L’Aquila

Biondi sul caso rifiuti: «Nessuna egemonia di Asm, un errore i territori divisi»

7 Ottobre 2026

Il sindaco dell’Aquila: «I sub-ambiti provinciali mettono a rischio i posti di lavoro»

L’AQUILA. Il futuro della gestione dei rifiuti in provincia dell’Aquila passa da una partita che intreccia società pubbliche, impianti, costi, occupazione e rapporti con i privati. Sul tavolo c’è soprattutto il confronto sull’ipotesi di un sistema provinciale e sulle resistenze che arrivano dalla Marsica e dalla Valle Peligna. Sullo sfondo, le difficoltà di Cogesa, il ruolo di Asm e Segen e la proposta di creare ambiti sub-provinciali. Una prospettiva che, secondo il sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi, rischia di indebolire i territori anziché rafforzarli. «Non c’è alcuna volontà egemonica da parte di Asm», chiarisce, respingendo l’idea di una società aquilana pronta a “fagocitare” le altre realtà e rilanciando invece un modello fondato sull’integrazione provinciale e su una collaborazione tra pubblico e privato.

Sindaco Biondi, partiamo subito dal tema “caldo”: è reale la spaccatura dentro Fratelli d’Italia?

«Fratelli d’Italia è un partito serio, lo ha dimostrato a tutti i livelli. Esiste il rispetto delle gerarchie, dei ruoli, delle prerogative e della “anzianità di servizio”. Su argomenti importanti, come questo, ci si confronta con chi ha ruoli individuati dal partito, per esempio nella guida dell’Agir per il sottoscritto, frutto di un accordo siglato anche con le forze di centrosinistra, proprio per garantire equilibrio in un settore così delicato».

E il suo presunto asse con Marsilio?

«Il governatore ha la delega ai rifiuti e ha individuato nel consigliere Nicola Campitelli colui che svolge questo lavoro. È del tutto logico che sia l’interlocutore principale».

Quindi nessuna spaccatura.

«I partiti iniziano a morire quando queste regole non vengono più rispettate per interessi personali».

È vero che Asm vuole fagocitare le altre aziende?

«Non è scritto da nessuna parte. Non c’è alcuna volontà egemonica da parte di Asm rispetto al resto del territorio della provincia dell’Aquila e la fusione per incorporazione è solo una delle eventualità previste dalla legge e dal codice per mettere insieme le società pubbliche. È quello che spiegherò ai sindaci della Marsica che, a inizio estate, hanno chiesto ad Agir di approfondire la questione. Motivo per cui abbiamo un parere legale che sgombera il campo da qualsiasi dubbio. Capisco le preoccupazioni dei sindaci della Marsica, meno quelle del sindaco di Sulmona e dei suoi colleghi della Valle Peligna. Però tutti viviamo una situazione di debolezza che può essere superata solo dall’unità a livello provinciale».

Debolezza in che senso?

«Prendiamo la provincia aquilana. L’Aquila è forte dal punto di vista della capacità del Comune di investire sul tema dell’igiene urbana: non a caso abbiamo appena consegnato mezzi per un valore di quattro milioni di euro all’Asm. Ma siamo deboli perché non è mai stata realizzata un’infrastruttura impiantistica adeguata».

E la Marsica?

«La Marsica è forte perché ha una società pubblica, la Segen, che ha un impianto di trattamento dei rifiuti con una volumetria autorizzata di circa 50mila tonnellate, ed è forte perché ha un costo del servizio ad oggi relativamente basso. Ma è debole perché Segen non ha i soldi per realizzare l’impianto e il resto della Marsica non ha addirittura nessuna capacità di controllo pubblico sul sistema di gestione dei rifiuti a seguito della dismissione in favore del privato delle quote Aciam, perdendo anche il controllo dell’impianto per il trattamento dell’organico di Aielli».

Un caso emblematico...

«Sì, ha un impianto sul proprio territorio, realizzato in gran parte con soldi pubblici, ma un costo pro capite per abitante di 220 euro, il 10% in più dell’Aquila. E dovrebbe avere dei ristori che gli sono negati dal proprietario dell’impianto, che ha minacciato di sospendere il servizio dal primo gennaio 2027».

Infine, la Valle Peligna.

«È potenzialmente forte perché ha un impianto di trattamento meccanico-biologico per i rifiuti solidi urbani che, con un revamping, cioè una rigenerazione, e l’ampliamento già autorizzato, potrebbe diventare un gioiello per l’intero Centro Abruzzo, a partire da quella quinta provincia ipotizzata dal sindaco di Avezzano Gianni Di Pangrazio. Ma è debole perché ha una crisi industriale conclamata».

Spezzettando la provincia, cosa accadrebbe?

«Le debolezze rimarrebbero le stesse e i punti di forza svanirebbero. Con quale forza i Comuni della Marsica potrebbero governare il sistema senza alcun controllo pubblico? Con quale forza Sulmona e i Comuni della Valle Peligna potrebbero evitare il fallimento di Cogesa, la messa in liquidazione della società e il licenziamento degli addetti, se addirittura i due Comuni principali del territorio hanno deciso o stanno decidendo di affidare la gestione del servizio di raccolta ai privati?».

Uno dei timori è che i debiti delle società più fragili finiscano per essere scaricati sugli altri Comuni. Asm, per esempio, ha debiti?

«Asm ha chiuso il bilancio in attivo. È vero che abbiamo ereditato una società che in passato, complici tanto le amministrazioni di centrodestra quanto quelle di centrosinistra, è stata “gonfiata” a dismisura di personale, che era priva di una strategia di sviluppo infrastrutturale e che si opponeva ostinatamente ad aprirsi al territorio. Con la nostra amministrazione la situazione è cambiata».

Spieghi.

«Sono stati fatti investimenti, molti Comuni dell’Aquilano sono entrati in società ed è stato avviato un piano di razionalizzazione dei costi. Sul personale, nel prossimo triennio, è previsto un risparmio di 850mila euro. Non a caso sono nove anni che il costo del servizio è rimasto inalterato, nonostante gli incrementi dei contratti di lavoro, del costo del carburante, dell’energia e del conferimento».

Preoccupa la crisi del Cogesa?

«Vale quello che ho detto prima: è una società in difficoltà, ma può essere rapidamente rimessa in sesto se si faranno gli investimenti di cui ho già parlato, che potrebbero essere garantiti anche da un privato».

Il privato non è il nemico?

«Lo dico da tempo. Ed è scritto anche fra le opzioni delle linee guida per la redazione del Piano d’ambito abruzzese, approvato dal consiglio direttivo di Agir, sottoposto a tutti i sindaci abruzzesi e che stiamo presentando nelle assemblee provinciali. Sono convinto che non esista una soluzione manichea a un tema così complesso come quello della gestione dei rifiuti, che in Abruzzo vale più di 200 milioni di euro all’anno».

Faccia degli esempi.

«Se si prendono in esame i capoluoghi di provincia. All’Aquila il costo pro capite è di 203 euro; a Chieti di 227, che considerando alcune voci del piano economico finanziario arriva a 270; Pescara è a 240 e Teramo a 243. Se tagliassimo i concetti con l’accetta dovremmo dire che Chieti, che è l’unico Comune capoluogo che non ha una società pubblica e ha ribadito la volontà di muoversi con il privato, ha il costo pro capite più alto della regione. Se andiamo invece a vedere i costi per tonnellata, L’Aquila è a 431 euro, Chieti a 434, Pescara a 479 e Teramo a 556. Ma sono numeri che non significano nulla se presi isolatamente, perché non tengono conto dell’estensione territoriale dell’Aquila, di quella di Teramo, che è cinque volte Pescara, del fatto che il capoluogo adriatico in estate esplode di presenze e che Chieti è alle prese con una situazione molto complessa di bilancio. Prendere i numeri come dati assoluti serve solamente a una parte della politica per ravvivare pulsioni campanilistiche demolite dalle sfide della contemporaneità, a fare il gioco di qualcuno e a pregiudicare il corretto rapporto tra le prerogative del sistema pubblico, che garantisce parità di accesso ai servizi, salvaguardia occupazionale, salari giusti e “sovranità” municipale, e il privato, che in maniera complementare può assicurare efficienza, capacità di investimento e rapidità di soluzioni».

E allora perché boccia l’idea degli ambiti sub-provinciali?

«Sono contrario sia nel metodo sia nel merito. Nel metodo perché non tiene conto del lavoro fatto dai sindaci di Agir in questi anni. E dispiace che alcuni di loro siano stati fuorviati con informazioni errate, che hanno abusato della loro intelligenza e della loro buona fede, e con pressioni indebite».

Come nascono le tensioni politiche?

«L’altro errore di metodo è che il presidente della Regione, il consigliere con delega ai rifiuti e il consiglio direttivo di Agir – che ricordo è bipartisan – si siano trovati di fronte a una proposta di modifica non concordata da parte di coloro che non più di un anno fa avevano già modificato la legge regionale ponendo come orizzonte gli ambiti provinciali, condividendo l’impostazione dell’assemblea dei sindaci. Nel merito è sbagliata perché indebolisce i territori e rischia di generare una profonda crisi occupazionale. Non a caso sono scese in campo anche tutte le sigle sindacali, che lamentano la totale assenza di confronto».

Ma davvero i posti di lavoro sarebbero a rischio? La clausola sociale non tutela gli addetti?

«È vero che nelle gare va applicata la clausola sociale, ma lo abbiamo già visto con la crisi dei call center: le aziende subentranti hanno mantenuto i livelli occupazionali, ma hanno chiesto ai lavoratori di trasferirsi altrove. Ipotizziamo che la gara dei rifiuti la vincesse una multinazionale: chi ci garantisce che a un lavoratore di Sulmona, di Tagliacozzo, di Teramo o di Vasto non venga chiesto di trasferirsi, per esigenze aziendali, a Varese o a Lecce? Davvero vogliamo correre questo rischio e sacrificare centinaia di famiglie sull’altare di una bagattella di schieramento o di partito?».

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