Furto da 10mila euro al Maxxi, rubata un’opera di Mauri

8 Ottobre 2026

Sottratta una delle cinque mascherine di “Aryan mask”: il pezzo è di grande valore. Scattano le indagini dei carabinieri

L’AQUILA. Una mascherina bianca. Dopo il Covid è diventata uno degli oggetti più immediatamente riconoscibili del nostro tempo: protezione, paura, isolamento, ritorno alla normalità. Al Maxxi dell’Aquila, però, una di quelle mascherine vale circa 10mila euro. E adesso non c’è più. È uno dei cinque elementi che compongono Aryan mask, opera di Fabio Mauri esposta a Palazzo Ardinghelli nell’ambito della mostra “Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila”. La sparizione è stata segnalata e denunciata nella serata di domenica. L’opera, composta da cinque mascherine, era esposta senza protezioni fisiche: una sarebbe stata asportata, in un arco temporale che può arrivare fino a qualche giorno. La vicenda è ovviamente all’attenzione dei carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale e del Nucleo investigativo, che hanno avviato le indagini prontamente. La zona è coperta da un sistema di videosorveglianza e proprio dalle immagini registrate potrebbero arrivare gli elementi decisivi per individuare il momento in cui la mascherina è stata rimossa e chi l’abbia portata via. L’autorità giudiziaria è stata informata. Al momento, dunque, gli accertamenti sono ancora in corso e non risultano elementi che consentano di ricostruire con certezza modalità e responsabilità dell’episodio che ha i contorni di un vero e proprio giallo.

E di uno sfregio, grave, al Maxxi, a tutti gli effetti uno dei fiori all’occhiello della cultura cittadina e non solo. La vicenda assume un peso particolare anche per il contesto nel quale è avvenuta. Aryan mask è inserita in una delle esposizioni di punta dell’autunno aquilano, inaugurata il 26 settembre e visitabile fino al 24 gennaio 2027. “Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila”, curata da Maurizio Cattelan e Marta Papini, celebra il centenario della nascita dell’artista e ricostruisce soprattutto il suo lungo rapporto con il capoluogo, dove Mauri insegnò Estetica della Sperimentazione all’Accademia di Belle Arti dal 1979 al 1999. Il percorso di Palazzo Ardinghelli ruota attorno ad alcuni dei temi centrali della ricerca di Mauri: ideologia, propaganda, memoria, fascismo, costruzione del consenso, rapporto fra immagini e coscienza collettiva. Tra le opere esposte figurano anche numerosi lavori appartenenti al nucleo degli “oggetti ariani”, nel quale Mauri applicava arbitrariamente la qualifica di “ariano” a oggetti comuni per mettere a nudo l’assurdità dei meccanismi di classificazione razziale.

Ed è proprio la natura dell’opera a rendere la storia ancora più singolare. Aryan mask risale agli anni Novanta, dunque non ha naturalmente alcun rapporto originario con la pandemia. Eppure oggi è quasi impossibile osservare quelle mascherine senza sovrapporre al significato pensato dall’artista una memoria molto più recente. Il Covid ha trasformato un oggetto ordinario in un simbolo collettivo, caricato di significati che Mauri non avrebbe potuto prevedere. A trent’anni di distanza, quel cortocircuito aggiunge una lettura involontaria all'opera: l’oggetto della protezione individuale diventa contemporaneamente oggetto artistico, simbolo politico e, ora, perfino materia di un’indagine. Nell’opera dell’artista non si tratta più di un semplice oggetto industriale: è una parte inscindibile dell’opera e del progetto concettuale dell’artista. Togliendone una, non si sottrae soltanto un oggetto, ma si modifica l’installazione stessa.

Nella storia dell’arte i furti nei musei hanno assunto talvolta dimensioni leggendarie. L’Aquila è ovviamente di fronte a una vicenda di tutt’altra dimensione. Ma proprio la sproporzione rende il caso curioso: nessuna tela tagliata dalla cornice, nessun capolavoro trasportato fuori da una sala nel cuore della notte. È bastato, secondo quanto ricostruito finora, prendere una mascherina e lasciare Aryan mask incompleta, a pochi giorni dall’apertura di una mostra che il Maxxi dedica proprio alla capacità di Fabio Mauri di interrogare il significato delle immagini e degli oggetti. Un’opera costruita per costringere chi guarda a chiedersi che cosa attribuisca valore e significato alle cose si ritrova oggi al centro di un caso in cui il valore di un oggetto apparentemente comune è diventato, all’improvviso, materia d’indagine.

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