Gli stabilimenti balneari all’asta: «Rischio di infiltrazioni mafiose»

16 Marzo 2023

Lo stop alla proroga: la Sib Confcommercio scende in campo per difendere oltre 700 concessioni  Padovano risponde anche a Briatore: «Da noi è in gioco il futuro di aziende familiari, non milionarie»

PESCARA. «Con le nuove gare le nostre spiagge andranno alle multinazionali, i prezzi cresceranno e soprattutto c’è il rischio di infiltrazioni mafiose». Sul braccio di ferro tra il governo, l’Unione europea e i giudici amministrativi sulle concessioni balneari, si alza il livello delle polemiche.
La Sib Abruzzo, attraverso il presidente regionale Riccardo Padovano, avverte dei riflessi negativi su un settore che conta oltre 700 imprese locali. Il quadro è preoccupante. «Qualcuno pensa che grazie alla Bolkestein (la direttiva europea, ndr) ci saranno più spiagge libere», afferma Padovano, «e che, con le gare, chiunque avrà la possibilità di gestire una spiaggia. Niente di più falso. In realtà, quella che viene giustificata come una “apertura del mercato” potrebbe nascondere il tentativo di espropriare gli attuali piccoli imprenditori per soddisfare gli interessi di grandi apparati finanziari e multinazionali».
Come è noto la recente sentenza del Consiglio di Stato ha stoppato la proroga senza gara delle concessioni perché, si legge nel dispositivo: «Si pone in frontale contrasto con la direttiva europea Bolkestein e va dunque “disapplicata da qualsiasi organo dello Stato».
In questo modo, dopo lo stop del Consiglio di Stato, non potrà essere applicata la norma del Milleproroghe che ha prolungato le concessioni fino al 31 dicembre 2024, rispetto alla scadenza del 31 dicembre di quest’anno. Le concessioni quindi, tra un anno, andranno messe a gara.
«Il copione è ben noto: in nome delle cosiddette liberalizzazioni e della concorrenza», incalza Padovano, «si rischia di far fallire migliaia di piccole imprese familiari e si svende l’ennesimo pezzo di patrimonio pubblico alle multinazionali. È quello che accadrà con la controversa applicazione della direttiva Bolkestein dell’Unione europea, che chiede all’Italia di riassegnare le attuali concessioni balneari tramite gare pubbliche. Il fatturato complessivo del settore», continua il presidente della Sib, «è di 7 miliardi di euro l’anno, e questo grazie al lavoro di imprese che da decenni hanno investito e speso per portare avanti le loro aziende. Gli attuali concessionari che finora hanno gestito le spiagge con eccellenza, facendosi carico di servizi pubblici come la pulizia e il salvamento, e rispettando sempre la legge, devono avere il diritto di poter continuare la loro attività, riottenendo le concessioni», aggiunge Padovano, «grazie al riconoscimento della loro professionalità, affidabilità ed esperienza. Ma si va verso la morte di un intero sistema economico, e a rimetterci saranno tutti gli italiani».
In questo scenario tetro, la speranza dei 700 balneari abruzzesi è nelle contromosse che il governo Meloni sta studiando. Al primo posto c’è una riforma che salvaguardi l’attuale sistema, sfruttando le maglie lasciate ancora aperte dal diritto europeo, per evitare accaparramenti e speculazioni anche sui litorali abruzzesi. «Le spiagge sono un bene pubblico, questo non lo ha mai messo in dubbio nessuno, nemmeno i balneari», prosegue Padovano, «ma le imprese che vi sorgono sopra sono proprietà private, create legittimamente in base a norme dello Stato che hanno consentito l’apertura di migliaia di stabilimenti balneari. A vincere le gare saranno i gruppi con il maggiore potere d’acquisto, con il rischio di infiltrazioni malavitose in aree geografiche più esposte come la Calabria e la Sicilia. A Flavio Briatore», conclude, «che afferma che a fronte di 10 milioni di fatturato, un’impresa dovrebbe pagare 500mila euro l’anno, rispondo citando un recente studio di Nomisma secondo il quale gli stabilimenti balneari sono per il 97 per cento piccole imprese familiari con un fatturato medio di 260.000 euro all’anno. Perciò, seguendo la proporzione di Briatore, dovrebbero avere un canone di 13mila euro. Non di più. Che è esattamente quanto già paghiamo». (u.c.)