Chiesa Santa Maria degli Angeli la storica facciata è un “riciclo”

Apparteneva a un luogo di culto vicino all’ex ospedale che fu abbattuto per far allargare il presidio Chiarito il punto dove si trovava via della Malacucina: era nei pressi del vecchio palazzo delle Poste
L’AQUILA. La chiesetta di Santa Maria degli Angeli, appena fuori porta Napoli, è uno dei tesori “minori” della città. Una “piccola Collemaggio”, a giudicare dalla facciata che, come il resto della struttura, aspetta da oltre dieci anni i lavori di restauro post sisma. Proprio quella piccola, ma preziosa facciata, con tanto di rosone centrale, che nasconde la semplice architettura della chiesa, è però un “riciclo”: apparteneva infatti alla chiesetta di Santa Maria del Guasto, nei pressi dell’ex ospedale San Salvatore, abbattuta per l’ampliamento del nosocomio cittadino. Questa, insieme ad altre storie di beni culturali cittadini, è stata al centro del secondo incontro del progetto 'Prendersi cura del patrimonio', ciclo di conversazioni promosso dalla Soprintendenza dell’Aquila e il cratere. Il secondo appuntamento, in collaborazione con la Fondazione “Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre” onlus, si è svolto giovedì scorso nella suggestiva sala al piano nobile di palazzo Cappelli Cappa. «È stata l’occasione», ha spiegato la Soprintendente Alessandra Vittorini,«per riflettere su come la condizione inevitabilmente ‘transitoria’ di ogni tipologia di bene culturale può aiutare a definire meglio le sfide e i problemi che la tutela del patrimonio presenta».
LA FACCIATA. A “riscoprire” la vicenda legata alla facciata della chiesetta di Santa Maria degli Angeli è stato lo storico dell’arte Antonio David Fiore. «Dagli archivi del secolo scorso si hanno numerose notizie relative all’illecito smontaggio e trasporto di elementi architettonici quali finestre e portoni medievali e rinascimentali», spiega, «tali trasporti si inseriscono quindi in una cornice di commercio di antichità, che avveniva spesso senza le dovute autorizzazioni degli organi competenti. Ma c’è un caso emblematico. Nel 1934 la facciata di Santa Maria del Guasto venne smontata, trasportata e rimontata al posto della facciata della chiesa di Santa Maria degli Angeli fuori porta Napoli, dove si trova tutt'ora. L’operazione venne eseguita sotto la sorveglianza e seguendo un progetto della Soprintendenza dell’Abruzzo. Non si tratta quindi di operazione illecita, volta alla vendita, o alla distruzione del bene, ma di un intervento che venne definito più volte di restauro».
LA PIETÀ. L’incontro è stato anche l’occasione per fare il punto dello stato degli studi sulla statua in stucco raffigurante una Pietà, rinvenuta lo scorso anno durante i lavori di consolidamento post sisma di palazzo Morini Cervelli. «Si tratta di un’opera realizzata per devozione privata con ottima probabilità agli inizi del XV secolo, originariamente collocata a vista ma, molto probabilmente a seguito del sisma del 1703, murata per un cambio di destinazione d’uso dell’ambiente in cui si trovava»come ha spiegato la storica dell’arte della Soprintendenza, Letizia Tasso. «Non si può ipotizzare l’intervento di un importante artista, ma forse di un artista abruzzese o appartenente a un’area al confine tra l’Abruzzo, l’Umbria e il Reatino a cui afferisce anche la Sabina, che tramite il monterealese e l’aternino giunge all’Aquila. Delicata la trattazione della figura della Vergine e più scavata e patetica quella del corpo di Cristo».
VIA DELLA MALACUCINA. Una strada antica, oggi non più esistente, dopo la costruzione di quello che fino al 2009 era il palazzo delle Poste, in piazza Duomo, è stata l’oggetto dell’intervento di Barbara Olivieri, collaboratrice e storica dell’arte della Fondazione de Marchis. Punto di partenza le ricerche di Raffaele Colapietra che ha spiegato come nella piazza centrale «convergevano quindici strade, nel Cinquecento, le stesse di oggi con una sola eccezione per una piccola strada chiamata la Malacucina, perché sede di malaffare, chiusa e sostituita con una altra strada che oggi fiancheggia il palazzo delle Poste». Attraverso atti e la ricostruzione dello storico aquilano, si è cercato di comprendere l’originaria ubicazione della strada nei secoli XVI e XVII, tracciandone la storia anche per i secoli XVIII e XIX, con carte dell’Archivio di Stato.
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