Biondi sfida i sindaci di centrosinistra «È una misura decisa dai governi Pd»

21 Luglio 2024

Il primo cittadino dell’Aquila ribatte al fronte del no, guidato dall’Ali, che martedì alzerà le barricate E da responsabile nazionale FdI per le Autonomie locali, dice che Meloni ha ridotto gli effetti negativi

L’AQUILA. Trentasette milioni di euro è il conto salato che Comuni e Province abruzzesi dovranno pagare allo Stato. Ma Ali, l’associazione della Autonomie Locali, guidata a livello nazionale da Matteo Ricci, che in Abruzzo ha più di un referente tra cui il sindaco di Tollo, Angelo Radica, alza barricate contro il governo Meloni.
La pubblicazione sul Centro, pochi giorni fa, dell’elenco con i 305 Comuni abruzzesi, le 4 Province e le somme tagliate, ha innescato lo scontro politico. In cima alla lista dei Comuni spicca L’Aquila, la più penalizzata, il cui sindaco, Pierluigi Biondi, è anche il responsabile nazionale del coordinamento Autonomie locali di Fratelli d’Italia. Chi meglio di lui può ribattere ai sindaci del fronte del no che martedì prossimo faranno il primo incontro?
Sindaco Biondi, il suo ruolo politico le permette di superare i confini dell’Aquila e dell’Abruzzo e di sfidare il vertice nazionale di Ali, l’associazione a guida Pd che dice no ai tagli.
Non si tratta di “sfidare Ali” o di “superare i confini locali” ma di ristabilire un minimo di verità e mostrare serietà di fronte a un tema complesso quale quello del rapporto tra lo Stato e gli enti di governo del territorio. Ali, dietro la facciata di associazione autonoma, in realtà è sempre stata storicamente una costola della sinistra, non è un caso che il suo presidente, l’ex sindaco di Pesaro Ricci, ha rivestito anche l’incarico di responsabile dei sindaci del Partito democratico. Tutto legittimo, per carità, ma il dubbio che l’associazione possa essere usata per fini partitici è assolutamente legittimo. Prova ne è il fatto che oggi si grida allo scandalo per una manovra che vale 200 milioni di euro, lo 0,49% della spesa corrente dei Comuni, ma in passato lo stesso zelo non si è usato quando i governi a trazione Pd, nel quinquennio 2012-2017, hanno tagliato oltre 6 miliardi di euro, secondo le cifre che fornisce l’Ifel, la fondazione dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) che si occupa di studi sulla finanza locale.
Sono o non sono tagli? Quali enti riguardano e, soprattutto, qual è la loro genesi?
Certo che si tratta di mancato trasferimento di fondi - e quindi di tagli - ma è un’eredità che viene dall’impostazione introdotta nel 2020 con la cosiddetta “spending review informatica” durante il governo Conte II, sul principio “più soldi per investimenti ottieni, più risparmi sulla spesa corrente”, una cosa su cui, personalmente, non sono molto d’accordo e l’abbiamo detto chiaramente, insieme ad altri sindaci di centrodestra, al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra l’altro il governo Meloni ha già annullato gli effetti della prima rata della “spending review informatica” azzerando il taglio da 100 milioni previsto per il 2023 e consentendo al sistema delle autonomie locali di mantenere nel comparto la quota del “fondone Covid” non speso invece di restituirlo come previsto originariamente. In più non viene toccato il sociale. Oggi, purtroppo, gli enti locali, sono chiamati a contrarre la spesa per un miliardo nei prossimi 5 anni, ma con i colleghi del Dipartimento coordinamento autonomie locali di FdI, di cui sono responsabile nazionale, stiamo lavorando con i vertici del partito per compensare o ammorbidire questi tagli ragionando su due possibilità: una ulteriore rinegoziazione dei mutui o la possibilità di utilizzare l’avanzo di amministrazione non vincolato per le spese correnti in misura equivalente al taglio. Apriremo una trattativa con il Mef per capire se ci sono margini.
La sua città è quella maggiormente interessata in Abruzzo dalla rimodulazione della finanza pubblica. A quanto ammonta la cifra totale 2024-2028? E come farà L’Aquila a far fronte ai tagli?
Siamo i più colpiti perché siamo la città che è stata in grado di attingere maggiormente alle risorse del Pnrr, a dimostrazione della capacità raggiunta dalla macchina politico-amministrativa del capoluogo. L’importo da restituire ammonta a 561mila euro all’anno circa per cinque anni. Per un totale di 2 milioni e 700mila euro. A questa si aggiunge la contribuzione prevista nel 2020 (che era relativa a 2024 e 2025) che è di 224mila euro per due anni. All’Aquila riusciremo a far fronte alla rimodulazione perché, proprio come sta facendo il governo nazionale, abbiamo già operato da tempo una politica di riordino dei conti, dimezzando l’indebitamento con banche e Cassa depositi e prestiti, sanando i debiti della pregressa amministrazione, riducendo drasticamente i ritardi sui tempi di pagamento, riordinando la situazione tributaria, recuperando l’evasione e arrivando nel 2023, dopo anni di ipotetici avanzi di amministrazione sempre bloccati, a liberare risorse effettive anche sull’avanzo disponibile. L’ultimo nostro rendiconto è stato approvato con un avanzo effettivamente utilizzabile di oltre 6 milioni di euro. Peraltro, la tenuta dei conti pubblici del Comune è stata efficacemente testata durante il periodo degli enormi aumenti a seguito del conflitto russo-ucraino, quando siamo stati in grado di fare una manovra importante – considerando che i ristori previsti dal governo Draghi erano totalmente insufficienti - senza tagli ai servizi comunali.
Un’ultima domanda: che cosa si sente di dire al fronte opposto, guidato da Ali, e ai 60 sindaci abruzzesi che martedì prossimo terranno la prima riunione per organizzare la protesta contro il governo Meloni?
Le rispondo con qualche altra domanda. Perché le proteste non sono state fatte prima? Per esempio tra il 2012 e il 2017. Perché Anci, dopo che il governo aveva recepito una proposta di diversa ripartizione, ha comunque votato contro nella conferenza Stato/città e autonomie locali di giugno scorso? A marzo, invece, aveva votato a favore sul provvedimento di riparto del 2020 sulla spending informatica.
La speculazione politica è abbastanza evidente. Antonio Decaro, che ora è eurodeputato, già presidente Anci, insieme al resto della nutrita pattuglia di amministratori che il Pd ha portato al Parlamento Ue come Giorgio Gori, Dario Nardella o lo stesso Ricci, metteranno mano al meccanismo rigido imposto dal patto di stabilità, voluto dalla medesima coalizione a cui aderiscono? Ricordo che Ecr, di cui FdI fa parte, non ha votato Von der Leyen e non è nella maggioranza che sostiene il “nuovo” governo europeo. L’esecutivo Meloni onora gli impegni, anche quelli più scomodi, ma sempre tutelando le autonomie locali, come nel caso della redistribuzione delle economie relative al periodo Covid.
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