Arrosticini e scampagnate ai Colli: quando la corsa era la festa della città

È stata più di una gara ciclistica. Non solo l’occasione di vedere da vicino i grandi campioni del pedale. Era la scampagnata sui colli di Pescara, la scusa per lasciare per un giorno la spiaggia e...
È stata più di una gara ciclistica. Non solo l’occasione di vedere da vicino i grandi campioni del pedale. Era la scampagnata sui colli di Pescara, la scusa per lasciare per un giorno la spiaggia e passare una domenica d’estate diversa, all’ombra di un albero di fico casomai, a Colle Caprino o Montesilvano Colle, luoghi deputati per la nascita della fuga buona. Verso la vittoria. Fatica, sole, caldo asfissiante. Non solo. Il Trofeo Matteotti è stato il luogo dell’anima in cui l’intera regione si riconosceva. Uno dei pochi momenti, insieme alla corsa automobilistica (col suo palmarès di eccellenza da Tazio Nuvolari a Fangio) e alla squadra di calcio dai colori biancazzurri. Le tante anime di una città che ha fatto dell’accoglienza e dell’inclusione il suo marchio di fabbrica si riunivano e facevano corpo unico. Uno sbocco di popolo disseminato per i circa 15 km del percorso: un modo per riconoscersi e testimoniare l’ansia di libertà.
La prima edizione il 2 maggio 1945, tre giorni dopo la resa dei nazifascisti. Il nome del primo oppositore di Mussolini, spietatamente eliminato, viene dato da Fulvio Perna e un gruppo di amici desiderosi di uscire dal buio della repressione e dalla tragedia della Seconda guerra mondiale. L’ideale staffetta è Gino Bartali. È in quei giorni a Pescara insieme a Perna. Una corsa sì, ma mancano anche i copertoni. Bartali non si perde d’animo, risale in bicicletta lo Stivale e va alla Legnano per procurarseli. A quella prima edizione non poteva mancare il suo storico rivale, Fausto Coppi, che ebbe dal comando alleato uno speciale viatico per lasciare il campo di concentramento vicino Napoli. La bicicletta gliela prestò un costruttore di bici di Roma. Gli va male, cade e si ferisce, nei pressi di Chieti (il percorso della corsa cambierà nel corso dei decenni), viene medicato in un ambulatorio e quando esce non ritrova la bici. Un brutto episodio, ricorrente in quegli anni d’indigenza. Zavattini e De Sica racconteranno al cinema quegli anni di miseria e di stenti dando vita al neorealismo. Coppi e Bartali scriveranno pagine indimenticabili. Nel 1946 Bartali arriva primo al campo Rampigna nella 2ª edizione, Coppi partecipò varie volte fino al 1959. L’Airone era capace di richiamare folle strabocchevoli. Ricordo tre ali di folla sui marciapiedi di viale Bovio per lui quando il percorso ricalcava quello del Gp Pescara di automobilismo percorso al contrario. Piazza Duca degli Abruzzi – per i pescaresi “Le tribune” – già allora era il teatro dei trionfi del gotha del ciclismo mondiale. La corsa d’agosto, che Adriano De Zan irraggiungibile giornalista Rai, considerava spartiacque della stagione, porterà fortuna a Ercole Baldini che trionferà a Pescara e a Reims dove indosserà la maglia iridata di campione del mondo su strada. È il 1966 l’anno di grazia: a svettare sul vialone è Vito Taccone, il primo grande campione abruzzese del Dopoguerra. Il delirio di pubblico che seguì l’impresa del Camoscio forse non si è mai più raggiunto. Il circuito veniva preso d’assalto fin dalla notte precedente con postazioni di tifosi, bancarelle di noccioline, cocomeri, arrosticini, vino e birra a volontà. L’aedo di quelle edizioni era Mario Di Credico, speaker storico. Sarà lui a raccontare i trionfi di Gimondi (1970), de Vlaeminck (73), Bitossi (74), Francioni (71 e 77), Argentin (82). Il Matteotti per tre volte è stato designato come campionato italiano. Anche in questo caso squillanti vittorie di fuoriclasse come Dancelli (1965), Francesco Moser (75) e Bugno (85). Moser conserva il record di vittorie, ben tre: oltre al 1975 ha replicato nel ’76 e nel ’78. Una pagina a sé per i ciclisti abruzzesi. Palmiro Masciarelli, braccio destro di Moser, sfiora la vittoria nel 1985, prendendo il posto d’onore, che sarà appannaggio anche di Massimo Donati (2000) e Danilo Spezialetti (2003); Stefano Giuliani arriva terzo nel 1990. Nel 2004 l’edizione stravinta da un Danilo Di Luca furibondo per l’esclusione dal Tour: un campione nato dalla classe purissima, non offuscata dal triste epilogo per doping. Nel 2005 è volta di Ruggero Marzoli. Nel frattempo il ciclismo è cambiato di molto da fine anni’80. La data di agosto fa a cazzotti con una disciplina che ha moltiplicato gli appuntamenti tutto l’anno. Il Matteotti era l’ultima classica sopravvissuta nel Centro-Sud a questo nuovo ordine delle cose. Il doping e la fuga degli sponsor avevano fatto il resto. A Fulvio Perna è seguita la breve gestione del figlio Fernando e quindi del nipote Renato Ricci. La sua più grande soddisfazione è stata la vittoria di Paolo Bettini nel 2008, campione del mondo nei due anni precedenti. Nel 2009, polemicamente, davanti all’indifferenza degli amministratori regionali, ha riunito l’intero staff a piazza Duca, anche se la corsa non si disputava. La prima volta dopo la defezione del 1952. Altro forfeit nel 2014, poi il testimone è passato a Daniele Sebastiani, a capo dell’organizzazione e a Stefano Giuliani, direttore tecnico. Per tre anni si sono riviste le squadre Pro Tour e la data è stata spostata a ridosso del Mondiale per ingolosire i grandi nomi. Con successo. Matteo Trentin vince il suo primo Matteotti, poi bissa il successo l’anno scorso. Dopo la corsa automobilistica soppressa per il boom degli anni Sessanta, la città rischia di perdere un altro appuntamento storico. Col declino, speriamo non definitivo, del Matteotti è come se venisse a mancare una parte di tutti noi.
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