«Il beat all’italiana? Solo canzoncine con la rima baciata»

1 Agosto 2015

L’icona Maurizio Vandelli racconta un’epoca e i suoi incontri con Hendrix, Brian Jones e Lennon

Chi ha superato i cinquant’anni, da ragazzo, aveva appiccicati al muro della cameretta, i suoi manifesti; quelli che riviste per ragazzi come Big e Giovani regalavano ogni settimana. In quei poster, Maurizio Vandelli era insieme ad altri tre “capelloni”: Victor Sogliani, Franco Ceccarelli e Alfio Cantarella. Insieme, tutti e quattro, formavano l’Equipe 84, uno dei complessi (si chiamavano così allora) storici della musica Beat italiana degli anni Sessanta. Con i Rokes, inglesi importati in Italia, l’Equipe si divideva i favori dei baby boomer italiani, che li attendevano, per ore, sotto il sole delle estati italiane, sulle strade percorse dal Cantagiro. Fra il 1965 e il 1970, l’Equipe 84 mise a segno una serie di dischi di 45 giri di successo – da Io ho in mente te a Bang Bang, a 29 settembre a Tutta mia la città – che, quando non erano brani originali di Mogol e Battisti, erano versioni italiane di hit americani. Vandelli, modenese, 71 anni compiuti in marzo, non ha smesso di suonare e cantare. E, stasera, si esibirà in concerto a Forte dei Marmi.

«Alla fine di ogni concerto voglio vedere gente che torna a casa con il sorriso a trentadue denti», racconta l’ex leader dell’Equipe 84. «In fondo la musica beat italiana ha sempre e solo voluto portare allegria; niente a che vedere con la beat generation. Le mie, in fondo, erano solo canzoncine un po' stupidotte in cui più che lanciare un messaggio cercavo le rime: roba tipo "io amo te, tu ami me”»

«Brani - prosegue Vandelli - in cui c'era un'attenta ricerca del suono onomatopeutico, ma senza alcuna pretesa di insegnare nulla. E l'unico grande merito della produzione musicale del periodo, probabilmente, è stato proprio quello di far mostrare i denti ai ragazzi, nel senso che, finalmente, i giovani ridevano».

Chiusa l'esperienza con l'Equipe 84, lei ha avuto grande successo con lo pseudonimo Key of dreams e anche come componente di "Adelmo e i suoi sorapis". Nascondersi dietro nomi sconosciuti è stato un modo per togliersi di dosso il peso di essere Maurizio Vandelli?

«L'unico peso che ho sentito in tanti anni di carriera è stato quando, come cantante dell'Equipe 84, tutti si rivolgevamo a me dicendo voi. Ogni volta che venivo interpellato era come parte di un gruppo, non era mai al singolare. E questo, a lungo andare, stanca. In realtà la storia di Key of dreams e della cover di "Africa" dei Toto è nata solo perchè volevo testare se il piccolo studio di registrazione che mi ero costruito all'epoca funzionava. Per provarlo ho acceso il metronomo e mi son messo a suonare tutti gli strumenti da solo. Quello che avevo inciso non era pensato affatto per essere pubblicato ed è diventato un hit per puro caso. Una cosa simile è accaduta anche per "Adelmo e i suoi sorapis". I questo caso, tutto è partito da Zucchero che, per le feste di Natale, si scocciava sempre parecchio e ha convolto me e altri amici in una band con cui passare le festività. A dare il la al gruppo è stato il canticchiare per scherzo "Buon Natale a tutti voi". Praticamente, messo su un piccolo repertorio, noi ci offrivavamo di suonare gratis in cambio di ospitalità. Non so quanto sia convenuto agli albergatori che, assieme a noi, si vedevano arrivare una carovana di zie, nipoti e nonni. Solo l'insistenza della Polygram, tempo dopo, ha trasformato quel nostro gioco in un disco».

Si dice che lei abbia conosciuto Jimi Hendrix, Brian Jones e John Lennon, ma è vero?

«Sì. Jimi Hendrix si è fidanzato a casa mia. Al tempo, con altri, vivevo in una villa in via Bodoni a Milano dove arrivavano gli amici, ma anche gli amici degli amici. Era una sorta di porto di mare. E' sempre lì che un giorno è capitato anche Brian Jones. Tempo addietro io avevo avuto un flirt con Anita Pallenberg che, una volta partita per l'Inghilterra, sarebbe diventata la sua fidanzata. Quando sono venuti a trovarmi, ricordo che Brian, come me, aveva la mania del sitar. Volle a tutti i costi che gli prestassi il mio col risultato che se lo portò via».

Quindi Jones oltre alla ragazza, le fregò anche il sitar?

«Beh, il sitar sì. La ragazza no, perchè se n'era già andata via da sola».

E John Lennon?

«Deve sapere che io sto scrivendo un libro. La voglia di mettermi a raccontare quello che mi è successo nasce dalla lettura dei volumi che tanti colleghi hanno dato alle stampe. I loro racconti sono tutti fatti di date, posizioni in hit parade, successi. Io, al contrario, vorrei mettere nero su bianco le mille cretinate che ho fatto nella mia vita e la mia conoscenza con Lennon sarà uno degli episodi chiave. Una vera figuraccia. Grazie a un amico, ero ospite a Londra da Steve Weaver, l'artista che aveva dipinto la Roll Royce di Lennon. Lui abitava in una casa dove c'era solo una sterminata distesa di divani e, attaccata alle pareti, una collezione di strumenti musicali provenienti da tutto il mondo con cui, i soliti amici e gli amici degli amici, si mettevano a fare in jam session interminabili in mezzo a fumi di ogni genere. Un giorno, mentre suonavo il koto sento una donna che emette suoni davvero insopportabili ed esasperato, sbotto: "ma chi è questa tr... che rompe i co...?". Quello che sta suonando accanto a me mi risponde e mi fa: "E' mia moglie". Ecco, era John Lennon e io l'ho conosciuto così».

Un libro va bene, ma un disco nuovo di Vandelli quando lo avremo?

«Credo mai. I dischi li vendono i giovani e, in fondo, è giusto che sia così. L'unica cosa triste è che i ragazzi adesso sono costretti a farsi gratis la guerra nei talent, prendendosi a morsi alla giugulare e facendo il gioco di chi mette in onda programmi tv in cui tutto il budget finisce per i superospiti».

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