A 92 anni fa ancora il manager e sta per laurearsi in Economia

Giovannino Del Bianco di Manoppello racconta il suo mezzo secolo a Milano e gli abruzzesi illustri che ha incontrato: dal banchiere Mattioli al provveditore Cappelletti fino al prefetto Troilo
MANOPPELLO. Dieci anni fa, quando dall’Italia del nord rientrò a Manoppello, diceva di essere stato un po’ penalizzato dal Signore, perché a 82 anni continuava ad avere una mente lucida e pronta che non gli permetteva di abbandonare le attività lavorative.
Oggi, 92enne, anche se compiaciuto, è ancora aggrappato a questa curiosa convinzione. Sebbene in pensione, continua a fare il suo lavoro di revisore contabile di aziende internazionali di altissimo livello con bilanci da capogiro, impiego che l’ha portato a stare a Milano per oltre mezzo secolo.
È Giovannino Del Bianco, classe 1923, manoppellese doc che prima di emigrare, adolescente, aveva conseguito a Manoppello la licenza di quinta elementare e a Chieti quella della media inferiore con il farmacista del paese che gli fece da tutore assumendolo anche come ragazzo di bottega, dopo che aveva già provato a fare il falegname, il calzolaio e il muratore. Il diploma da ragioniere lo ottenne a Milano seguendo corsi serali.
Oggi, con il suo bagaglio di conoscenza e cultura finanziaria, sta per laurearsi in Economia e commercio all’università di Pescara. E ricopre il ruolo di presidente del collegio di revisore dei conti alla Federmanager, al gruppo Di Vincenzo, alla società Interporto d’Abruzzo, alla Cei Impianti spa, al gruppo Streler.
Del Bianco ne ha di cose da raccontare.
La prima è quella che ha segnato la mia vita. A 7 anni, nel 1930, per raccogliere un pezzo di un giocattolo che era finito sul parapetto del pozzo profondo 20 metri del giardino di casa vi caddi dentro e riuscii a salvarmi aggrappandomi alle pietre che qua e là fuoriuscivano dalle pareti. Pensavo di morire, ma fui salvato e la mia esistenza assunse in un istante un significato di positività infinita che non mi ha più abbandonato. Sono vissuto sempre con il ricordo di quell’evento davanti agli occhi.
A Milano è stato un riferimento sicuro per i compaesani che cercavano lavoro?
Dopo la guerra le uniche possibilità di lavorare, per loro, erano quelle di andare all’estero. Molti andarono alla miniera di Marcinelle in Belgio, o tentarono la fortuna al nord. Io ne ho aiutati tanti che si distinsero per voglia di lavorare, serietà ed onestà.
E nella sua veste di manager cosa si sente di dire alle nuove generazioni? Cosa vuol dire essere manager?
Un manager intanto è sicuramente consapevole del concetto di responsabilità che investe la classe dirigente. In altre parole un manager non mette a rischio l’azienda per cui lavora. Manager vuol dire anche essere lungimiranti, verificare/recepire tutte le opportunità che si presentano per lo sviluppo dell’azienda Italia. Ma è soprattutto nella condivisione dell’obiettivo che un bravo dirigente manifesta le sue qualità, attraverso la fiducia. E poi, un manager lo riconosci dall’ampiezza della sua giornata che dura 24 ore, tutte vissute interamente: si è manager anche alle prime luci dell’alba, quando la gran parte dorme.
Nativo di Manoppello, decide di spostarsi nella grande Milano. Cosa dice di quegli anni?
Cinquanta anni fa Indro Montanelli presentava Milano come La Mecca. La grandezza di questa città si basava su un semplice fattore: chiunque dimostrava di avere capacità imprenditoriali o creative veniva premiato con la possibilità di un credito finanziario. C’era spazio per chi sapeva e voleva fare. Il caso Eni fu una spinta stratosferica per l’economia. Il signor Mattei incaricato nell’immediato dopoguerra di liquidare l’azienda Agip chiese e ottenne dal presidente della Banca commerciale italiana, il nostro corregionale Raffaele Mattioli, un congruo finanziamento e di lì partì tutta la struttura, oggi vanto dell’Italia nel mondo. Ricordo volentieri altri nomi: Bocconi era un semplice sarto e Rizzoli, un piccolo tipografo. Mondadori giunse da Ostiglia spingendosi avanti con un piccolo carretto di libri da vendere. Milano era insieme il fulcro e la roccaforte del liberalismo economico, unico fondamento dell’iniziativa privata su cui si ergeva la città e l’intera Lombardia. Milano elargiva galloni a chiunque, ma con quel gesto lanciava una sfida a chi avrebbe dovuto dimostrare di saper navigare da solo. Quando questo accadeva, ci si ritrovava automaticamente inseriti al vertice della scala sociale. La gerarchia quindi non veniva stabilita dal sangue illustre, ma dal successo individuale.
Si parla di crisi da anni e non si vedono molte soluzioni. Che cosa ne pensa?
La crisi, per l’industria, sta diventando un alibi, ma la verità è che gli imprenditori italiani non sono capaci di adeguarsi al mercato attuale. La crisi del 1929 ha trovato Roosevelt, la nostra no. Lui mise mano alle opere più importanti del mondo ricostruendo pian piano il sistema economia.
Lei ha viaggiato molto e nelle diverse aziende in cui ha conquistato poi la dirigenza (Loro e Parisini, Ferroveton e Fondisa spa) ha sempre colto l’occasione per ribadire le sue origini abruzzesi. Quali caratteristiche attribuisce alla nostra gente e chi ricorda degli abruzzesi a Milano?
Non vorrei peccare di presunzione ma ho sempre considerato l’abruzzese con una sesta marcia. Che poi chi lo dice che sono sempre cinque? Personalmente non mi sono mai trovato in difficoltà, nonostante provenissi da un piccolo paese. I personaggi del mio Abruzzo? Intanto ricordo il più grande banchiere di tutti i tempi: Raffaele Mattioli. I suoi allievi all’epoca erano Enrico Cuccia, Vincenzo Maranghi e Giovanni Malagodi. Il professor Cappelletti, provveditore agli studi della Lombardia era di Castiglione a Casauria. L’amministratore delegato di Montedison era di Capestrano e l’avvocato Ettore Troilo di Torricella Peligna divenne prefetto di Milano. Il generale Palombo era di Serramonacesca e divenne capo del personale alla Eni insieme ad Enrico Mattei. All’epoca della mia permanenza a Milano l’abruzzese era ricercatissimo ed era un vanto, per l’impresa che lo assumeva.
Imprenditori e dirigenti: quanto è importante il dialogo tra questi due attori in un momento congiunturale come questo?
Fondamentale direi. Aggiungo anche che il cambio generazionale dovrebbe favorire un dialogo sempre più costruttivo per dare continuità alla vita di impresa.
Lei è presidente del Collegio sindacale dell’associazione Federmanager Abruzzo Molise (da oltre trenta anni) nonché di altre molteplici realtà territoriali. Quanto è importante tenersi in attività dopo la pensione?
Dipende sempre dalla volontà della persona. Alla mia tenera età non avverto gli anni e ho un progetto in corso: laurearmi. Già ho avviato il procedimento per la laurea in Economia e commercio che avrei potuto conseguire già in passato, ma sono stato troppo impegnato a lavorare.
Ai nuovi dirigenti, alle giovani leve che hanno la responsabilità di contribuire attivamente all’economia del Paese, che cosa augura e che cosa consiglia?
In entrambi i casi la parola d’ordine è amare. L’amore per il proprio lavoro e soprattutto per l’onestà, non dimenticando mai che il danaro è semplicemente un mezzo d’opera e non un fine.
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