«Dal carcere dell’Aquila partì l’ordine della mafia: volevano ammazzarmi»

Il conduttore di Report: «Ma all’Abruzzo mi legano bellissimi ricordi dell’infanzia Da ragazzino a Silvi i primi amori e tante vacanze. Che emozione a Pescasseroli»
«Sigfrido, una foto», «Signor Ranucci, un autografo», «Sigfrido, la prego, una dedica sul libro!». Eccolo il “giornalista star” che gira l’Italia come una trottola accompagnato dalla scorta per presentare il suo libro “La scelta”. A Pescasseroli mostra una particolare emozione: «Quando mi ha chiamato Dacia Maraini mi tremavano i polsi». Il bagno di folla è una botta di adrenalina, ma al di là dei temi del giornalismo d’inchiesta, fulcro del suo volume, proviamo a scoprire il Sigfrido Ranucci dietro le quinte, quello che in pochi conoscono. E viene fuori, un po’ a sorpresa, un legame stretto, addirittura sentimentale, proprio con l’Abruzzo.
Qual è il tuo rapporto con la nostra regione?
«Intanto, con l’Abruzzo ho avuto un rapporto speciale nell’infanzia perché per 6-7 anni sono andato in vacanza a Silvi Marina. Ricordo momenti di grande felicità, erano vacanze organizzate da mio zio. Noi venivamo da una famiglia di modeste possibilità e mio zio era un appassionato della zona adriatica: Roseto, Silvi e dintorni. Così, ogni anno ci pagava la vacanza lì. Era un grandissimo momento, perché incontravamo ogni anno gli stessi amici, ricordo grandi partite a calcio sulla sabbia, tornei interminabili, le grandi pescate in mare. Erano momenti di amicizia, sentimenti autentici».
L’Abruzzo nel cuore, insomma?
«Tu pensa che a Pescasseroli si è presentata una signora, che è stata la mia primissima fidanzatina in quel periodo d’infanzia a Silvi. Era un rapporto impossibile perché eravamo piccoli e suo padre ovviamente era contrario. Questo incontro è stato una grandissima sorpresa. Non la vedevo dal 1976».
Hai anche altri legami con l’Abruzzo?
«Sì, con questa regione ho un legame legato alla storia dell’inchiesta sul traffico d’armi. Avevo scoperto che certi personaggi sospetti vivevano in alcuni paesini dell’Abruzzo. Avevano partecipato a un centro di addestramento in Somalia, che ufficialmente doveva essere un centro per la formazione di contractor in difesa degli attacchi dei pirati, ma poi, attraverso i servizi segreti, si era scoperto che in realtà si trattava di addestramento militare per il terrorismo somalo. E poi c’è la storia del carcere dell’Aquila, dove Francesco Pennino, che era detenuto per rapina, ascolta una conversazione tra esponenti dei Madonia (clan mafioso, ndr), che avevano dato l’ordine di uccidermi. E me lo racconta in un’intervista. Poi ho ricevuto il Premio Flaiano a Pescara, il Premio Pratola e ora a Pescasseroli, una presentazione del mio libro molto emozionante».
Sempre a proposito di Abruzzo, nel tuo libro citi Flaiano e un suo aforisma sull’ozio. Come si concilia l’ozio con la frenesia della vita di un giornalista?
«Secondo me è un momento essenziale per rigenerarsi perché a volte c’è lo stordimento di dover gestire una grossa mole di informazioni. Ebbene, noi dobbiamo avere la capacità di frenare, per approfondire la notizia e spiegare quali sono le conseguenze della stessa notizia sul pubblico, altrimenti significa che hai fallito nel ruolo di mediatore. Un po’ come accade con l’allerta meteo: dai la notizia, ma non fornisci informazioni che poi fanno la differenza. Oggi spesso si dà l’allerta ma non si spiega come affrontare l’emergenza e invece credo che sia importantissimo. Poi l’ozio serve a recuperare la memoria, molte notizie sono orfane e non hanno la possibilità di essere decriptate. L’ozio è quel momento in cui si rigenerano i tessuti fisici e connettivi. Il passato va conosciuto per ragionare sul presente».
Quale consiglio daresti a un giovane che volesse intraprendere la carriera di giornalista?
«Intanto, c’è bisogno di giornalisti bravi, indipendenti. E l’indipendenza è uno stato dell’anima, non te la regala nessuno. Ci vuole coraggio, ma ci vogliono persone preparate e soprattutto non bisogna confondere gli strumenti con i contenuti, perché la tentazione è quella. Oggi gli strumenti hanno un sex appeal straordinario, dobbiamo saperli gestire».
Cosa pensi del giornalismo calato nei territori? Dalla tua idea di un Report regionale al ruolo dei giornali locali?
«Credo che sia un tipo di giornalismo essenziale, fondamentale perché se dobbiamo ipotizzare che questa nostra società è talmente abituata a convivere con la malattia da ritenerla normale, allora esiste un problema. Il giornalismo locale non è di serie B, ma i giornalisti vanno pagati, lavorano su notizie delicate e non hanno alle spalle la Rai. Eppure il loro lavoro è determinante. Se li dobbiamo paragonare agli anticorpi bisogna che funzionino bene perché sono necessari a intercettare il male ed evitare che distruggano il corpo».
Qual è stato il momento di massima soddisfazione professionale che hai vissuto?
«Io spero che sia sempre il prossimo. Ogni volta, l’affetto straordinario delle persone mi spinge a fare sempre meglio. Non sono un punto di arrivo. Una delle cose che mi ha colpito di più è stato un episodio a Modena: una donna mi ha consegnato una lettera della figlia. Io l’ho ringraziata e ho chiesto di portare i miei saluti alla ragazza. Mi ha risposto che la figlia era morta per un tumore. Aveva 20 anni, era bella come il sole e aveva chiesto alla sua mamma, come ultimo desiderio, di consegnare la lettera a me perché seguiva con passione ogni puntata di Report. Ecco, questo è un grande momento, ma il riconoscimento va al lavoro di una squadra intera. Porto sempre con me la lettera e la foto».
C’è stato mai un momento in cui hai pensato “ma chi me lo fa fare?”. Magari dopo l’ennesima querela (sono state 188 complessivamente e nessuna condanna ndr) oppure nella consapevolezza di aver corso un pericolo?
«Tante volte, ma poi ti arriva una lettera del genere e ti spinge a continuare a farlo. Penso di essere utile alla collettività e questo mi dà una forza incredibile. Il giornalismo libero è necessario, devi essere vigile come un pastore maremmano, per la società hai la fortuna di capire i fatti e di spiegarli».
Nel tuo libro “La scelta” la figura di tuo nonno, di tuo padre sono centrali e hanno rappresentato un esempio da seguire nel tuo modo di affrontare la vita. Quanto hanno inciso nell’approccio al lavoro?
«Moltissimo, mio nonno aveva il senso della sfrontatezza, il coraggio, mentre mio padre era dotato di determinazione, costanza, rigore verso la legalità».
Che idea ti sei fatto del caso sorelle Meloni, dell’accusa di complottismo mosse a Renzi e a Italia Viva?
«Dico che è apprezzabile che la Meloni difenda la sorella, ma dovrebbe difendere i fratelli e sorelle di tutti dagli attacchi politici, in qualsiasi sede e luogo avvengano».
Quale libro stai leggendo in questo momento?
«Sto leggendo le segnalazioni che ci arrivano in redazione perché sto preparando la prossima stagione di Report che sarà complicatissima, più che in passato. Siamo stati messi in competizione con Fabio Fazio e Mediaset. A Piersilvio Berlusconi faccio i complimenti per la capacità che ha di valorizzare i prodotti e le persone che lavorano per lui. Tornando al libro, ho ripreso tra le mani “Cecità” di Saramago, che cito anche nel mio libro, perché credo che nella società siano tornate esigenze etiche di primissima importanza. Si era avuta la percezione di un’indignazione popolare: senza etica e morale il Paese non va da nessuna parte».
Qual è l’ultimo film che hai visto al cinema?
«“Un mondo a parte”, tanto per restare in Abruzzo. È un film che nella sua semplicità ha una forza incredibile. Quello che noi ogni giorno possiamo far valere nella nostra vita è la semplicità, che serve a inviare messaggi forti e a investire nella credibilità di noi stessi e della società».
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