Uccisa in ospedale dal batterio killer Ai familiari danni per 800mila euro

24 Dicembre 2019

La 72enne di Avezzano contagiata dopo un intervento chirurgico eseguito al San Camillo di Roma Ricoverata con altri pazienti (alcuni deceduti) che presentavano delle forme acute infettive

AVEZZANO. Uccisa da un batterio killer, contratto in seguito a un intervento chirurgico. Una morte che poteva essere evitata se non vi fosse stata imperizia e negligenza dei sanitari, come accertato da una sentenza del tribunale. I familiari della donna, una 72enne di Avezzano, dovranno essere risarciti con una somma complessiva di 843mila euro.
La condanna riguarda il ministero della Salute per un caso di malasanità avvenuto nell’Azienda ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma, dove R.A. si era rivolta per eseguire un intervento chirurgico al cuore.
Il giudice unico del tribunale di Roma, Vittoria Amirante, ha accolto la domanda dei parenti della 72enne avezzanese, assistiti dall’avvocato Berardino Terra durante il lungo percorso giudiziario.
La vicenda ha avuto inizio nell’autunno 2015 con un ricovero nel reparto di cardiochirurgia dell’ospedale San Camillo. Un reparto, come evidenziato negli atti processuali, dove in quei giorni erano ricoverati anche diversi pazienti che presentavano sintomi influenzali, alcuni di loro deceduti per forme acute infettive. Tre giorni dopo l’operazione le condizioni della donna peggioravano drasticamente, tanto da rendere necessario un nuovo intervento chirurgico. A un mese di distanza l’anziana veniva nuovamente sottoposta a un’operazione in quanto, sempre stando agli atti del processo, «in un tentativo di aspirazione dei liquidi dai polmoni, per imperizia, negligenza e imprudenza, i sanitari le perforavano l’aorta polmonare». Nei circa 50 giorni di degenza post operatoria, poi, venivano «riscontrate diverse infezioni di origine nosocomiali» e in particolare «veniva riscontrata un’infezione da klebsiella pneumonie che provocava uno stato di setticemia e successivo shock settico che conduceva la paziente alla morte», avvenuta a circa due mesi dal primo ricovero nella struttura ospedaliera romana. Nella documentazione clinica, scrive il giudice, emerge con evidenza che le infezioni sono state contratte dalla 72enne durante la degenza al San Camillo non essendovi alcuna evidenza della preesistenza di uno stato infettivo. Il consulente tecnico nominato dal tribunale evidenzia come «già a pochi giorni dall’intervento i valori nel sangue della paziente erano fortemente alterati». Sempre secondo il Ctu non vi sono riscontri che portino a ipotizzare che l’ospedale abbia adottato tutte le precauzioni necessarie per ridurre al minimo i rischi di un’infezione. In base alle conclusioni cui è pervenuto il Ctu, e tenuto conto sia del criterio temporale che di idoneità causale, «deve ritenersi accertato il nesso causale tra ricovero e insorgenza delle infezioni tipicamente nosocomiali». È stato dunque accertato «il profilo della negligente e imperita prestazione medica, con la responsabilità della struttura sanitaria» per arrivare alla condanna di risarcimento danni nei confronti dei familiari della vittima.
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