Morto Pantaleo, fu il partigiano più giovane della Brigata Maiella

6 Maggio 2022

Aveva 92 anni, si arruolò a 14 (mentendo sull’età) per vendicare il padre ucciso dai tedeschi invasori Con i sulmonesi Malvestuto, Grossi e Di Pietro è stato uno dei simboli della resistenza abruzzese

SULMONA. Fu il più giovane tra i patrioti della Brigata Maiella. E ieri, all’età di 92 anni, era nato nel 1930, quel “giovane cambattente” si è spento in un’abitazione di Pescara, dove viveva con la figlia Giorgia. Ennio Pantaleo era malato da tempo, tanto che non aveva partecipato alla celebrazione della Liberazione il 25 aprile scorso. Nel 2011, proprio per ricordare la sua storica e avventurosa militanza nella Brigata Maiella, diede alle stampe un piccolo ma significativo volume “Avevo solo quattordici anni”, testimonianza di fatti storici vissuti in prima linea e in prima persona, in cui racconta tutte le sue esperienze vissute durante la Seconda guerra mondiale, dalla morte del padre (ferroviere socialista) per mano dei tedeschi fino al suo arruolamento nella Brigata Maiella, appunto a 14 anni, dichiarando però di avere due anni di più: «Mentii perché volevo vendicare mio padre», rivelò quando tornò trionfante a Sulmona dopo aver contribuito alla cacciata dei tedeschi e a liberare Bologna. Fu tra quelli, il 21 aprile del 1945, a entrare nella città emiliana.
L’INCONTRO CON TROILO
Ennio Pantaleo aveva visto per la prima volta i “maiellini” in piazza Garibaldi, a Sulmona, circondati dalla folla curiosa e festante. Era il 9 giugno del ‘44. Era la liberazione, la fine della guerra, la fine della paura, del terrore, che dall’armistizio e dall’occupazione tedesca, era diventato un incubo collettivo, un’immane tragedia. Fu una sorpresa: la città era stata tappezzata con manifesti di saluto in inglese quando, invece, si vide arrivare una formazione italiana, mal vestita, dall’armamento più vario, ma un vero anche se piccolo esercito. Superata l’incredulità, furono calorosi i festeggiamenti. Fu in questa circostanza che Pantaleo cominciò ad interessarsi a questa sorta di compagnia di ventura, per maturare lentamente il grande passo di essere uno di loro.
UNA FAMIGLIA POVERA
Nel suo libro pubblicato nel 2011, Pantaleo racconta che girava in bicicletta per le campagne in cerca di qualcosa da mangiare, verdure ed erbe. Un po’ di latte per il padre malato se lo procurava dai nonni a Fonte d’Amore, vicino al campo di concentramento. Un prigioniero fuggiasco se l’era portato a casa con incosciente generosità e dovevano «dividere con lui il pane che non c’era». Si era salvato per un puro miracolo dal feroce bombardamento di piazza Garibaldi. I tedeschi gli avevano sparato una volta, in un’altra occasione lo avevano pestato ben bene.
L’ARRUOLAMENTO
Quando incontrò Ettore Troilo e gli altri “maiellini”, l’Abruzzo era già stato liberato e il comandante, invece di tornare a casa, continuò con gli altri a risalire la penisola. E a Recanati, in previsione dell’ultima decisiva spallata da dare ai tedeschi rafforzatisi dietro una nuova linea difensiva, la linea Gotica, promosse una campagna di nuovi arruolamenti. In quei giorni Ennio Pantaleo maturò la decisione di farsi soldato. Insieme a un compagno raggiunge la base di Recanati e si arruolò mentendo sull’età, seguendo la Brigata nella sua avanzata verso il Nord. Il 21 aprile del ‘45 la Brigata Maiella entrava a Bologna. In prima fila Gilberto Malvestuto e poi tutti gli altri sulmonesi, Raffaele Di Pietro e Ubaldo Grossi, quest’ultimo morto il 1 febbraio dello scorso anno. I funerali di Ennio Pantaleo si svolgeranno oggi alle 11 nella chiesa del Santissimo Crocifisso.
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