Caccia ai cervi, così i biologi smontano il ricorso del Wwf

Gli esperti intervengono alla vigilia della commissione sui 469 capi da abbattere
L’AQUILA. Biologi ed etologi scelgono la vigilia di un giorno cruciale per intervenire scientificamente sulla caccia ai cervi disposta dalla Regione. Gli esperti sono dalla parte del sì e quindi si schierano contro 21 associazioni ambientaliste, con a capo il Wwf, le oltre 133mila firme on line raccolte su Change.org e personaggi della cultura e del cinema, come la scrittrice Donatella Di Pietrantonio e il regista Riccardo Milani, che hanno lanciato appelli accorati, finiti però nel vuoto, al presidente della Regione, Marco Marsilio.
Oggi, in Regione, va in scena il primo duello, esclusivamente politico, tra la maggioranza di centrodestra e l’opposizione di centrosinistra. La III Commissione consiliare “Agricoltura, sviluppo economico e attività produttive” si ritrova infatti a votare la mozione del centrosinistra che chiede di dare lo stop alla caccia ai cervi, compresi i cerbiatti e le madri, che dovrebbe partire da lunedì 14 ottobre. Sempre che il Tar dell’Aquila, nell’udienza cautelare del 9 ottobre, non sospenda la delibera di giunta regionale, proposta e fatta approvare dal vicepresidente con delega alla caccia, Emanuele Imprudente. Ma proprio il ricorso di Wwf, Lav e Lndc ai giudici amministrativi è finito nel mirino di 7 esperti che hanno firmato un intervento, inviandolo al nuovo direttore del Centro, Luca Telese, per aprire il dibattito sulle pagine del quotidiano degli abruzzesi all’inizio di due settimane determinanti per le sorti di bambi, di cervi femmine e maschi adulti. Chiunque può farlo. Gli esperti sono Franco Recchia, biologo tecnico faunistico che ha collaborato con l’Ispra (l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) per la redazione del Piano faunistico venatorio regionale; Stefano Mattioli, specialista in cervi per l’Iucn, l'Unione mondiale per la conservazione della natura; Mauro Ferri, medico veterinario e faunista; Roberto Viganò, di AlpVet, uno studio associato di professionisti veterinari con elevata esperienza nel settore della fauna selvatica; Piergiuseppe Meneguz, professore associato dell’Università di Torino; Sandro Lovari, professore emerito del Museo di Storia Naturale della Maremma, ex docente ordinario di Etologia e professore senior di Biologia della Conservazione all’Università di Siena; Marco Apollonio, docente ordinario dell’università di Sassari.
Nel 2020, dopo 25 anni, il Consiglio Regionale della Regione Abruzzo ha approvato il nuovo Piano Faunistico Venatorio, redatto dall'Ispra. Parte da qui l’intervento scientifico che innanzitutto smonta il punto cardine del ricorso al Tar degli animalisti: «Il Piano faunistico venatorio regionale, prima della sua approvazione, è stato sottoposto a Valutazione ambientale strategica (Vas). Durante la fase di approvazione, tutti i cittadini hanno avuto la possibilità di presentare osservazioni che sono state controdedotte da Ispra. Il piano è stato oggetto anche di una Valutazione di incidenza ambientale (Vinca)». Per gli ambientalisti, invece, Vas e Vinca non esisterebbero. Ma andiamo avanti.
Secondo gli esperti: «Il cervo in Abruzzo è una specie importante che però impatta sulla circolazione stradale e sulle coltivazioni agricole, soprattutto nella provincia dell'Aquila. La specie rappresenta inoltre un fattore limitante per altre specie protette». Che sarebbero: l'orso bruno marsicano, la cui alimentazione pre-letargo si sovrappone a quella dei cervi che compromettono lo stato di conservazione di specifiche bacche, riducendone la disponibilità; il camoscio appenninico, verso il quale le alte densità di popolazioni di cervo possano influire negativamente sulla conservazione.
C’è poi un aspetto economico: «Lo sviluppo nei prossimi anni del piano di prelievo, connesso alla gestione di altre specie come il cinghiale, potrebbe generare un indotto locale basato sull'utilizzo alimentare della fauna selvatica cacciabile, le cui carni sono ricche di omega-3».
Per gli esperti «è importante anche contrastare l'assidua presenza della specie nei centri abitati. Villalago e Villetta Barrea non sono certo paesi da prendere ad esempio di corretta gestione del rapporto uomo-selvatici. Infatti», sostengono, «la familiarità eccessiva del cervo con gli ambienti urbani induce problemi di sicurezza pubblica con il rischio di incidenti tra animale e uomo e può alterare il comportamento naturale dei cervi, rendendoli troppo dipendenti dalle fonti alimentari antropiche».
Arriviamo al dunque: «Secondo la legge 157/92, il cervo è elencato tra le specie cacciabili. Importanti attività di monitoraggio sono state condotte durante la stesura del Piano faunistico venatorio regionale, con il coordinamento dell'Ispra per due anni consecutivi. A queste attività hanno partecipato sia cacciatori opportunamente formati che personale di aree protette. Fino a oggi», sottolineano biologi ed etologi, «i dati raccolti negli ultimi sei anni mostrano una densità nel comprensorio 1 di circa 3,5 capi per 100 ettari e nel comprensorio 2 di 2,4 capi per 100 ettari (entrambi nell’Aquilano, ndr) significativamente superiore agli obiettivi di densità di 2 capi per 100 ettari fissati nelle linee guida per la gestione dei cervidi dell'Ispra e nel regolamento regionale».
Questi dati, secondo gli esperti, sono ampiamente sufficienti a giustificare un prelievo sostenibile su una popolazione regionale di cervi che conta oltre 7.000 esemplari.

