«Natale degli ultimi» Il messaggio del cardinale Petrocchi
L’arcivescovo: «Prego per le vittime del Covid e i loro cari Grazie a chi si adopera per fronteggiare l’emergenza»
L’AQUILA. «Un Natale-di-luce per rischiarare gli angoli oscuri della nostra storia». Questo il messaggio che il cardinale arcivescovo Giuseppe Petrocchi rivolge alla comunità ecclesiale e civile per il Natale 2020. Eccone ampi stralci.
LUCE NEL BUIO. «Il primo Natale avvenne mentre Betlemme era avvolta dal buio. Siamo sempre più consapevoli che, pure in diversi settori della nostra società, sembra scendere una “notte culturale”, resa ancora più oscura dalla pandemia. Anche in queste tenebre, spirituali e relazionali, deve accendersi la luce del Signore-che-viene! Come gli angeli che, “allora” annunciarono ai pastori la nascita del Salvatore, così la Chiesa proclama, oggi, la venuta di Gesù, Salvezza di ogni uomo e di tutto l’uomo. Proprio l’incontro con il Signore ci consente di non essere sopraffatti dalle avversità e ci rende vincenti nelle sfide, anche gravi, a cui la storia ci sottopone. Da soli, non ce l’avremmo fatta. Ma la grazia, ricevuta dall’Alto, ci consente di crescere nel “bene-fatto-bene”, frutto della carità: ricevuta, praticata e donata».
FALSE CERTEZZE. «Come credenti siamo tenuti a registrare non solo ciò che questa calamità sanitaria ci toglie ma anche a chiederci quello che ci insegna. Dobbiamo anzitutto riconoscere che tale evento, a dimensioni planetarie, è stato una grave “umiliazione”, per una mentalità che si riteneva autosufficiente e ormai padrona esclusiva del proprio destino. Molte false certezze sono state smentite. Come rileva Papa Francesco, questo virus tremendo ha messo in ginocchio il mondo. Siamo tutti piombati nella nebbia di una globale precarietà. Bisogna imparare a trarre da questa tragica “umiliazione” una grande umiltà: individuale e collettiva. Tale passaggio non è automatico: occorre che entri in campo la “conversione”, cioè la revisione dei modi di pensare e di agire contaminati dall’orgoglio, per sostituirli con stili allineati sulla volontà di Dio. Senza la conversione l’umiliazione non diventa umiltà, ma si trasforma in rabbia, che genera ostilità e comportamenti aggressivi, oppure si tramuta in pessimismo disfattista e perdente».
SOLIDARIETÀ. «Oggi, più che mai siamo chiamati, con la grazia del Natale, a costruire una società a misura d’uomo: più capace di tessere relazioni autentiche e maturanti. Dobbiamo sbarazzarci dalle pretese di essere i “demiurghi” di noi stessi (cioè, gli unici artefici della nostra sorte). Occorre maturare un “umanesimo integrale”, aperto alla Trascendenza, e capace di promuovere il bene autentico, a livello generale e individuale. Vorrei che il Natale di quest’anno lo vivessimo spalancando le porte del cuore a quanti abbiamo finora rifiutato o lasciato ai margini: questo “mettersi accanto” è motivato dalla fede che ci porta a onorare in loro la presenza del Signore-che-viene. Il Figlio di Dio, infatti, incarnandosi, ha preso su di sé la condizione di tutti e di ciascuno, specie degli ultimi e degli scartati. Dalle pagine degli eventi epidemici dobbiamo apprendere anche la lezione della solidarietà universale. Sul piano umano, l’altro è un mio simile. Ma nella prospettiva cristiana, il prossimo è mio fratello. Perciò, mi appartiene: ciò che gli accade mi riguarda».
AUGURI. «Desidero raggiungere, con l’affetto e la preghiera, le persone colpite dal contagio e le loro famiglie: affidiamo al Signore le vittime dell’epidemia e i loro cari. Una vicinanza speciale voglio assicurarla a tutti coloro che vedono compromesso il loro lavoro e quanti faticano a vivere per ristrettezze di ogni tipo. Esprimo la mia commossa riconoscenza a quanti si prodigano, a vario titolo, per fronteggiare l’emergenza, testimoniando generosità e abnegazione, spesso in grado eroico».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

