Gioiellerie, un anno di crisi La Cna: «Fatele riaprire»

Santarelli (settore Preziosi): i nostri locali tra i più sicuri, chiusura incomprensibile Il delegato dell’associazione: siamo fermi dal 13 febbraio, così siamo condannati
PESCARA. Sono ormai più di tre settimane da quando le gioiellerie, insieme ai negozi di abbigliamento e calzature, sono state costrette a chiudere al pubblico. E se con un'ordinanza il presidente della Regione Marco Marsilio ha in parte alleggerito le restrizioni nella provincia di Pescara, rendendola un’area a metà tra l’arancione e il rosso, consentendo ad esempio l’apertura di parrucchieri e centri estetici, nulla invece è cambiato per il commercio al dettaglio.
Proseguono regolarmente nell'attività solo i negozi di prima necessità. A ben guardare sono davvero molti i punti vendita aperti normalmente, ed è proprio questo aspetto a suscitare l’indignazione dei gioiellieri. «Ancora una volta i negozi di gioielleria vengono discriminati dalla scelta della zona rossa in Abruzzo», commenta Marco Santarelli, delegato per il settore preziosi di Confartigianato Imprese Pescara. «Non si riesce a capire perché si scelga di tenere aperto il 90 per cento delle attività, mentre solo pochi negozi, tra cui le gioiellerie, devono rimanere chiusi. Come se il contagio dipendesse dal nostro settore».
Su Pescara sono almeno una sessantina i punti vendita della categoria dei preziosi, con circa 270 addetti, tra i dipendenti dei negozi, gli artigiani dei laboratori orafi, gli agenti di commercio del comparto e i grossisti. A causa delle conseguenze legate alle aperture a singhiozzo dovute proprio al contenimento del virus, negli ultimi mesi, secondo una stima di Santarelli sono circa 5 le attività in città che hanno chiuso definitivamente.
Il settore lamenta una perdita di almeno il 50 - 60 per cento dei fatturati. In questo anno sono molti i grandi appuntamenti annullati, facendo venire meno la necessità dell’acquisto di un gioiello.
«Già nel 2020 sono saltate la Festa del papà, la Pasqua, la Festa della mamma, per non parlare di tutte le comunioni, i matrimoni e i battesimi», dice ancora Santarelli. «Adesso siamo fermi dal 13 febbraio e l’eventuale sostegno economico di cui si discute non arriverà prima di fine aprile. Potevamo comprendere i tempi allungati nella prima fase di emergenza, ma a distanza di un anno è assurdo che si debba aspettare due mesi prima di vedere qualche indennizzo». La categoria si sente di fatto discriminata ingiustamente, dal momento che per tipologia, i punti vendita di oro e pietre preziose spesso si trovano a gestire uno, al massimo due clienti per volta. «Sono aperte le fabbriche, dove non sono mancati focolai, ma un settore come il nostro, che non rappresenta alcun rischio, non può aprire. Le gioiellerie», spiega «sono locali protetti con doppia porta a comando, con telecamere di sorveglianza, con accessi limitati a un cliente alla volta. Impossibile, quindi, che si creino assembramenti ed è al contrario facilissimo garantire il tracciamento dei clienti. E invece noi siamo costretti a chiudere, mentre altre attività lavorano regolarmente. In occasione di San Valentino e della festa della Donna, ci sono catene commerciali che hanno fatto persino operazioni di marketing, con omaggi per i clienti, per avere affluenza senza subire controlli». Difficile per il settore, secondo il delegato, anche provare a sfruttare il canale online. «Un anello di certo non viene acquistato con una foto mandata sui social», dichiara Santarelli, «e in più per altri prodotti ci sono store nazionali che sono sicuramente più forti di noi. Chi ha il codice Ateco dedicato può quanto meno fare riparazioni, ma non possono essere sufficienti. Davvero non so come potremo andare avanti, pagare tasse, stipendi e soprattutto sostenere le nostre famiglie. Il commercio e l’artigianato hanno bisogno di programmazione e non di improvvisazione. Non si può chiudere da un giorno all’altro, senza nessuna certezza sulla riapertura e sugli indennizzi. In questo momento c’è bisogno di scelte coraggiose. Altrimenti, in questo modo il nostro settore è destinato a morte certa», conclude.
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