Il riso della Val di Sangro «Sa di mare e di Maiella»

A distanza di un secolo riparte la produzione: la scommessa dei primi 5 ettari
SANT’EUSANIO DEL SANGRO
Prima regola: non chiamare spiga la parte superiore del fusto, quella che contiene i chicchi. Si rischia un richiamo. «Si chiama pannocchia», la risposta puntuale. Seconda regola: non farsi vedere titubanti o diffidenti perché quelle “pannocchie” quasi pronte per essere trebbiate non sono frutto dell’improvvisazione o capricci ma di attente valutazioni. E i risultati iniziano a vedersi. La notizia è questa: dopo più di un secolo si torna a coltivare riso in Val di Sangro e lo si fa grazie alla tenacia di Mirko Di Crescenzo, titolare della Fior Di Maiella, e di alcuni agricoltori tra i quali Domenico Di Biase. Oggi gli ettari messi a coltura sono 4 e per il prossimo anno aumenteranno.
La Fior di Maiella è figlia della tristezza di nonna Santa Primavera, di Bocca di Valle, Guardiagrele. Sua figlia si sposa e segue il marito in Venezuela. Nonna Santa è triste e per non aggravare il suo stato esce per i campi e raccoglie l’origano che mette fuori porta di casa ad essiccare. Passano i turisti e propongono l’acquisto. Il figlio di nonna Santa, Speranza Pio Di Crescenzo, capisce che ci può essere un utile e nel 1970 apre una piccola azienda, la Fior di Maiella, appunto, che produce preparati misti per la cucina. Nel 2000 Mirko, pur continuando la produzione dei preparati, inizia a produrre lenticchie e farro a Montebello sul Sangro, fagioli “suocera e nuora”, peperoni dolce di Altino, peperoni piccanti. Lo step seguente è produrre zuppe di cereali e risotti. L’azienda si amplia con clienti in Europa, Stati Uniti, Canada. «Un giorno, mentre facevo l’ordine per acquistare il riso», dice Mirko, «mi si è accesa una lampadina: e se lo producessimo noi?». Idea folle, si direbbe. Eppure. La produzione inizia nel 2024. Si parte con un ettaro su un terreno di Domenico Di Biase, a Brecciaio di Sant’Eusanio del Sangro. Il seme usato è un incrocio tra il Carnaroli e l’Arborio. «Abbiamo avuto bisogno di una pianta detta “alla secca”», spiega Mirko, «che ci fa risparmiare il 90% dell’acqua. Il fusto è basso per far sì che le correnti di aria, dal mare o dalla montagna, non la buttino giù». Si semina ad aprile, si raccoglie da settembre ai primi di novembre. E il primo anno che raccolto? «Appena 200 chili ma la qualità era alta», racconta Mirko mentre Domenico lo guarda con la benevolenza di chi già conosce il proseguo della storia. Il secondo anno gli ettari sono due, la produzione aumenta a 10 quintali. Si inizia a ragionare. Quest’anno gli ettari salgono a cinque ed entra nella partita anche la Cooperativa Tabacchi (presidente Nicola Antonelli) che mette a disposizione terreni, tra il Sangro e quella strada che, come una lunga linea retta fende la contrada Brecciaio, lì dove nel passato c’erano acquitrini e il Sangro arrivava quasi fino sotto i calanchi.
Il seme viene acquistato a Vercelli, è registrato all’Ente Nazionali Risi: ci deve essere tracciabilità. I trattamenti sono minimi. «Basta vedere le erbe infestanti che ci sono», dice Mirko. Si raccoglie con mietitrebbia, poi viene caricato immediatamente ed entro 12 ore si deve trovare a Vercelli per essere essiccato. Dopo 4 giorni, è messo “fermo”: per alcuni giorni si fa stabilizzare il chicco. Poi, viene perlato (privato della pula). «Poi, lo riportiamo giù in azienda, a Casoli, dove è messo sottovuoto per evitare che assuma odori e sapori non caratteristici. È venduto o lavorato per fare risotti. Questa è una varietà di riso aromatico dalle qualità organolettiche particolari. È un riso di collina, terre dei trabocchi. Il chicco è il 25% più grande degli altri, la cessione di amido è maggiore e ciò crea una cremosità particolare. In alcune linee è invecchiato 12 mesi con delle micro crepe sulla superficie cosa che gli fa assorbire più sapore», dice Mirko che aggiunge: «Per il momento è un consumo di nicchia, nella ristorazione. Ecco perché sto cercando di aumentare la produzione e coinvolgere sempre più persone. Crediamo nei prodotti del territorio che ha un microclima invidiabile con influenze del mare e della Maiella. Qui non si può improvvisare perché per lavorare con l’estero dobbiamo soddisfare tante certificazioni di qualità per ottenere prodotti più salubri possibili».
La coltivazione del riso in Abruzzo e Molise si concentrò lungo le vallate alluvionali dei fiumi Vomano, Pescara, Sangro, Trigno e Treste. La diffusione della coltivazione fu rapidissima, ma ciò comportò anche un grave problema sanitario a causa della diffusione della malaria, originata dalle vaste aree allagate per quella coltura. Nel 1823 il Decurionato di Perano chiese ufficialmente l’eliminazione delle risaie nella piana di Piazzano-Atessa a causa di una drammatica situazione sanitaria. Nel 1830 il governo Borbonico arrivò a vietare la coltivazione a una distanza inferiore a due miglia dagli insediamenti umani e dalle “vie consolari”. In provincia di Chieti rimasero coltivabili i terreni adiacenti al Sangro e nella vallata del Trigno. Nel 1867 Vittorio Emanuele II autorizzò la coltivazione del riso nell’Abruzzo meridionale solo a condizione che le risaie fossero ad una distanza di almeno 5 chilometri dai centri abitati. Tra coltivazioni abusive e bonifiche, la risicoltura nella valle scomparve definitivamente a fine dell’Ottocento primi del Novecento. Oggi si cerca di riscrivere la storia.

