Chieti, appello di Colosimo «Ragazzi, parlate di mafia: così sarete il suo antivirus»

La presidente della commissione parlamentare incontra gli studenti in ateneo: «La posizione geografica dell’Abruzzo facilita il passaggio dei grandi clan»
CHIETI. La mafia e le sue organizzazioni criminali che in più di mezzo secolo di storia hanno contato centinaia di morti incontrano la parola cultura. Quello che potrebbe sembrare un ossimoro è invece il traino della lotta alla criminalità. Diffondere la «cultura dell’antimafia» deve quindi iniziare dalle nuove generazioni. È su questo che l’onorevole Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare bicamerale antimafia, vuole puntare e farsi portavoce. Questo è stato anche il tema al centro del convegno dal titolo “Parlate di mafia” organizzato ieri dal Dipartimento di Scienze giuridiche e sociali (Dsgs) dell’università d’Annunzio di Chieti-Pescara. In un’aula piena di giovanissimi si è parlato di come la mafia sta cambiando, delle nuove capacità di resilienza e riadattamento delle organizzazioni criminali. A introdurre i lavori sono stati Federico Briolini, direttore del dipartimento Dsgs, Michele Cascavilla, presidente del corso di laurea magistrale in Ricerca Sociale, politiche della sicurezza e criminalità, e Antonello Canzano Giansante, docente di sociologia politica e politiche della sicurezza. Presenti anche Etelwardo Sigismondi, senatore di Fratelli d’Italia e componente della commissione parlamentare Antimafia, Roberto Miscia di Fratelli d’Italia, Valentina Italiani, vicario del prefetto di Chieti, Laura Pratesi, vicario del questore, e il tenente colonnello dell’Arma dei carabinieri, Massimo Di Lena.
Onorevole Colosimo, l’Abruzzo è una regione cerniera tra nord e sud e sono numerose le inchieste che dimostrano l’interesse della criminalità in questo territorio. Cosa dicono gli atti della commissione parlamentare antimafia?
«Le relazioni della Dia certificano che la posizione geografica dell’Abruzzo facilita il passaggio e l’ingresso dei clan. Di recente si parlava di Casalesi e conosciamo diverse interdittive antimafia su questo territorio che certificano la presenza di interessi economici dei clan: questo deve aumentare l’attenzione nei rapporti con le imprese, durante gli appalti e con la politica».
Alcuni giorni fa una inchiesta della guardia di finanza ha scoperto infiltrazioni criminali nel Vastese con un imprenditore legato al clan dei Casalesi. In provincia di Chieti ci troviamo davanti a che tipo di mafia?
«La mafia della provincia di Chieti è una mafia d’importazione che nella maggior parte dei casi viene dalla Campania o dalla Puglia. È una mafia che, come di frequente accade, si trasferisce sulla parte economica e per questo bisogna essere rigidi nella gestione della cosa pubblica. Allo stesso tempo non dobbiamo scordarci che non c’è niente di invincibile e, soprattutto in territori come questi che non hanno un substrato prettamente criminale, è più facile arginarla se si è più rigidi possibili».
Pescara è descritta dalle cronache come una città in cui scorrono fiumi di droga, e ancora all’Aquila e Teramo i grandi appalti della ricostruzione sono terreno fertile per la criminalità.
«Droga e appalti sono i due ambiti in cui si muove e in cui cerca di fare cassa. Abbiamo diversi tipi di criminalità organizzata, la prima è ovunque quella che porta la droga. Il rischio in Abruzzo è trovarsi ad avere a che fare con una delle organizzazioni più feroci, quella collegata alla malavita foggiana. Da inizio del mio mandato mi sto battendo per tagliare le casse ai clan. Per farlo bisogna spiegare che drogarsi vuol dire foraggiare la criminalità organizzata. Bisogna chiamare a maggiore responsabilità gli amministratori locali ed enti pubblici perché quando si usano fondi pubblici neppure un euro deve andare nelle casse della criminalità».
E come ci si difende?
«Sappiamo che la criminalità si muove quando si muovono i soldi e, davanti alla ricostruzione, al Pnrr e alle sfide del territorio, bisogna richiamare l’amministrazione locale e gli enti pubblici al doppio dei controlli. Non bisogna aver paura di fare a causa delle infiltrazioni, ma evitare che queste arrivino negli enti pubblici».
Matteo Messina Denaro ha terminato i suoi anni qui in Abruzzo. Adesso cosa succederà?
«Siamo felici che lo Stato abbia vinto la battaglia nell’arrestarlo e felice che lo Stato non si sia comportato come la mafia garantendo le cure fino all’ultimo giorno. Ciò non vuol dire sostegno o benevolenza, ma fare solo quello che era giusto fare. Sappiamo che la criminalità organizzata siciliana si sta riorganizzando e, oltre a Cosa Nostra, anche la Stidda sta rialzando la testa. Ora dobbiamo fare attenzione perché nei momenti di vuoto si formano sempre nuovi e grandi boss».
Lei oggi è intervenuta al convegno dal titolo “Parlate di mafia”. Perché bisogna parlare di mafia?
«Perché è il primo modo per non farla prolificare. Raccontare cos’è la criminalità organizzata, dove va, di cosa si nutre e quali sono gli scempi che ha provocato nel nostro territorio è il primo modo per creare nelle giovani generazioni una sorta di antivirus, quello di cui abbiamo sempre avuto bisogno e che persone autorevoli ci hanno insegnato a fare».
Tra il parlare di mafia e il fare, il praticare anticorruzione, c’è distanza oggi?
«Spesso questa distanza è avvertita, ma in realtà le due cose devono andare di pari passo. Fare antimafia vuol dire avere dei comportamenti ineccepibili ed essere irreprensibili: questo non avviene spesso. Allo stesso tempo non raccontare come si fa l’antimafia e quali sono i fatti che vengono messi in campo per fermare la criminalità organizzata rischia di creare un terreno fertile per l’illegalità».
I giovani oggi sono attratti dal lusso e dai soldi facili, questo atteggiamento si può considerare come un primo passo verso la criminalità?
«Io sono preoccupata quando vedo i ragazzi scegliere e accettare la fascinazione del male, quello che passa per alcuni cantanti e alcune fiction. Noi di fronte a questo dobbiamo fare attenzione e raccontare, come ho già fatto in territori moto difficili. Si può andare a fare la sentinella per un grande boss e metterti in tasca dei soldi, ma prima o poi ti prenderanno, passerai anni in galera, perderai tutto ciò che hai conquistato e avrai perso anche chi eri. Davanti a questo non ci può essere dubbio: ecco perché ai ragazzi va raccontato che il sudarsi i soldi e anche il potere è l’unica strada che c’è per diventare brave persone e che possano fare un pezzo di storia dell’Italia».
Mafiosi si nasce o si diventa?
«In alcuni territori si rischia di nascere mafiosi perché si va di generazione in generazione, di padre in figlio, e un passaggio di testimone che rende complicato rifiutare quel modello, ma mafiosi ci si può diventare scegliendo le strade sbagliate».

