Il cardinale Petrocchi: «Aquilani sempre fieri anche nelle avversità»

3 Aprile 2019

Messaggio in occasione della ricorrenza della catastrofe: «La città più volte piegata si è sempre rialzata» «Stringiamo a noi le vittime e le chiamiamo per nome. Le lacrime hanno generato grande solidarietà»

L’AQUILA. “Memori del passato, per essere costruttori di speranza”. Questo il tema scelto dal cardinale arcivescovo Giuseppe Petrocchi in occasione del decennale per rivolgere un messaggio alla comunità, non solo dei fedeli, che si appresta a vivere l’evento. Un messaggio di ampio respiro, che tocca non solo tematiche di psicologia e teologia, care al porporato, ma anche temi sociali e culturali offrendo spunti di riflessione. Eccone ampi stralci.
IL SALUTO. «Per la decima volta, quest’anno, sentiremo i rintocchi della campana che ricordano i 309 “martiri” del terremoto. Facciamo memoria di tutte le vittime; le stringiamo a noi con un unico abbraccio e, al tempo stesso, le chiamiamo per nome: una ad una. La “notte crocifissa” del sisma ha suscitato lunghi giorni di dolore, ma anche ha acceso la luce di una graduale “risurrezione”, più forte della furia devastante del sisma. Le lacrime versate si sono rivelate feconde, e hanno generato una abbondante fioritura di fraternità e solidarietà».
IL TERREMOTO DELL’ANIMA. «La ricorrenza – che celebriamo con raccoglimento e volontà di ricostruzione “integrale” – ci obbliga a fare, insieme, una seria revisione. Per questo, non parlerei di “terremoto”, ma di “terremoti”, non solo perché abbiamo avuto nuove repliche telluriche (nel 2016 e 2017), ma anche perché il sisma è un evento complesso e multiforme, difficile da cogliere nella sua distruttiva “globalità”».
IL DOLORE NASCOSTO. «Ci sono luoghi (tra cui il Duomo e Santa Maria Paganica), come anche nelle sue frazioni, in cui purtroppo il terremoto ancora si vede e “si respira”, con immensa tristezza! Viene da dire, guardando quei ruderi: tanti danni, per troppi anni. Ma ascoltando la gente, si coglie un dolore che ha bisogno, anzitutto, di essere captato, accolto e condiviso».
LOTTA SECOLARE AL TERREMOTO. «Anche di “ricostruzione”, è legittimo parlare al plurale! Anzitutto citando i molteplici “riscatti” architettonici che sono stati realizzati, nel corso del tempo, per restaurare i danni inferti dai numerosi sismi che si sono abbattuti sulla Città. Infatti, se si scorrono gli annali della storia aquilana, si resta impressionati nell’apprendere che – nell’arco di 8 secoli – si sono succeduti più di sette terremoti, di cui quattro disastrosi. Viene da chiedersi: perché gli abitanti, con straordinario coraggio, sono rimasti sul posto ed hanno riedificato le loro abitazioni dove erano? Mi viene spontanea la risposta: perché gli Aquilani sono Aquilani. Cioè, gente tenace e motivata che, grazie alla radicata fede cristiana e a solidi valori umani (collaudati dalle asprezze dell’ambiente montano) ha maturato un’ammirevole “resilienza”, che l’ha “equipaggiata” per affrontare e vincere gli attacchi minacciosi del terremoto: senza mai indietreggiare. In essi ha prevalso l’attaccamento alla loro terra, la fedeltà alle tradizioni e la irremovibile convinzione di potercela fare. Oggi sentiamo di dire, con orgoglio, che hanno avuto ragione! Anche davanti alle incursioni devastanti del terremoto, la bandiera dell’Aquila non è stata mai ammainata dalle sue mura ed ha continuato a sventolare con fierezza davanti agli occhi del mondo».
LA RICOSTRUZIONE “OGGI”. «Quando, poi, si parla della ricostruzione odierna, bisogna riconoscere con gratitudine che molto è stato fatto e si sta facendo. Ma va pure detto, con onesta franchezza, che numerose promesse sono state smentite dai fatti e tante attese sono state tradite. Sta, penosamente, davanti agli occhi di tutti, la ricostruzione mancata. Poi, se lo sguardo spazia oltre il perimetro urbano, si ha l’impressione che in diversi borghi e in frazioni periferiche si stia ancora all’ “anno zero”. Nonostante la buona volontà di soggetti istituzionali e di organismi locali, si sono sommati disguidi e ritardi, causati da “labirinti normativi” e “artrosi burocratiche”. Gli errori fatti debbono essere rilevati con rigore, per essere “riparati”, se possibile! In ogni caso, vanno segnalati perché altri non incorrano negli stessi incidenti di percorso. Auspichiamo una semplificazione delle procedure e una velocizzazione delle operazioni attuative, perché, sulle corte distanze, vengano riaperte case, strutture pubbliche e chiese (che non sono solo sedi di culto, ma luoghi identitari): ancora inagibili».
DIMENSIONE “POPOLARE”. «Non si evidenzierà mai abbastanza che la ricostruzione di una Città è impresa di popolo. C’è una saggia sentenza latina che così asserisce: “quod omnes tangit, ab omnibus tractari debet” (ciò che riguarda tutti, deve essere da tutti trattato). Gli amministratori e i tecnici operano a nome del popolo, non al posto del popolo: sono servitori, non sostituti. Per ricostruire bene le pareti delle abitazioni, occorre prima ricostruire le case nel cuore della gente: con i mattoni della fiducia e il cemento della concordia. Bisogna avere orizzonti ampi, visioni lungimiranti e capacità di confronto “allargato”: nei dibattiti civici è necessario adottare la grammatica dell’unità e il vocabolario dell’amicizia, promuovendo la fattiva testimonianza della convergenza, della corresponsabilità e della partecipazione. Si deve combattere, come patologia sociale, ogni forma di particolarismo e di egocentrismo elitario».
“RICOSTRUIRE” I CITTADINI. «La ricostruzione più importante, che deve marciare parallela a quella “edilizia” è la “ricostruzione dei cittadini” e della comunità: sociale ed ecclesiale. Va precisato, però, che difficilmente si esce dal “terremoto dell’anima” per “guarigione spontanea”. La terapia che cura questi “dissesti” interiori non si improvvisa. Occorrono percorsi spirituali, psicologici e sociali adeguatamente “calibrati” e attrezzati. È urgente, perciò, mettere in atto sistemi ed esperienze di accompagnamento che aiutino le persone a dialogare con le tensioni che covano dentro, per imparare ad integrarle positivamente nella propria esistenza».
LA CONVERGENZA SOLIDALE. «Risulta fondamentale che tutti i Soggetti “abilitati” a questo tipo di lavoro (la Chiesa, le Istituzioni pubbliche, la Scuola e l’Università, gli Organismi che hanno fini educativi ed assistenziali, il Mondo della Sanità e dei Media...) trovino forme di raccordo e d’intesa, che consentano di scambiare idee e strategie capaci di favorire dinamiche sananti e processi migliorativi per la vita delle persone e della popolazione. Occorre mobilitare – in forme di buona sinergia – la dimensione religiosa, culturale, sociale e politica (nel senso più nobile del termine), sapendo che solo insieme (nessuno escluso) si può vincere la sfida che il terremoto ci ha lanciato».
LE NUOVE OPPORTUNITÀ. «II terremoto ha portato non solo distruzioni, ma anche nuove opportunità. Ad esempio: i rimescolamenti sociali, provocati dai trasferimenti imposti dall’urgenza di lasciare le case lesionate per occupare contesti abitativi diversi (es. new town), ha suscitato – congiuntamente a disorientamenti e precarietà – alcuni effetti positivi, perché sono stati rotti alcuni schemi abitudinari e aperte inedite prospettive relazionali. Anche dal punto di vista economico e produttivo, come pure nelle logiche imprenditoriali e professionali, si sono spalancate promettenti vie di sviluppo, destinate – se percorse con investimenti opportuni e imprenditoria intelligente – ad assicurare fonti di benessere alle famiglie e offerte di lavoro ai giovani. Le stesse spinte propulsive - in una Città che riacquista e migliora il suo splendore - dovrebbero registrarsi in campo turistico, culturale e artistico. Anche sulla funzione di Capoluogo di Regione cala l’obbligo di conseguire forme più efficaci di sana “leadership” e di coordinamento creativo».
L’AQUILA “PATIENS” E “DOCENS”. «La sciagura del sisma, che ha lacerato con ferocia il territorio, non va solo sofferta, vinta e capovolta nel suo contrario (cioè, in una opportunità di crescita), ma va pure pensata e trasformata in una preziosa lezione di vita e di progresso scientifico/tecnologico, per noi e per gli altri. L’Aquila deve superare la insidiosa “sindrome del cratere”, che potrebbe chiuderla nella cinta delle montagne che le fanno corona. La vicenda che ha vissuto la chiama a esercitare una “docenza” universale; non solo trovando la forza di raccontare l’evento traumatico che l’ha duramente colpita, ma offrendo contributi teorici e applicativi, che possano risultare paradigmi di buona gestione, utili anche per altri centri feriti da calamità simili. L’Aquila, dunque, ha la missione di offrirsi come Luogo di incontro (a livello nazionale e internazionale), come Città-laboratorio e come Sede di studi che si specializzano sul tema della emergenza, del soccorso e della ricostruzione».
TEMPORALITÀ “RECUPERATA”. «Dobbiamo recuperare, con parametri diversi, il senso del “tempo”, perché il terremoto ha spezzato la normale continuità storica, scavando un solco tra il “prima”, l’“oggi” e il “dopo”. Tra questi “segmenti” temporali vanno ristabiliti buoni collegamenti. L’Aquila, infatti, non ha bisogno solo di giorni in più, ma di giorni “nuovi”: carichi di un “fertile” avvenire. Per sostenere questo processo, occorre tenere la mano al polso degli eventi, per registrare il ritmo cardiaco della Comunità: infatti, non si può parlare del futuro di un popolo se si non si conosce il suo passato».
GRATITUDINE AI SOCCORRITORI. «Il decennale è anche occasione preziosa per fare memoria di tutti coloro che si sono fatti “prossimi”, nei giorni del terremoto e nel periodo successivo, spendendosi con generosità e scrivendo indimenticabili pagine di ordinario eroismo. Penso agli innumerevoli interventi di aiuto, fatti con intelligenza, con tempestività e con operosità instancabile. Come non ricordare la visita di Papa Benedetto XVI (il 28 aprile 2009), le Forze dell’Ordine (e tra di loro la Guardia di Finanza), i Vigili del Fuoco, la Protezione civile e i Volontari che si sono prodigati con commovente dedizione? La fiamma del “grazie” non si estingue dal cuore degli Aquilani, anche perché il bene – ricevuto e ricambiato con sincerità – rimane per sempre».
IL SEGNO DELLA RISURREZIONE. «La fede ci dona la certezza che Gesù ci accompagna tutti i giorni della nostra vita (specie in quelli visitati dalla sofferenza), per rendere ogni “via crucis” (singolare o collettiva) una “via lucis”: se con Lui facciamo Pasqua. Per questo, l’eco di quel tragico 6 aprile di dieci anni fa, non resta un grido di dolore chiuso nell’anima della nostra Città, ma deve tramutarsi in voce gioiosa: che testimonia, al mondo intero, una Vita abitata dall’Amore-Risorto e annuncia un’Alba di speranza, che si alza – già da ora – sul cielo intrepido dell’Aquila».
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