Bancarotta Menozzi De Rosa Dopo quattro anni arriva l’assoluzione per i 5 imputati

Rito abbreviato, passa la tesi difensiva supportata dalla perizia disposta dal gup Cadono le accuse per Aurelio, Angelo e Stefano Menozzi, Schioppa e Di Nicola
PESCARA. Tutti assolti, a distanza di quasi quattro anni dall’apertura dell’inchiesta, i cinque protagonisti di una presunta bancarotta fraudolenta da 26 milioni di euro, di cui 15 per debiti tributari: un procedimento a carico di Aurelio, Angelo e Stefano Menozzi, titolari di uno dei marchi più noti e storici in Abruzzo (industria di liquirizia), che avrebbero agito insieme al liquidatore della società, Edoardo Schioppa (difeso da Ugo Milia così come Stefano e Angelo Menozzi) e a Lorenzo Di Nicola (assistito da Ludovico De Benedictis), il professionista che si occupò della redazione del piano concordatario. Lo ha deciso ieri il gup Nicola Colantonio che ha processato i cinque imputati con il rito abbreviato: assoluzioni con formule diverse che vanno dal “fatto non sussiste” al “non aver commesso il fatto”. Ma lo stesso giudice ha anche disposto la restituzione del fascicolo alla procura, dando seguito a quanto sollevato dal rappresentante della parte civile (l'avvocato Vincenzo Di Girolamo che assisteva la curatela) circa la presunta distrazione di 60 mila euro di cui le contestazioni non avevano tenuto conto, e che riguarderebbe solo Angelo Menozzi. Sta di fatto che anche il pm in udienza, Giuliana Rana (che sostituiva il titolare dell’inchiesta Luca Sciarretta) aveva concluso la sua requisitoria chiedendo l’assoluzione per tutti.
Una vicenda complessa, ma in relazione alla quale, sin dal 2020, il difensore di Aurelio Menozzi (che ha lo stesso nome del fondatore della società), l’avvocatessa Monica Passamonti, aveva sottoposto alla procura la sua ricostruzione ,finendo per chiedere per il suo assistito l’archiviazione.
E anche ieri, nel corso della discussione, il legale ha sottolineato al giudice come questa inchiesta abbia arrecato un notevole danno agli imprenditori che si sono visti chiudere in faccia tutte le porte delle banche e anche negare gli aiuti in tempo di Covid proprio per la loro condizione di indagati prima, e poi di imputati. E a sostegno delle tesi difensive è risultata fondamentale la perizia che dispose lo stesso gup e che venne stilata dalla dottoressa Natascia De Luca che, nelle conclusioni del suo lavoro, afferma: «pur rilevando che i predetti imputati appartengono al nucleo della famiglia Menozzi, sulla base del fascicolo di indagine, a disposizione della scrivente, non sembrerebbero emergere elementi tali da poter inquadrare gli stessi, oltre che dipendenti della fallita sas, anche come amministratori di fatto». Non ci sarebbe, negli atti, «una sola mail di clienti o fornitori che evidenzi un ruolo attivo degli imputati nella gestione della società Aurelio Menozzi - R. De Rosa sas», come sostiene il perito.
La procura nel corso delle indagini ottenne anche il sequestro di 9 milioni di euro (fabbricati, terreni, un opificio industriale e 15 conti correnti) a carico del solo liquidatore Schioppa, sequestro che poi venne annullato dai giudici del riesame.
Nel capo di imputazione si contestava agli imputati (con l'esclusione di Di Nicola) una serie di distrazioni di ingenti somme «allo scopo di creare pregiudizio ai creditori»" della società fallita nel febbraio del 2019. Si parlava anche di «manomissioni dei bilanci e della documentazione» e, in particolare, di «artifici contabili concretizzatisi nella eliminazione di poste contabili creditorie, nella sottovalutazione di elementi attivi e nella sopravvalutazione di elementi passivi»: tutte accuse ritenute infondate dal giudice.

