I LUPARI DI CARLO MAGNO E IL RITORNO AL MEDIO EVO

12 Febbraio 2017

Negli anni ’70 andavamo a Pescasseroli a difendere il presidente Michele Cifarelli e il direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo Franco Tassi i quali cercavano di preservare la residua biodiversità...

Negli anni ’70 andavamo a Pescasseroli a difendere il presidente Michele Cifarelli e il direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo Franco Tassi i quali cercavano di preservare la residua biodiversità del Parco, compresi alcuni lupi. Venivamo affrontati per strada: «Voialtri sete amici del lupo, non dell’omo...» A Civitella Alfedena però un sindaco pioniere, Giuseppe Rossi, poi presidente di Parchi, inaugurava con coraggio il primo Museo del Lupo. Pertanto la notizia che si sarebbe riaperta una caccia, sia pure “controllata”, al lupo ha sorpreso quanti si occupano di natura e di parchi da tanti anni. Ma come? Dopo gli sforzi fatti perché non si estinguessero com’era già avvenuto in Francia e in Svizzera dove li avevano sterminati alla fine dell’800? Dov’era finita la convivenza pacifica con gli animali selvatici? Si regrediva al “lupo cattivo” di proverbi e favole?

Eppure un rischio serio c’è stato. Sventato, o rimandato per ora, dalla Conferenza Stato-Regioni. Persino fra i cacciatori ve n’erano di contrari a quella insensata misura. Sembrava di tornare al Medio Evo quando i lupi popolavano anche la pianura, la brughiera della Lomellina o le pinete ravennati, temuti come “bestie del diavolo”. Con Carlo Magno che istituiva e remunerava i “lupari”. È vero che San Francesco aveva invece dimostrato a Gubbio che il lupo poteva essere ammansito e sfamato. Un bel po’ prima l’irlandese San Colombano in viaggio sui monti della Borgogna, circondato da ben dodici lupi era rimasto immobile invocando Dio e i lupi lo avevano lasciato stare. Non così era avvenuto coi briganti. Insomma meglio le bestie degli umani...

In realtà, è assodato che i lupi tendono a non aggredire l’uomo (specie se questi non si mostra spaventato), mentre lo fanno i cani randagi inselvatichiti i quali ben conoscono noi e le nostre debolezze. Secondo il direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Dario Febbo, all’origine di almeno la metà dei danni provocati a pastori e allevatori ci sono branchi di cani inselvatichiti, quelli abbandonati colpevolmente dagli stessi cacciatori alla fine della stagione venatoria. E poi, mentre il lupo caccia con discernimento scegliendo nel gregge quanto gli serve, i cani randagi non hanno coordinamento, abbattono e dissanguano quanto più possono.

Nel 1976 si era toccato il minimo dei lupi italici presenti sul territorio: 100-110 appena, in Abruzzo e nell’Appennino fra Forlì e Firenze. Con gran fatica e con una politica di protezione favorita da leggi illuminate si è arrivati in un decennio a 250 esemplari e a 600 nel 2000 favoriti dalla creazione di una ventina di Parchi Nazionali e da decine di Parchi Regionali. Anche se i bracconieri distruggevano persino intere cucciolate di lupi. Oggi dovrebbero esserci 2.000 lupi dall’Aspromonte agli Appennini centrali e alle Alpi. Piccoli gruppi di lupi, chiamati “metropolitani”, sono stati avvistati di notte nella pianura vicino a Bologna o nell’Agro romano.

Il lupo è un grande camminatore, anche di notte, e una famiglia, monitorata dagli scienziati, è partita anni fa dall’Alpe della Luna incamminandosi verso nord ovest. Ha sostato sull’Appennino fra Voghera e Genova lasciando qualche coppia. Poi si è diretta verso le Alpi Marittime rientrando da lì nella Savoia, dopo un secolo abbondante, in Svizzera (20-30 lupi di origine appenninica) e persino in Spagna (dal 2009 in Catalogna). Il lupo appenninico (sulle Alpi sono arrivati branchi dalla ex Jugoslavia, come gli orsi del resto) si nutre di camosci, caprioli, cervi, daini e cinghiali. Ha quindi una precisa funzione ecologica di riequilibrio e di contrasto, anzitutto coi cinghiali, aggressivi, diffusisi in maniera abnorme, fin nelle periferie di città come Genova e Roma. Quindi si lascino in pace i lupi, si rimborsino più prontamente allevatori e pastori e si cerchi di sterilizzare i cani randagi e si puniscano severamente i cacciatori che con fredda crudeltà li abbandonano.

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