Pescara

Omicidio Di Resta, la figlia: «Trent’anni senza papà, mi ha insegnato il rispetto»

16 Settembre 2026

Oggi il 30° anniversario della morte del maresciallo capo Marino Di Resta: fu ucciso dai rapinatori durante un conflitto a fuoco a Pescara. Il racconto della figlia Velia: «Quel giorno ha mantenuto fede al suo impegno. Non voglio parlare con i suoi assassini, non esiste la giustizia terrena: qualsiasi atto non mi ridà mio padre vivo»

​​​​​​PESCARA. «Ero corsa in edicola a comprare Tex, il fumetto preferito di papà. Glielo volevo portare in ospedale perché mi avevano detto che stava migliorando. Ero piccola e non sapevo che quello dove in realtà mi stavano portando era l’obitorio: quando arrivai lì davanti mamma mi mise in macchina e mi disse che papà era morto». Quel fumetto, il preferito di Marino Di Resta, ora è comunque accanto lui: sua figlia Velia, all’epoca otto anni, glielo ha lasciato nella bara prima che la chiudessero, come ultimo regalo a quel padre che credeva ancora di poter riabbracciare. Trenta anni fa, moriva il maresciallo capo dei carabinieri Marino Di Resta, medaglia d’oro al valor militare alla memoria, dopo un conflitto a fuoco in via Monte Bertone, a Pescara, con una banda di malviventi che aveva rapinato un commerciante di preziosi.

Trenta anni dopo, Velia è una donna adulta, ha 38 anni, è madre e fa il chirurgo toracico della Casa di Cura Pierangeli. Una professionista che, forse anche inconsciamente, ha trasformato quella ferita lontana in una scelta di vita: «Papà aveva tante ferite d’arma da fuoco, principalmente all’addome e al torace. E forse è proprio per quello che oggi sono un chirurgo toracico».

Per anni ha pensato anche di indossare la divisa e diventare medico militare, quasi a continuare, in un’altra forma, il percorso di suo padre. Poi la vita ha preso un’altra strada: la famiglia, due splendidi bambini di 4 e 7 anni, e il lavoro. Ma papà Marino è rimasto lì, dentro ogni sua scelta. «Papà mi ha insegnato il rispetto e a tenere fede alle promesse fatte. È quello che dico sempre ai miei figli», dice Velia, che questa mattina insieme al fratello Alberico e alla mamma Giuseppina Franzone, sarà nella piazza che la città ha intitolato al suo papà per ricordarlo.

Velia, da bambina, che cosa pensava fosse successo a suo padre? E quando ha compreso davvero la tragedia?

«Quello era il primo giorno di terza elementare e avevamo programmato di pranzare tutti insieme. E papà era in ritardo per pranzo. Dopo una mezzoretta, la mamma ha chiamato in caserma. Io sono attaccata a quel giorno, lo ricordo bene: persino dove ero seduta a tavola. E quando mamma ha chiamato, in caserma le hanno detto: «No, il maresciallo Di Resta è in ospedale perché gli hanno sparato». Questo in realtà è stato il modo in cui l'abbiamo appreso. Ho il ricordo di mamma che si affaccia alla porta della cucina e sotto choc dice: «Hanno sparato a Marino». Io sono rimasta a casa con i nonni che vivevano con noi».

E poi?

«Non mi dissero subito che era morto. Mia mamma ha chiesto esplicitamente di essere lei a dirmelo. Chi era con me mi disse che mi avrebbero portata all’ospedale a trovare papà. Io immaginavo stesse meglio: quindi sono andata in edicola a comprare Tex, il fumetto preferito di papà, per portarglielo. Davanti all’obitorio – io all'epoca non sapevo che quello fosse l'obitorio di Pescara – mia mamma salì in macchina e mi disse semplicemente: non è vero che papà sta meglio, papà non c'è più».

E quel fumetto?

«Quel fumetto poi gliel'abbiamo messo nella bara».

Velia, sono passati trent’anni. Qual è la prima immagine di suo padre che le viene in mente quando pronuncia il suo nome?

«Le scampagnate della domenica. Papà era molto credente e nelle domeniche libere ci portava in chiesa, cercava di coniugare una messa con un posto bello da visitare in famiglia. E spesso lo organizzava insieme poi agli amici del condominio sotto casa. C’era il papà della mia migliore amica, che poi è diventata la mia testimone di nozze, che portava la chitarra, noi portavamo qualcosina da arrostire e passavamo la domenica così».

Che effetto le faceva vedere suo papà con la divisa dei carabinieri addosso?

«Io papà l'ho visto poche volte in divisa: usciva sempre in borghese. È sempre stato più l'uomo della strada: ligio alle regole, ma in borghese anche durante i suoi giorni di lavoro».

E invece che papà era dentro le mura di casa, lontano dalla caserma?

«Mamma era quella rigida della famiglia e papà era quello che si scioglieva per qualsiasi richiesta che gli facessimo, ovviamente (sorride)».

Suo fratello Alberico cosa ricorda?

«Lui non può ricordarsi niente, neanche volendo, perché aveva due anni. Mi dispiace moltissimo: io ho tanti ricordi belli a cui ecco mi sono aggrappata e lui invece si ricorda purtroppo solo la parte brutta, cioè tutto quello che è venuto dopo».

Negli anni, da sorella maggiore le ha raccontato lei del papà e di quello che era successo?

«Poco e solo su richiesta. Ne abbiamo parlato ovviamente tantissime volte, ma non mi andava nemmeno di inculcare l'idea di una persona che lui purtroppo non ha conosciuto. Il ricordo e l'esperienza sono fatti molto personali. Non puoi inculcare in un'altra persona emozioni che non ha che non ha vissuto e che non ha provato».

Nella vita ha mai pensato di continuare il suo percorso e la sua carriera, indossando la divisa?

«Sì, mille volte. Probabilmente, anche per come è morto: aveva riportato numerose ferite d'arma da fuoco, principalmente all'addome e al torace. Io sono un chirurgo toracico e, probabilmente, questo mi ha spinto, anche in maniera più o meno inconscia, verso la chirurgia. Tante volte ho pensato di fare il medico militare. Poi la vita ha preso una piega diversa»

Qual è un gesto, una frase o un’abitudine di suo padre che ancora oggi l’accompagna?

«L’idea di papà era quella di fare una cosa, anche una sola, ma farla bene e portarla a termine sempre. Mi ha lasciato il suo essere fedele alle promesse fatte, all’impegno preso».

Come nel motto dell’Arma “Nei secoli fedele”. Velia, c’è un ricordo della sua infanzia con lui che vorrebbe poter rivivere per un solo giorno?

«La potatura dei castagni al paese dei nonni».

Qual è il paese?

«Ponte di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta. Sia mamma che papà erano originari di questo paesino. Poi si sono spostati qui a Pescara per via del lavoro di papà».

Oggi è una donna in carriera che lavora, è un chirurgo toracico. C’è qualcosa che avrebbe voluto raccontare a papà della donna che è diventata?

«Gli vorrei dire che cerco di portare avanti le promesse fatte: è quello che dico ogni sera ai miei figli».

Velia, sono passati trenta anni da quel giorno: come si convive con una morte così violenta: il dolore cambia?

«Il dolore cambia e si trasforma, però quell’emozione non passa mai. La vita va avanti ed è bellissima perché io amo la mia vita, amo quello che faccio e amo i miei figli. Però in qualsiasi cosa, fa male il fatto che lui non possa vedere e godersi i momenti insieme a noi».

Magari suo papà sarebbe voluto diventare nonno e non ha mai visto i suoi nipotini.

«Sì, sicuramente. Una decina di giorni prima che morisse ricordo che eravamo in macchina di ritorno da un viaggio a Caserta e stavamo parlando con mamma del fatto che hanno sempre fatto tanti sacrifici sia per noi sia per loro. Venivano da due famiglie umili tutti e due. Avevano finito di pagare il mutuo di casa e finalmente potevamo cominciare a goderci un po’ la vita, a farci qualche vacanza: al di là delle uscite domenicali, di vacanze vere ne abbiamo fatte poche. Proprio pochi giorni prima, papà aveva detto: “Finalmente possiamo stare tranquilli, possiamo goderci un po' la vita”. E ora il fatto di non averlo potuto fare è ingiusto».

Ha mai provato rabbia nei confronti di suo padre per averla lasciata così presto, anche se sa che non è stata una sua scelta?

«Ho sempre saputo che papà sarebbe voluto rimanere con noi. La rabbia l'ho provata in maniera importante per chi ha compiuto il gesto, perché non è stato un errore o un qualcosa che poteva succedere durante il lavoro. Dopo che è stato ferito l'hanno finito lì sul posto, nonostante fosse inerme a terra e senza più colpi in canna. Hanno deciso di finirlo lì per terra, di scaricare tutti i caricatori addosso a lui: quella non era più la lotta guardia e ladro. Era accanimento contro la vita umana. All’epoca la cosa che più mi faceva rabbia era: ok, hanno preso gli assassini e i loro figli possono andare a trovarli in carcere, ma io mio padre non lo posso andare a trovare».

Ha trovato dentro di lei il perdono per chi le ha portato via suo padre?

«La rabbia e lo sconforto non passano mai, non sono valutabili. Non posso essere io a farmi giustizia su questa terra: non esiste la giustizia terrena, perché qualsiasi atto io possa proporre nei confronti di quelle persone comunque non mi ridanno mio padre vivo».

Li ha mai incontrati dal vivo o vorrebbe?

«No e non ci voglio parlare. Io voglio che siano più frequenti giornate come quella di oggi che possano aprire gli occhi ai ragazzi, ma anche a quelli della mia età, che non si possono ricordare un evento del genere. C’è tanta e troppa indifferenza in giro».

Che cosa significa per lei sapere che, dopo trent’anni, ancora oggi, e soprattutto nelle scuole, si ricorda Marino Di Resta?

«Nella scuola credo più che in qualsiasi altra istituzione. Se queste cose continuano a capitare è perché non c'è abbastanza istruzione e non si dà abbastanza “potere” agli insegnanti nelle scuole. L'insegnamento da lì viene: passiamo più tempo a scuola che a casa. Spero che se ne continui a parlare e sempre di più. Che si possa insegnare educazione civica e di storia, o almeno di storia contemporanea, perché di casi come quello di papà ce ne sono purtroppo tanti e di tanti tipi diversi con varie motivazioni. Ma se ne parla troppo poco».

Preferisce che suo padre venga ricordato come un eroe o semplicemente come un uomo, un marito e un papà che ha fatto il suo dovere?

«Come chi ha mantenuto fede alla parola data. Non penso che papà volesse abbandonare la famiglia o che volesse morire per senso del dovere. Quel giorno lui ha mantenuto fede alla sua parola. Stava facendo il suo lavoro e l'ha portato a termine: questo è l'insegnamento che mi ha dato. Non come eroe, ma come uomo e come padre mi ha dato l'insegnamento più importante: credere in quello che fai».

Che cosa vorrebbe che i giovani sapessero di Marino Di Resta che magari non si legge nelle cronache?

«Che non si deve essere eroi per poter cambiare la società: in realtà l'eroe è chi porta a termine il proprio lavoro tutti i giorni, chi porta il pranzo a tavola tutti i giorni in famiglia, perché non sempre le famiglie italiane ci riescono. È non cedere a determinati comportamenti o tentazioni che sono molto più semplici da seguire rispetto a continuare a fare il proprio dovere».

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