Ingiusta la sanzione all’impiegata: il vaglia falso non è riconoscibile

13 Novembre 2022

Una dipendente era stata sospesa due giorni dalle Poste per non aver individuato la frode del cliente L’azienda dovrà anche saldare le spese legali per il ricorso contro la decisione del giudice del lavoro

AVEZZANO. Incassa un vaglia da centomila euro clonato, ma le Poste se la prendono con la dipendente dello sportello. Ora il tribunale del lavoro ha rigettato il ricorso presentato da Poste italiane contro la cassiera dell’ufficio di Avezzano. Alla donna, una sportellista vicina alla pensione, era stata comminata una sanzione disciplinare di sospensione dal servizio per due giorni con privazione della retribuzione, perché ritenuta responsabile di non aver riconosciuto il vaglia postale clonato, permettendo l’incasso di cinquemila euro.
La sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila, a firma del giudice Anna Maria Tracanna e del presidente Ciro Marsella, scagiona in toto la donna, assistita dall’avvocato Salvatore Braghini, e condanna Poste italiane alle spese legali per il doppio grado di giudizio. La società, infatti, ha deciso di presentare appello contro la sentenza del dicembre 2020 del giudice del lavoro di Avezzano, Antonio Stanislao Fiduccia, che aveva rigettato il ricorso con il quale Poste italiane aveva chiesto di accertare la legittimità della sanzione disciplinare. Le Poste avevano addebitato alla dipendente una condotta negligente perché non aveva riconosciuto il vaglia falso. La Corte ha ritenuto determinante quanto riferito durante il processo dall’ispettrice antifrode dell’azienda, che ha confermato che l’assegno fraudolento era non riconoscibile. A fronte di tutto ciò, il collegio ha pienamente condiviso quanto affermato dal giudice di Avezzano, che aveva ritenuto che lo strumento, utilizzato dall’azienda per divulgare le direttive sull’importante procedura antifrode, non poteva ritenersi idoneo a garantire che tutti i dipendenti riconoscessero un vaglia falso.
La vicenda ha talmente scosso la vita lavorativa dell’impiegata tanto da comprometterne la salute, come accertato da un’altra sentenza del tribunale di Avezzano. Secondo il legale marsicano «la dipendente si aspettava maggiore protezione dall’azienda, in cui ha lavorato per 35 anni, senza incorrere in nessuna sanzione, e invece l’obiettivo perseguito da Poste italiane è sembrato essere il recupero dei centomila euro piuttosto che perseguire l’autore del reato. La lavoratrice ha dovuto sopportare che il presunto negoziatore del titolo clonato continuasse ad avvalersi dei servizi nello stesso ufficio postale, ritrovandoselo persino davanti al proprio sportello». Ora per la donna l'incubo è finito.
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