Contagiata con il sangue infetto: avrà il vitalizio, 800 euro al mese

Il ministero della Salute dovrà risarcire le somme a una malata avezzanese colpita da epatite La trasfusione in ospedale quando era un’adolescente. Il giudice riconosce «un danno permanente»
AVEZZANO. Rimane contagiata con trasfusioni di sangue infetto con il virus dell’epatite C e il ministero della Salute viene condannato a pagarle un indennizzo mensile a vita (di 800 euro), oltre a un risarcimento di circa 50mila euro. È la sentenza emessa dal giudice Antonio Stanislao Fiduccia per la vicenda capitata a una donna di Avezzano.
I FATTI
Tutto iniziò nel 1971 quando la donna, all’epoca adolescente e oggi poco più che 60enne, assistita dall’avvocato Berardino Terra, venne ricoverata all’ospedale di Pescina e sottoposta a due trasfusioni di sangue ed emoderivati, tutte infette con il virus dell’epatite C (Hcv). Nel 2016 la donna venne a conoscenza dell’epatite C contratta dopo un controllo occasionale in cui erano stati riscontrati dei parametri di funzionalità epatica alterati. Fu scoperto che era affetta da epatite C. Prima della scoperta di tale sua positività, la malattia era decorsa in maniera del tutto asintomatica e senza mai dare luogo ad alcuna manifestazione clinica. Dopo il contagio, nel corso degli anni era stata affetta da una grave e ormai inguaribile forma di epatopatia cronica Hcv, con conseguenti danni alla salute ricollegabili, in via diretta ed immediata, al contagio.
IL RICORSO
Nel 2018 aveva presentato una richiesta di indennizzo per essersi contagiata con il virus dell’epatite a causa delle trasfusioni. La domanda era stata respinta dal ministero della Salute secondo cui non sussisteva il nesso di causalità materiale tra le trasfusioni di sangue subite e la sua infezione epatica. Questo a causa del notevole lasso di tempo trascorso dall’epoca del contagio ed alla data della scoperta della sua positività hcv.
NESSO DI CASUALITà
Nel corso del processo è stata così ricostruita la vicenda. Secondo la tesi della difesa, che si è avvalsa della consulenze del medico legale Adelmo Adani che ha redatto la perizia, invece, «il rapporto di causalità non può essere inficiato dal lungo periodo di tempo trascorso tra l’infezione e la scoperta» perché, come noto, «tali affezioni possono decorrere in maniera del tutto asintomatica anche per decenni, senza mai dare luogo ad alcuna manifestazione clinica».
I CONTROLLI
Da tutta la documentazione medica prodotta e dalla relazione medico-legale, secondo la sentenza, è emerso con evidenza come, «qualora il ministero avesse, con diligenza, prudenza e perizia, effettuato i doverosi controlli sulle sacche di sangue trasfuse alla paziente durante la sua degenza ospedaliera (e come invece non ha fatto), avrebbe evitato il contagio con il virus».
I DANNI
Secondo quanto emerso nel corso delle udienze, «il danno permanente di natura epatica subito dalla donna in conseguenza delle trasfusioni infette è evidente».
LA DECISIONE
Alla luce di quanto emerso durante le varie fasi del tribunale, dopo 52 anni dal contagio, è arrivata la sentenza che ha condannato il ministero al pagamento in favore della ricorrente dell’indennizzo mensile di 800 euro vitalizio e anche a partire dal primo giugno 2018, data di presentazione della richiesta, quindi al pagamento dei relativi ratei arretrati da quella data, per un totale di circa 50mila euro. Il tutto oltre al pagamento degli interessi legali e della rivalutazione monetaria dal 121° giorno successivo alla data di presentazione della domanda amministrativa e al pagamento delle spese legali.
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