Dieci anni nei Balcani Il soldato che racconta l’orrore della guerra

Il ricordi dell’ufficiale Gabriele Lucci, impegnato in missioni di pace Sarajevo, la storia delle ragazze uccise nella “Casa delle bambole”
PESCARA. Dieci anni nella penisola balcanica, quando quella parte d’Europa era una polveriera che faceva tremare il mondo. Dieci anni tra la Bosnia, l’Albania, il Kosovo, impegnato in missioni di pace e testimone diretto delle atrocità della guerra che ha insanguinato a lungo i Balcani. Oggi Gabriele Lucci, aquilano, ufficiale dell’Esercito non più in servizio attivo che ha dedicato la sua vita al Paese, per le attività svolte è stato insignito di numerose onorificenze italiane ed estere, tra cui la nomina di Cavaliere al merito della Repubblica italiana dal Presidente Giorgio Napolitano. Sulle attività operative, dice, «non posso raccontare i particolari. Posso dire però che catturammo diversi criminali sanguinari e riuscimmo, nonostante operassimo in un ambiente a volte estremamente ostile, a portare a termine molte operazioni delicate riscuotendo anche il plauso dei colleghi stranieri. Tra l’altro, il compito nostro era anche sostenere le autorità locali e la popolazione verso un ritorno alla normalità. Penso che sia molto meglio aiutare queste persone nel proprio Paese e ridare loro dignità e benessere».
BAMBINI A SARAJEVO. Era il 1996 quando con il suo contingente arrivò in Bosnia. «Il nostro compito era evitare che venissero a contatto le opposte fazioni che per quattro anni erano state in guerra, ricercare e catturare i numerosi criminali di guerra, che si erano macchiati di orrendi delitti durante il conflitto. E quando eravamo liberi dalle attività operative ci recavamo nei campi profughi per insegnare ai bambini a giocare». Perché i bambini di Sarajevo non sapevano giocare? «No, e il motivo era che durante i 4 anni di assedio della città erano stati costretti a vivere nelle cantine, senza energia elettrica per evitare di essere colpiti dai cecchini che sparavano sui chiunque vedessero in strada». Per demoralizzare ancora di più la popolazione e costringerla alla resa l’ordine era di sparare prioritariamente sui bambini, poi sulle donne e infine sugli uomini. «Un giorno vidi un bambino di un paio d’anni che si rotolava a terra facendo un verso che somigliava a un grugnito. Chiesi all’interprete se viveva in campagna, o se avesse avuto a che fare con gli animali. La mamma si mise a piangere e raccontò che un giorno dei paramilitari erano entrati in casa, e dopo averla violentata avevano sgozzato il marito, sotto gli occhi del bimbo che da quel momento aveva cominciato a rantolare come il papà che moriva con la gola tagliata, registrando quel verso come un macabro gioco».
SCARPE O PANE. A Sarajevo solo le donne portavano le scarpe, mentre gli uomini si fasciavano i piedi con vecchi stracci. «Durante l’assedio le donne avevano bruciato tutto per cucinare, e l’unica cosa rimasta come combustibile erano gli scarponi da uomo con i quali riuscivano a cuocere uno o due pagnotte di pane».
CIMITERI NEL CONDOMINIO. Gabriele ricorda bene «i grandi condomini a ferro di cavallo. L’unico posto protetto per seppellire un familiare e non farsi sparare era all’interno cortile. Trovammo cimiteri in ogni condominio. Era facile morire sparato mentre ti toccava il turno per andare a prendere l’acqua».
LA CASA DELLE BAMBOLE. Nella periferia di Sarajevo durante le attività di ricognizione i militari italiani fecero una scoperta sconvolgente. «Trovammo un’abitazione e scoprimmo che al suo interno i paramilitari di Ratko Mladic (il criminale di guerra accusato di genocidio e crimini contro l’umanità, condannato anche per il massacro di Srebrenica che costò la vita a 8mila persone, ndr), segregavano ragazze dai 14 anni in su per usarle a loro piacimento. Appena si accorgevano che queste ragazze rimanevano incinte le uccidevano. Le poverine tentavano di nascondere il loro stato, finché possibile, stringendo a morte la cinta dei pantaloni. Sono state alcune delle ragazze sopravvissute a raccontarci quelle atrocità». A Jahorina, invece, i militari italiani scoprirono il mattatoio «dove i prigionieri venivano decapitati in massa con la motosega».
SASSI E SPERANZA.Tre anni dopo gli italiani sono in Albania, dove, a Durazzo, allestiscono un ospedale da campo per i profughi scacciati dal Kosovo dalle truppe di Milosevic. «Per poter aiutare la popolazione fummo costretti a toglierci le divise, perché quelle persone erano terrorizzate dalle uniformi. Una cosa che mi colpì fu quando una mattina arrivò una famiglia composta da un uomo, una donna e bambino piccolissimo. Era nato durante la fuga, in mezzo ai boschi. Quando la donna partorì ad assisterla c’era solo il marito che tagliò con due pietre il cordone ombelicale e lo legò con un filo di lana staccata dal suo maglione. Dopo una settimana il piccolo si era ripreso e stava come un signore».
OGGI. «Adesso che non sono in servizio attivo mi dedico di più alla vita privata, ai miei sei nipotini e ai miei due figli, Giulia e Antonello», che ha seguito le orme del papà e che al suo attivo ha già diverse missioni internazionali.

