Addio don Palmerino maestro di vita e fede sacerdote per 70 anni

Muore a 93 anni il fondatore della chiesa di via Cavour Originario di Guardiagrele, ha insegnato al liceo classico
PESCARA. Mano nella mano con i suoi cari e l'addio nella notte. La città piange don Palmerino Di Sciascio, amatissimo sacerdote emerito della Beata Vergine Maria del Rosario, la chiesa di via Cavour che fece costruire 64 anni fa e che oggi ospita la camera ardente aperta a tutti coloro che vorranno salutarlo per l'ultima volta.
Per 50 anni, un record, guidò con «mitezza e buon senso» la sua parrocchia, dove ha voluto un centro giovanile, ha ispirato l'idea progettuale del teatro, ha battagliato per un organo con 2000 canne, prima di abbandonare la pastorale, 13 anni fa. Il 20 luglio prossimo avrebbe compiuto 94 anni.
Classe 1926, era nato a Guardiagrele, la città teatina che accoglierà le sue spoglie mortali. Lascia le nipoti, Lucia, Maria, Luigina, Donatella, che lo hanno accudito con amore fino all'ultimo istante. Don Palmerino se ne è andato alle 2,30 della scorsa notte, nell'abitazione di via Gran Sasso, zona ponte Flaiano. Era in discrete condizioni di salute, a parte qualche problema alla vista. Le sue ultime apparizioni pubbliche risalgono al 29 giugno 2019 quando festeggiò al Rosario i 70 anni dall'ordinazione da presbitero, era il 1949 e aveva 23 anni, con la benedizione di monsignor Bosio nella cattedrale di San Cetteo, dove successivamente operò come vice parroco al fianco di don Pasquale Brandano. Nell'ottobre 2019 l'amministrazione comunale di Carlo Masci gli conferì il prestigioso riconoscimento del Ciattè d'oro, che premia gli uomini e le donne che hanno dato lustro alla città. In quella occasione, don Palmerino, assiso in carrozzella, sguardo attento e mente lucidissima malgrado gli acciacchi dell'età, ebbe a dire: «La vita del prete è preziosa, è un lavoro difficile perché si ha a che fare con tante persone diverse». Dal presidente Sandro Pertini fu insignito del Cavalierato della Repubblica.
Laureato alla Pontificia università lateranense, è stato insegnante di diritto canonico al Toniolo di Pescara e docente di religione al liceo classico D'Annunzio. Per 40 anni ha cresciuto e catechizzato migliaia di giovani pescaresi. E' stato avvocato rotale al Tribunale ecclesiastico regionale, si è occupato dei processi di nullità dei matrimoni. Dal 1937 al 1949 è stato seminarista a Chieti. Nel frattempo, nel 1947, la famiglia, papà Luigi, commerciante di materiale da costruzioni e mamma Filomena, si trasferì a Pescara. Dopo l'ordinazione sacerdotale, nel 1949, l'allora vescovo diocesano Benedetto Falcucci gli assegnò la prima parrocchia a Villa Santa Maria di Spoltore e nel 1951 gli chiese di creare un luogo di culto nell'ex quartiere Zanni, oggi piazza Duca. Racconta don Battista Arena, 73enne parroco del Rosario che due anni fa ha raccolto l'eredità di don Rodolfo Soccio: «Il primo insediamento della chiesa del Rosario era nei locali concessi dalla famiglia Mettimani, all'angolo di via Settembrini vicino all'attuale tabaccheria», e rivela che «quando il vescovo Falcucci disse a don Palmerino: vai ad aprire la chiesetta lì, lui gli rispose: “Eccellenza, datemi almeno una candela”. A dimostrazione di come la zona fosse desolatamente spoglia, all'epoca. La chiesa fu inaugurata nel 1957. Ha continuato a partecipare alle messe e vedere gente nel suo ufficio in parrocchia fino a poco tempo fa. Una processione di gente che ha sempre chiesto: ma don Palmerino c'è? Per farsi confessare o per un consiglio. E' stato sempre molto amato».
Uomo «mite, intelligente, di grande equilibrio e buon senso, molto stimato anche da monsignor Antonio Iannucci. Nel suo ruolo di conciliatore e mediatore, ha formato intere generazioni di famiglie, io ero un suo catechista e devo a lui il mio cammino sacerdotale», ricorda con affetto e devozione don Gino Cilli, parroco di San Panfilo a Spoltore, che una settimana fa gli ha somministrato i sacramenti. «Si alzava alle 5 del mattino», aggiunge, «pregava e andava a scuola ad insegnare. Dalle 3 del pomeriggio accoglieva tutti col suo fare gentile, mai visto irritato, sapeva entrava in empatia con le persone, era questo il segreto del suo carisma». Maria Bevilacqua è la nipote che lo ha visto ieri l'altro per l'ultima volta: «Mi stringeva la mano, è morto serenamente», racconta in lacrime, «stava bene, era lucido. Per noi aveva sempre una parola di conforto e fino all'ultimo mi ha chiesto di ricevere i suoi parrocchiani che amava profondamente».
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