogni forma di simpatie o di tolleranze verso atteggiamenti e posizioni politiche che sono state definitivamente, e fortunatamente, espulse dal nostro sistema democratico.
* Sindaco dell’Aquila