Ruggero non ce l’ha fatta, è morto a 16 anni: operato due volte, ha lottato per 24 ore

L’Aquila piange il giovane rugbista Ruggero Canocchi che ha perso la vita dopo lo schianto con la minicar. Il pm D’Avolio conferirà questa mattina l’incarico per eseguire l’autopsia
L’AQUILA. La notizia che tutti temevano, ma che nessuno osava anche solo pensare, è arrivata intorno alle 18 di ieri. Ruggero Canocchi non ce l’ha fatta. È deceduto nel reparto di Rianimazione dell’ospedale San Salvatore, dove era stato ricoverato due giorni fa dopo un tremendo schianto avvenuto sulla via Mausonia, nei pressi del centro sportivo Arcobaleno, dove la minicar da lui guidata ha impattato un albero in maniera così violenta che il volante gli si è spezzato tra le mani.
TRA SPERANZA E DOLORE
E dire che, nonostante i suoi sedici anni, era forte Ruggero. Al punto da lottare come un leone, proprio come faceva in campo. Perché solo i più tenaci, solo i meno arrendevoli, continuano a provarci finché non è l’arbitro a fischiare la fine. E poco importa che il risultato fosse già compromesso. Né che l’avversario, questa volta, fosse uno dei peggiori: un’emorragia interna con il coinvolgimento di fegato, intestino e reni. La stessa che a detta dei medici avrebbe ucciso sul colpo chiunque altro. Lui no, si è battuto per quasi ventiquattro ore, ha subìto due interventi chirurgici, (l’altro ieri sera e ieri mattina) e nonostante ciò, chi era andato in ospedale a stringersi ai suoi cari poteva ancora coltivare la speranza che quel risultato, in realtà segnato, Ruggero potesse riuscire davvero a ribaltarlo. Poi, nel tardo pomeriggio, le porte del reparto che si aprono e l’annuncio da parte dei medici: la partita è finita, Ruggero non c’è più.
TUTTI PER UNO
Le sale d’aspetto dell’ospedale San Salvatore sono rimaste piene di rugbisti, parenti e amici.
Tutti stretti a mamma Raffaella, a papà Fabrizio – agente di polizia – e alla sorella Sofia, fino alla fine sospesi tra incredulità e speranza. Poi il dolore, gli abbracci, le lacrime. Niente urla, nessuna reazione scomposta. C’era chi camminava avanti e indietro senza darsi pace, chi si abbracciava in disparte. «Non è possibile», continuava a ripetere una ragazza, poi sostenuta dagli amici, a loro volta distrutti.
Si mettono in fila, vogliono abbracciare papà Fabrizio, il primo a non farsene una ragione: «Posso capire cento punti in faccia, ma morto proprio no. Non ce la faccio», dice a chi gli sta intorno. «Era educatissimo» aggiunge, quasi non fosse anche un po’ suo il merito di quel ragazzo pianto da tutti. E il dolore si ferma all’altezza dello stomaco.
L’AUTOPSIA
Per i funerali del ragazzo bisognerà ora attendere l’esito dell’autopsia disposta dal magistrato di turno (Roberta D’Avolio). In mattinata sarà infatti conferito l’incarico al medico legale che dovrà stabilire le esatte cause di un decesso che è stato impossibile evitare e per questo, forse, ancora più straziante. Più difficile sarà invece ricostruire l’esatta dinamica dello schianto, su cui ora si sta concentrando il lavoro della polizia di Stato, già intervenuta nell’immediatezza dell’impatto.
Tra le ipotesi figurano quelle di un malore, un colpo di sonno, o l’attraversamento di un animale che lo avrebbe costretto a una manovra così brusca da averlo ridotto a lottare da subito per la vita. Allo stato attuale, la verità su quello schianto la conosce solo lui.
Non risultano infatti testimoni diretti dell’accaduto. Gli unici sono i pochi automobilisti sfilati da quelle parti negli istanti immediatamente successivi all’impatto contro quell’albero – rimasto segnato – che hanno poi lanciato l’allarme. Certo è che l’incidente è avvenuto in un tratto scarsamente illuminato, oltre che tristemente noto per eventi simili. Per ora resta il dolore di amici, parenti e compagni di squadra, che ora attendono il nulla osta del magistrato per la restituzione della salma così da rendere omaggio a chi li ha lasciati col più prezioso degli insegnamenti: si lotta, fino all’ultimo.
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