Ci salveremo solo se i nostri bimbi sapranno ribellarsi

14 Aprile 2016

La scrittrice protagonista alla Fiera di Bologna dove ha vinto il Premio Strega dedicato ai ragazzi

di Alessandro Mezzena Lona

Il futuro lo si può cambiare raccontando storie. Susanna Tamaro ci crede. Ed è per questo che, da molti anni ormai, la scrittrice triestina affianca ai suoi romanzi di grande successo (“Va’ dove ti porta il cuore”, da solo, ha venduto 16 milioni di copie nel mondo) una serie di fortunati libri dedicati agli adolescenti. Il più recente, “Salta, Bart!” pubblicato da Giunti, ha vinto il Premio Strega Ragazzi nella categoria +6.

Il Bart di Susanna Tamaro è un ragazzino prigioniero di un mondo ossessionato dal benessere e dalla tecnologia. Costretto a interagire con i genitori solo attraverso il video di computer e tablet. Chiuso in un mondo che gli nega le carezze e la fantasia, finirà per trovare la via di fuga dentro un libro. Scegliendo per compagni di viaggio una gallina, un coniglio e un misterioso maestro d’arti marziali.

Da “Papirofobia” a “Cuore di ciccia”, da “Il cerchio magico” a “Il grande albero”, i protagonisti dei romanzi per ragazzi di Susanna Tamaro sono altrettanti portatori di un messaggio. Assai chiaro. «Andando avanti di questo passo - dice la scrittrice - distruggeremo il nostro pianeta. I segnali sono chiarissimi. Ma io sono convinta che si possa ancora tornare indietro. Usando le biciclette al posto delle macchine. Mangiando quello che offre la terra al posto delle troppe schifezze che portiamo in tavola. Proteggendo le api, gli animali».

Ad arricchire le pagine di “Salta, Bart!” sono i disegni di Adriano Gon. Triestino, classe 1957, allievo a Milano del grande Bruno Bozzetto tra il 1981 e l’83, ha vissuto e lavorato anche a Londra alternando alla professione di grafico quella di designer, incisore e pittore.

«Dopo 27 anni è arrivato un premio importante - ricorda Susanna Tamaro -. E sono felice, anche perché questa volta a votare erano i ragazzi delle scuole elementari italiane. Lettori compresi tra i 7 e i 10 anni»

Mini lettori che poi ha visto da vicino?

«Sono andata alla Fiera del libro di Bologna proprio per incontrare i ragazzini che hanno votato i romanzi finalisti. Devo dire che l’Italia non è un Paese per bambini. Anche se l’unico settore del mercato editoriale che non conosce crisi è proprio quello della letteratura per ragazzi. È stato un dialogo bellissimo. Loro erano implacabili, sapevano tutto sui miei libri, si erano documentati leggendo articoli sui giornali. Qualcuno è venuto con una copia del mio “Per voce sola” del 1991 da firmare. Ho chiesto: “L’aveva comprato tua mamma?”. E loro: “No, mia nonna”. Il tempo passa veloce».

“Salta Bart!” li ha conquistati?

«Ho creduto da subito in questo romanzo. E i ragazzini mi hanno dato soddisfazione, perché hanno dimostrato di capirlo e amarlo davvero. Se vogliamo, come tutti i libri che ho scritto pensando ai ragazzi, affronta temi molto seri. Racconta la solitudine del protagonista, il suo doversi abituare all’assenza dei genitori. Al fatto che, ormai, i mezzi tecnologici stanno invadendo la nostra vita. Però propone anche una storia avventurosa, divertente, piena di sogni».

Come si fa a scrivere storie per i ragazzi?

«Ascoltandoli. Anche a Bologna, i bambini mi hanno fatto capire che vogliono leggere storie appassionanti che abbiano, però, un’anima. E io cerco di farli pensare, oltre a divertirli. Bart, ad esempio, si sente solo in una società ossessionata dal benessere. Dove però mancano i sentimenti, il calore di una carezza, il conforto di un’amicizia».

Non si merita un regalo, adesso?

«Vorrei comprare una nuova bicicletta. E non so ancora se prendere una mountain bike oppure un modello elettrico. Di quelle con la pedalata assistita. Percorrendo molte strade sterrate, dove sto io vicino a Orvieto, mi potrebbe aiutare a fare un po’ meno fatica. Ci sono molte salite, che arrivano anche alla pendenza del dieci per cento e oltre. Magari con l’aiuto del motorino eviterei di sentire il cuore che ti sale in gola, che ti pulsa nelle orecchie».

Di bici ne ha già parecchie...

«Non oso nemmeno guardare dentro il garage, Ne avrò minimo una decina. Il problema è che non posso abbandonare una bici vecchia quando vedo che qualcuno l’ha buttata dentro un cassonetto dei rifiuti. Come fosse una cosa inutile».

E allora?

«La porto a casa. La rimetto a nuovo. Cambio i pezzi logorati. Cerco di restaurarla rispettando la sua bellezza originale. Ne ho già recuperate parecchie. Mi piacciono tutte, dalla Graziella a una bici tedesca degli anni Ottanta con il contropedale. Ha un cambio strano, che non ho mai visto in Italia».

Da dove arriva?

«Credo che arrivi dalla Baviera, da Bamberga. Potrei scrivere un romanzo sulla sua storia. Immaginando questa persona che si porta appresso una bicicletta dalla Germania per abbandonarla, poi, in un cassonetto nella campagna di Orvieto. In garage c’è anche una splendida Torpado degli anni ’60, un’Aquiletta della Bianchi, una Pinarello, una Giant. E c’è una Motobecane anni ’70, che credo sia abbastanza difficile da trovare in giro».

Ne parla come fossero gioielli.

«Di più. Le mie bici hanno tutte un’anima. E io le pulisco, parlo con loro».

Ma questo non è un Paese per ciclisti...

«Siamo circondati, minacciati, ossessionati dalle macchine. Anche quando sono a Trieste giro sempre in bicicletta. Ci sono strade molto belle, salite e discese. Puoi andare dove vuoi, però mancano le piste ciclabili. Rischi di farti investire perché a lato delle strade non hanno tracciato quei sentieri riservati alle due ruote, che moltissime città del mondo hanno».

Però non si arrende.

«Pedalo strisciando i marciapiedi, o i rovi se sono in campagna. E sulle mie bici non mancano mai gli specchietti retrovisori, per vedere chi arriva da dietro. Il problema è che non siamo mai abbastanza prudenti. Molti automobilisti telefonano, mandano messaggini mentre guidano. E i camionisti ti sfiorano come se fossi protetto da una corazza».

Quando ha iniziato a pedalare?

«Uso la bici da sempre. Da quando vivevo a Roma negli anni Ottanta. Già allora era pericolosissimo. Un giorno mi hanno fatta volare sbattendomi addosso la portiera. Adesso mi sembra ci siano più piste ciclabili».

Si è innamorata dell’apicoltura in un momento difficile?

«L’ambiente sta soffrendo molto i cambiamenti climatici. Le api sono come impazzite. Proprio in questi giorni mi è scappato lo sciame, e non tornerà. Il problema è che, così, sopravviverà al massimo due anni. Poi verrà sterminato da un acaro, la varroa, che è arrivato dall’India e finirà per decimare le api italiane».

Com’è potuto accadere?

«Si racconta che un venditore di api italiane, considerate tra le migliori nel mondo, abbia ceduto 500 sciami in India. Quando ha visto che non gli venivano pagati, ha chiesto che gli fossero restituiti. Peccato che, al loro rientro, molte api fossero già infestate dall’acaro. Che adesso le continua a uccidere. E pensare che, da quando ho lo sciame, anche il mio frutteto produce di più».

Non è l’unico segnale...

«Molti anfibi sono a rischio. Si stanno diffondendo dei microfunghi che si attaccano alla loro pelle e finiscono per ucciderli».

Il nostro futuro sembra grigio.

«Forse ci siamo spinti troppo in là con l’avvelenamento della Terra. Ma io spero ancora che non sia così. I miei libri, in fondo, sono un invito ai giovani a ribellarsi. Mi sembrano più attenti alla raccolta differenziata delle immondizie, a un certo rispetto per l’ambiente».

Ha già voglia di scrivere un nuovo libro?

«No, adesso mi concedo un po’ di vacanza. Mi piacerebbe fare un viaggio in bicicletta. Ci sono tante belle piste ciclabili in giro».

alemezlo

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