«Guardavo le pantere e sognavo la polizia, ora decide la politica»

Il pescarese Della Cioppa, da poliziotto a questore di Roma, svela in un libro come sono cambiati poteri e influenze
PESCARA. Era un bambino: si appostava alla finestra di casa, scrutava le pantere della polizia sfrecciare dalla vecchia sede della questura, nel retro del palazzo della prefettura, e si immaginava già poliziotto. Aveva 8 anni Mario Della Cioppa e un sogno già stampato bene in testa. All’epoca non lo sapeva che sarebbe diventato anche capo della squadra mobile nella sua città e poi questore di Roma e prefetto di Chieti, ultimo incarico di una carriera lunga 40 anni. E adesso Della Cioppa racconta i retroscena dell’incarico di questore nel libro “C’era una volta il questore” scritto con Maurizio Ficarra: oggi alle 17, la presentazione allo Spazio Fla in piazza Unione, con Della Cioppa ci sarà il giornalista del Centro Andrea Mori. “C’era una volta”, quando la politica non si intrometteva nelle nomine.
Dottor Della Cioppa, se si guarda indietro ci sono 40 anni e più passati in polizia: perché da ragazzo ha voluto fare il poliziotto?
«Vivevo praticamente di fronte la vecchia questura: vedevo uscire sempre le pantere che allora erano grigioverdi. Imparai gli orari di entrata e uscita, mi piazzavo alla finestra e le guardavo. Mi appassionai così, ma fondamentalmente avevo dentro il desiderio di fare il poliziotto. Era il tempo dello sceneggiato del “Commissario Maigret”. Poi, ho fatto studi finalizzati a questo. E il 2 maggio del 1985, diventai commissario di polizia, esattamente quello che volevo essere».
Quale ricordo ha degli anni trascorsi ai vertici della polizia a Pescara? C'è un’operazione che ricorda particolarmente?
«A Pescara ho trascorso una significativa parte della mia carriera, dopo che per alcuni anni mi sono diviso fra Roma, per il corso di formazione iniziale di quasi un anno, Belluno e Padova. In questura ho svolto quasi tutti gli incarichi. Sicuramente quello di capo della squadra mobile, negli anni novanta, prima, e di vicario del questore, nel 2009, poi, sono stati i più belli ma non dimentico la grande esperienza avuta quale direttore della Scuola per il controllo del territorio che mi ha stimolato un grande senso per la formazione del personale. La scoperta degli omicidi Trivellone e De Filippi e le operazioni antidroga successive ad essi collegati sono fra i ricordi più belli ma anche la esecuzione del progetto della polizia di prossimità che l'allora capo della polizia Manganelli mi affidò nominandomi direttore della Scuola di polizia».
Da poliziotto in prima linea a questore di Roma: che anni sono stati nella Capitale?
«Sono arrivato a Roma dopo essere stato prima questore ad Alessandria, Ascoli Piceno e Fermo, Foggia, Catania. Senza questa crescita costante e questi passaggi importanti, non sarebbe stato possibile gestire l’ordine pubblico e la sicurezza della Capitale. Una crescita di esperienza basata su un percorso di carriera coerente e proporzionato, che valorizzi il merito acquisito sul campo, è ciò che io ed il mio fraterno collega Ficarra sosteniamo nel libro allorquando parliamo del sistema delle progressioni che devono avere come obiettivo solo la valorizzazione del merito. Un periodo di tempo come questore a Roma totalizzante, straordinariamente intenso, non avevo tempo se non per dedicarmi al servizio ma l’onore e la gratificazione di servire le istituzioni a quel livello regala emozioni e sensazione perché sai di avere una enorme responsabilità e comprendi che è stata riposta in te fiducia assoluta».
Il suo libro si intitola “C’era una volta il questore”: significa che oggi il questore non esiste più?
«Noi diciamo che si tende oggi a ridurre la figura del questore rispetto a quella di una volta per una serie di situazioni che, invece, di migliorarne responsabilità e prerogative, la limitano nella forma e nella sostanza, privandola man mano sempre di più dell’autonomia di cui necessita per essere l’autorità provinciale di pubblica sicurezza che per legge è».
Nel libro dice «sarebbe straordinariamente bello poter dire che si diventa questori sempre all’esito di una rigorosa selezione»: ma oggi come si diventa questori?
«Le rispondo che occorre rivedere il sistema delle progressioni di carriera, rendendolo meno discrezionale per gli organi decisori e più vincolato a precisi parametri oggettivi. Spieghiamo, io e Ficarra, che l’eccessiva discrezionalità di cui godono i vertici politici e dell’amministrazione nel decidere chi promuovere, dovuto proprio all’incongruente rapporto che esiste fra parametri discrezionali e oggettivi, palesemente a favore dei primi sui secondi, può scantonare in arbitrio specie se vi sono “forme stigmatizzabili di ingerenza” esterne».
Nelle pagine si parla anche delle nomine ai vertici della polizia: conta ancora il merito?
«Rileviamo, con il collega, che “una volta” le nomine di altissimi direttori generali di grandi articolazioni dello Stato avvenivano con una sorta di trasversalità che coinvolgeva anche la politica che in quel momento non era espressione di governo. Vale a dire che la designazione era accettata da tutti, appunto, trasversale e ciò accade solo se quella nomina è basata sul merito».
Rifarebbe il questore di Roma?
«Altre cento volte, per quanto grande è stato l’onore di una responsabilità così grande».

