I Mcr a Teramo «Portiamo sul palco 20 anni di musica»

TERAMO. Tra i protagonisti di Aspettando il Primo Maggio (il concertone a Teramo rinviato per maltempo il 30 aprile e che animerà l’area ex Villeroy il 6 giugno dalle 18.30) ci sono anche loro: i...
TERAMO. Tra i protagonisti di Aspettando il Primo Maggio (il concertone a Teramo rinviato per maltempo il 30 aprile e che animerà l’area ex Villeroy il 6 giugno dalle 18.30) ci sono anche loro: i Modena City Ramblers. Sono trascorsi 20 anni dalla pubblicazione del primo album della celebre band innamorata del folk irlandese, “Riportando tutto a casa”. Il nuovo live, “20”, partito a marzo, vuole festeggiare l’anniversario con tutto il pubblico dei Mcr. Il Centro ha intervistato Massimo Ghiacci, bassista storico della band emiliana.
Cosa avete preparato per questa speciale tournée?
«Il tour celebra 20 anni di carriera discografica. Ci siamo formati nel ’91, ma il disco d’esordio è del ’94. Abbiamo pensato fosse una bella occasione per fare festa. Venti anni di carriera hanno un significato importante per noi. Siamo una band sempre vissuta ai margini del grande business musicale e abbiamo avuto la fortuna e il merito di costruirci una carriera indipendente. Il tour vuole celebrare questa ricorrenza andando a spolverare canzoni da tutti i nostri dischi. Il live si articola in 3 momenti: una prima parte che va a presentare il nostro suono più elettrico, contaminato con il rock; una parte acustica in cui presentiamo i brani irlandesi, un finale con i ritmi più indiavolati del combat folk».
Sono passati gli anni, sono cambiati elementi del gruppo, ma i Mcr conservano una precisa identità. Quanto vi sentite cresciuti come band?
«Vent’anni sono una bella fetta di vita. Possiamo dire non tanto di essere dei reduci, ma di aver avuto l’entusiasmo, la fortuna e la capacità di resistere. Se 20 anni fa avevamo 20 anni e un approccio molto istintivo oggi lo abbiamo più maturo e attento nel considerare la complessità delle cose».
Il vostro pubblico, invece?
«Il pubblico è sempre stato un elemento di confronto notevole per noi. Ci siamo sempre sentiti parte di una grande comunità di cui il pubblico era una parte importante. La responsabilità che pensiamo di avere viene a cambiare. Oggi cantiamo per persone che hanno tutto un altro vissuto ed esperienza. A maggior ragione quando suoni dal vivo. Se è vero che a livello di discografia il business musicale è qualcosa di relegato a chi ha una certa età, per quanto riguarda i live sono i giovani ad andare ai concerti. Persone che tornano da un nostro concerto con un certo bagaglio di emozioni e suggestioni».
Lunga la lista delle collaborazioni all’attivo. Quali ricorda con particolare affetto?
«Sono tantissime, con molti di questi artisti si è instaurato un bel rapporto di amicizia. Ne cito due. La prima è con Luis Sepulveda, lo scrittore cileno, che ci ha insegnato molto sull’approccio alla vita e alla creatività. Ci ha arricchito molto è stata quella con Terry Woods dei Pogues, uno dei nostri gruppi di riferimento. Ci ha fatto capire quanto i componenti di questa band che amiamo alla follia siano anche delle grandissime persone».
Qual è la canzone che vi rappresenta di più?
«Non è una nostra canzone ma è “Bella ciao”. Sposa perfettamente la nostra identità di band. È una rebel song che ha una sua forte connotazione politica ma non è una canzone comunista e anarchica, checché se ne dica. È una canzone che ha una sua identità che travalica i nostri confini».
Quanto è cambiato il mondo musicale in questi anni?
«In maniera enorme. Il business musicale ha vissuto e vive un grande cambiamento. I giovani vivono la musica in maniera completamente diversa. I canali di streaming stanno soppiantando anche le forme di download. Le nuove band oggi hanno delle possibilità diverse. Il web permette di saltare passaggi che erano fondamentali prima per il grande pubblico. Allo stesso tempo ci sono altre difficoltà. Le possibilità di suonare dal vivo sono diverse, c’è sempre meno disponibilità a investire».
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