Sulmona

«Jamm’mò»: 69 anni fa Sulmona insorgeva in difesa del distretto

3 Febbraio 2026

Era il 3 febbraio 1957 quando la decisione di trasferire il presidio militare sfociò in guerriglia urbana. Un autoblindo provò a liberare il prefetto dell’epoca bloccato in Comune: la situazione precipitò

SULMONA. Non fu solo una protesta, fu un’insurrezione dell’anima che ancora oggi, a 69 anni di distanza, fa vibrare le pietre di corso Ovidio. In questo inizio febbraio, Sulmona si rispecchia in quel 1957 che la vide trasformarsi da placida patria di Ovidio in una trincea urbana. Il grido era uno solo, viscerale: «Jamm’mò!». Un imperativo che chiamava alla riscossa una città senza più tempo da perdere. Il 2 e il 3 febbraio ricorrono le date di quella che le cronache definirono una “Rivoluzione borghese”, capace di unire nobili, operai e studenti. La miccia era stata accesa nel buio: nella notte tra il 27 e il 28 gennaio, il governo aveva deciso di smantellare il Distretto Militare, motore economico del territorio dal 1897. Quello “scippo” notturno, con il comando trasferito d’autorità all’Aquila nonostante l’opposizione del consiglio comunale guidato dal marchese Panfilo Mazzara, fu la goccia che fece traboccare il vaso. La tensione esplose il 2 febbraio, quando il prefetto dell’Aquila, Ugo Morosi, arrivò in città. Fu l’inizio dell’assedio. Migliaia di cittadini bloccarono ogni via di fuga, serrando il prefetto per otto ore dentro Palazzo San Francesco. Mentre la piazza ruggiva, il sindaco Mazzara tentava una mediazione impossibile, interponendosi tra le forze dell’ordine e la sua gente. Quando un autoblindo tentò di aprirsi un varco, la situazione precipitò in guerriglia. Le cronache ricordano le Cinque Giornate di Milano: dalle finestre del liceo classico gli studenti lanciavano tegole contro i reparti in assetto di guerra, mentre barricate e tombini divelti trasformavano il centro in un campo di battaglia. La Pretura venne invasa, i mobili lanciati dalle finestre e il ponte Capograssi sbarrato. L’aria, resa irrespirabile dai lacrimogeni, non piegò una resistenza che non arretrava, nonostante i numerosi feriti. In quei giorni il Comitato di difesa, guidato da Francesco Sardi De Letto e Antonio Falconio, divenne l’unico interlocutore credibile. Il sindaco e il consiglio rassegnarono le dimissioni, gesto di solidarietà estrema verso una popolazione che non accettava di essere spogliata dei servizi. Quella battaglia portò a un lungo processo, ma anche a una vittoria morale: mesi dopo, il governo assicurò il riesame del provvedimento, riconoscendo il valore di una città che non si era lasciata calpestare. Oggi, mentre la città lotta per difendere il tribunale, il ricordo di «Jamm’mò» non è nostalgia. È il simbolo di una comunità che sa dismettere la rassegnazione per indossare i panni della storia, ricordando che la dignità di un territorio non si svende nel silenzio.

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