Bussi, il reato retrodatato fa scattare la prescrizione

30 Settembre 2018

Per la Cassazione tutto comincia con l’interramento dei rifiuti a fine anni ’90  Accusa e Corte d’appello fanno partire la vicenda dalla denuncia della Solvay nel 2002 

PESCARA. La parola è “retrodatazione”. L’inizio del reato, cioè, è stato spostato indietro nel tempo. Questa è la chiave di lettura della pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, venerdì scorso, sul caso Bussi. E dunque sulla dichiarata prescrizione dei reati contestati a sei dei dieci imputati, e all’assoluzione per gli altri quattro per non aver commesso il fatto.
Al momento si può ragionare soltanto per logica per cercare di spiegare il perché della decisione della Suprema Corte, in quanto i motivi della sentenza verranno resi noti in seguito. E la logica porta a ritenere che il fulcro della decisione dei giudici di Cassazione sia legato esclusivamente alla data dell’evento: del disastro colposo che sin dal primo grado di giudizio emesso dalla Corte d’Assise di Chieti è divenuto il discorso principale sul quale sviluppare accusa e difesa. E ragionando sempre per logica, l’elemento che rende valido il discorso della retrodatazione dell’evento, viene dal fatto che quattro degli imputati, e cioè Luigi Guarracino, Giancarlo Morelli, Leonardo Capogrosso e Salvatore Boncoraglio, sono stati assolti per non aver commesso il fatto. E guarda caso i quattro arrivarono a ricoprire i rispettivi incarichi dopo una certa data. Accogliendo in larga parte la tesi difensiva, la Suprema Corte evidentemente anticipa l’evento del disastro colposo e lo lega probabilmente all’ultima manutenzione dello stabilimento Montedison, fatta alla fine degli anni ’90: e i quattro assolti arrivano a ricoprire i loro ruoli proprio dopo questa data. Mentre, sulla questione delle date, il discorso che ha sempre fatto l’accusa, sia in primo sia in secondo grado, era stato quello di prendere come data dell’evento il 2002 quando la Solvay, subentrata alla Montedison, scopre la mega discarica e fa denuncia agli Enti: è da lì che secondo l’accusa deve partire tutto. I giudici della Corte di Cassazione, invece, retrodatano l’evento ad una data anteriore al 2000 in sostanza fanno rivivere in toto quella che fu la tanto contestata sentenza di primo grado che mandò tutti assolti proprio per intervenuta prescrizione.
La Corte d’Assise di Chieti presieduta dal giudice Camillo Romandini, finito poi in una tempesta mediatica culminata con un provvedimento del Csm (che ha tolto al giudice due mesi di anzianità) che non è stato certamente blando conoscendo la gradualità delle sanzioni applicabili, aveva assolto gli imputati dall’avvelenamento delle acque, mentre il reato di disastro ambientale doloso era stato derubricato in colposo, per cui scattò la prescrizione. Una sentenza che peraltro vide come estensore l’altro giudice togato, Di Geronimo, che giustamente non venne mai neppure sfiorato dallo scandalo che seguì, e che mise sulla graticola il presidente Romandini per una serie di scambi di opinioni con alcuni giudici popolari. In secondo grado i giudici della Corte d’Appello d’Assise ripristinarono il reato di avvelenamento colposo delle acque, ma lasciarono il reato colposo di disastro ambientale, aggiungendo però l’aggravante della colpa cosciente, facendo così allungare la data di prescrizione e arrivando alla condanna per gli imputati. Una sentenza, quella della Suprema Corte, che ripristinando la prescrizione per sei degli imputati, ha anche annullato le statuizioni in sede civile che aveva decretato il secondo grado: e quindi eliminato di fatto le provvisionali che la Montedison aveva già pagato ai vari Enti costituitisi parte civile e ad alcuni residenti, soldi che adesso dovranno essere restituiti. Ma assolvendo i quattro con la formula “per non aver commesso il fatto” i giudici romani hanno anche confermato l’esistenza del fatto. Di quella mega discarica di rifiuti tossici e nocivi che continua ad inquinare tutta la vasta zona interessata e non solo.
Fatto storico che il processo istruito dai pm Anna Rita Mantini e Giuseppe Bellelli, ha comunque provato e che non si cancella certo con una retrodatazione dell’evento, utile soltanto ai fini giuridici e processuali, che lascia comunque inalterato il disastro ambientale. Ma nonostante la prescrizione del reato la questione bonifica, dal punto di vista civilistico potrà comunque andare avanti: la legge infatti stabilisce che a pagare dovrà essere chi ha determinato il disastro e su questo non ci sono dubbi.
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